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Come si calcolano le settimane contributive Inps

16 Giugno 2019
Come si calcolano le settimane contributive Inps

Nel corso degli anni, sono cambiate molte volte le regole che disciplinano la possibilità dei lavoratori di andare in pensione. Molto spesso, per capire quanto tempo manca per il pensionamento, è necessario essere in grado di calcolare le settimane di contributi versati.

Recentemente, la legge sulla cosiddetta Quota 100 ha riportato il tema delle pensioni al centro del dibattito pubblico. La legislazione sull’accesso al pensionamento è, infatti, cambiata nel corso degli anni per far fronte ad esigenze di riduzione della spesa pubblica e del debito pubblico. Nel corso del tempo, per effetto di queste modifiche, i lavoratori hanno visto da un lato allungarsi il periodo lavorativo necessario per accedere al pensionamento e dall’altro ridursi l’assegno pensionistico a causa dell’introduzione del metodo di calcolo contributivo.

Ogni volta che arriva una nuova legge sulle pensioni, il dipendente si affanna per capire quando potrà finalmente conquistare l’agognato riposo. Le leggi fanno spesso riferimento al concetto di settimana contributiva. È dunque importante per i  lavoratori sapere come si calcolano le settimane contributive Inps.

Il calcolo delle settimane contributive Inps non è importante solo per verificare qual è la propria situazione contributiva ai fini della pensione, ma anche per accedere ad altri benefici e provvidenze erogati dall’Inps. Si pensi alla nuova indennità di disoccupazione, la cosiddetta Naspi, che spetta solo ai dipendenti che hanno perso il lavoro e che hanno maturato un certo numero di settimane contributive.

Calcolo delle settimane contributive: le riforme delle pensioni

Il calcolo delle settimane contributive Inps può sembrare qualcosa di banale e di scontato ma, in realtà, non è così semplice come si potrebbe pensare. Si tratta di un calcolo molto importante perché ad esso si lega la verifica di quando un dipendente può andare in pensione, oppure la possibilità di prendere un sussidio fondamentale per chi perde il lavoro come la Naspi (nuova assicurazione per l’impiego).

Com’è a tutti noto, nel 2012, il Governo di allora ha varato una nuova riforma delle pensioni per far fronte ad una fase di forte crisi del debito pubblico e alla richiesta dell’Unione Europea di raggiungere un maggiore equilibrio economico nel sistema previdenziale.

È stata, dunque, approvata la cosiddetta riforma Monti-Fornero [1], che prende il nome dal Presidente del Consiglio e dal ministro del Lavoro allora in carica.

Evidentemente, avendo come obiettivo la riduzione della spesa pensionistica, la riforma delle pensioni non poteva che modificare le regole sul pensionamento in senso maggiormente restrittivo. E così è stato. La riforma Monti-Fornero ha modificato il metodo di calcolo sia con riferimento all’accesso al pensionamento sia con riferimento al calcolo dell’assegno che il pensionato andrà a percepire.

Per quanto concerne l’accesso al pensionamento, la riforma ha previsto che ciò sia possibile solo se si raggiunge una soglia minima.

Con riferimento al calcolo dell’assegno, la riforma Monti-Fornero prevede che la cifra accreditata mensilmente dall’Inps sia calcolata sulla base dei contributi effettivamente versati da quel dipendente. Tale metodo di calcolo viene definito metodo contributivo pro rata.

Di recente, il Governo ha varato una riforma parziale delle pensioni, ossia la cosiddetta Quota 100. In sostanza, senza entrare troppo nei tecnicismi, l’idea del Governo è che quando la somma di anni di età e anni di contributi da’ cento, il lavoratore abbia diritto ad andare in pensione.

Come si calcola la pensione contributiva?

Fino al 1995, l’assegno pensionistico veniva calcolato in base al cosiddetto metodo retributivo. In base a tale metodo, la pensione doveva garantire al lavoratore lo stesso livello retributivo raggiunto alla fine dell’età lavorativa. L’assegno pensionistico era, dunque, parametrato all’ultima busta paga percepita dal dipendente. Alla base di questo sistema c’è l’idea che la pensione non è una sorta di assicurazione che dipende da quanto hai versato anno per anno, ma una funzione sociale e deve garantire lo stesso status di vita raggiunto dopo tanti anni di lavoro dal dipendente.

Il problema di questo metodo è che vi era spesso un’eccessiva sproporzione tra la somma erogata al pensionato e quanto lo stesso aveva effettivamente versato nel corso degli anni. Chi aveva versato poco poteva ritrovarsi a ricevere molto più di quanto versato. Con evidente squilibrio economico dell’intero sistema previdenziale.

Per questo nel 1995 [2] è stata varata una nota riforma delle pensioni che ha sostituito al metodo di calcolo retributivo il metodo di calcolo contributivo.

Da quella data, dunque, con alcune norme transitorie relative ai primi anni di implementazione della riforma gli assegni pensionistici sono calcolati non in base ai livelli retributivi di fine carriera, ma sulla base dei contributi effettivamente versati durante la propria vita contributiva.

