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«Ti tolgo i figli» è minaccia?

11 Giugno 2019
«Ti tolgo i figli» è minaccia?

Liti sull’affidamento dei figli: quando le frasi di vendetta e ripicca tra genitori sono reato.

La classica scena a seguito di una separazione: lui o lei, adirato con l’ex coniuge, gli grida: «Vedrai… ti tolgo i figli». Una persona normale risponderebbe «Lo vedremo». Invece, c’è stato chi si è sentito minacciato ed è andato a sporgere denuncia. 

Ora sappiamo che, per il diritto, la minaccia scatta solo quando il male prospettato è ingiusto e dipende dall’autore della frase. Dire, ad esempio, «Ti ammazzo» è una minaccia perché risponde ad entrambi i requisiti. Ma dire «ti tolgo i figli» è minaccia? La risposta è stata data dalla Cassazione [1].

La Corte ricorda, a chi ha la memoria corta e cerca ogni appiglio per avviare una battaglia giudiziaria, che a decidere l’affidamento e la collocazione dei figli è solo il giudice. È a lui che spetta la decisione finale in merito alle capacità dei genitori e alle eventuali responsabilità che potrebbero determinare la perdita della potestà. Questo significa che dire «ti tolgo i figli» non può considerarsi una minaccia proprio perché l’evento, anche se ingiusto, non dipende da chi parla.

È un po’ come dire: «Che la peste ti colga» o ancora «Ti auguro di morire per una brutta malattia tra atroci sofferenze»: di certo, non si tratta di una frase gentile, né il male prospettato si può dire giusto, ma il suo verificarsi è subordinato ad eventi indipendenti dall’opera dell’uomo. Ciò che invece dipende dalla propria volontà («Ti faccio nero di botte») è sicuramente minaccia.

Ecco che, proprio per queste motivazioni, la Cassazione ha detto che dire «ti tolgo i figli» non solo non è una minaccia, ma è pienamente legale. Del resto, diversamente ragionando, nessuno potrebbe dire a un’altra persona «Ti faccio causa» o «Ti trascino in tribunale», azioni invece che costituiscono l’esercizio di un diritto fondamentale – quello alla difesa giudiziaria – riconosciuto dalla Costituzione. 

Incredibile è piuttosto che, per una vicenda del genere, ci sia stato bisogno di arrivare in Cassazione per sentire definitivamente pronunciare l’assoluzione. Invece, secondo il legale della signora – a cui il marito aveva minacciato di toglierle il figlio – «si trattava di frasi fortemente lesive della dignità personale della donna ed in grado di intimorirla gravemente, andando a toccare profili delicati della vita personale». 

Offese, invece, del tutto prive di valenza minatoria, risponde la Cassazione, tanto più che i fatti profilati come forieri di conseguenze pregiudizievoli per la madre non dipendevano dalla sola volontà dell’ex marito.

L’insegnamento vale per qualsiasi altro caso simile: prima di denunciare per minaccia bisogna interrogarsi non tanto sul proprio stato soggettivo e sul timore che si è subito, ma sull’oggettiva valenza intimidatoria della frase in contestazione. 


note

[1] Cass. sent. n. 25596/19 del 10.06.2019.


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