In sostanza, al momento del pensionamento, l’intera somma versata dal dipendente all’Inps nel corso della sua vita lavorativa viene tradotta in un assegno mensile, sulla base di un calcolo matematico eseguito applicando un coefficiente che dipende da vari fattori come l’età del dipendente e le aspettative di vita. I coefficenti vengono modificati ogni tre anni, in quanto gli stessi devono essere adeguati ai cambiamenti delle aspettative di vita.

Sistema misto

Come abbiamo detto, la riforma delle pensioni del 1995 non introduce il sistema contributivo per tutti, ma prevede una sorta di periodo transitorio. In particolare, il calcolo della pensione con il sistema contributivo si applica solo per i contributi versati dopo il 1° gennaio 1996. O meglio, per chi a quella data aveva un certo numero di anni di contributi ha continuato ad applicarsi il sistema retributivo puro. Per chi, invece, non aveva abbastanza contributi si applica un sistema misto, in parte contributivo ed in parte retributivo. Per chi è stato assunto dopo il 1995 vale solo il metodo contributivo.

Tornando al sistema misto, questo si applica ai lavoratori con meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995 e a decorrere dal 1° gennaio 2012 anche ai lavoratori con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31 dicembre 1995.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva inferiore a 18 anni al 31/12/1995, la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità maturata fino al 31 dicembre 1995, in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità maturata dal 1° gennaio 1996.

Per i lavoratori con un’anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31/12/1995, la pensione viene calcolata in parte secondo il sistema retributivo, per l’anzianità maturata fino al 31 dicembre 2011 secondo le modalità proprie del sistema retributivo, e in parte con il sistema contributivo, per l’anzianità contributiva maturata dal 1° gennaio 2012.

È quindi fondamentale, per chi ha periodi di contribuzione a cavallo delle varie date spartiacque, capire bene qual è la propria anzianità contributiva e dove si collocano i vari periodi di contribuzione. Ciò incide, infatti, sia sul diritto ad andare in pensione sia sul calcolo dell’assegno.

Calcolo delle settimane contributive

Capire quante settimane contributive sono state pagate prima del 1995 e quante dopo, è importane perché da ciò deriva anche quanto sarà pesante l’assegno pensionistico che verrà riconosciuto dall’Inps.

Il calcolo dell’anzianità contributiva diventa, dunque, fondamentale. Come premesso, infatti, l’anzianità contributiva è un dato essenziale per stabilire sia se si ha diritto ad accedere alla pensione o ad altre provvidenze pubbliche, sia l’ammontare delle prestazioni pensionistiche stesse.

Ma facciamo un esempio concreto. Ad oggi per poter prendere la pensione di vecchiaia, sono necessari almeno 20 anni di contributi (ridotti a 15 qualora il lavoratore è in possesso di questa anzianità alla data del 31/12/1992) ed un’età anagrafica di 67 anni. Con riferimento ad altre situazioni basta, invece, il solo requisito contributivo non essendo richiesta un’età anagrafica minima. È il caso della cosiddetta pensione anticipata che viene erogata al maturare di una certa anzianità contributiva, a prescindere dall’età anagrafica.

L’anzianità contributiva, come abbiamo detto, non determina solo il diritto di prendere o meno la pensione ma condiziona anche quanti soldi si andranno a prendere, ossia la misura della pensione. Maggiori sono stati i versamenti contributivi, più elevato sarà l’assegno pensionistico a cui si avrà diritto.

L’anzianità contributiva viene determinata per la generalità dei lavoratori dipendenti in settimane contributive (nel numero di 52 settimane in un anno). Ciò significa che per ogni anno di intero lavoro del dipendente e, dunque, di contributi versati all’Inps, devono essere conteggiate 52 settimane contributive. Ad esempio, quando la legge esige che per l’accesso ad una determinata tipologia di pensione si abbiano almeno 40 anni di contributi si devono intendere 40×52 settimane = 2080 settimane contributive accreditate presso l’Inps.

Settimane contributive e Naspi

Il calcolo delle settimane contributive non rileva solo con riferimento alla pensione, ma anche per verificare il diritto a percepire altri tipi di provvidenze e sussidi dell’Inps.

Ad esempio, con riferimento all’indennità di disoccupazione, che oggi si chiama Naspi [3], il calcolo delle settimane contributive maturate prima della perdita del lavoro è importante per due motivi.

Innanzitutto, per poter prendere la Naspi il lavoratore deve aver cumulato almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Inoltre, le settimane contributive incidono anche sul periodo di durata del beneficio. Infatti, la Naspi viene corrisposta dall’Inps al lavoratore disoccupato mensilmente per un numero di settimane pari alla metà delle settimane contributive presenti negli ultimi quattro anni.


note

[1] L. n. 92/2012.

[2] L. n. 335/1995.

[3] D. Lgs. n. 22/2015; Circolare Inps n. 94 del 12.05.2015.


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6 Commenti

  1. Non avete scritto come si calcolano le settimane in un periodo (da…a…) inferiore all’anno. (es: numero di sabati, coefficiente di conversione da giorni a settimane (e per difetto o per eccesso)….). Grazie se potete chiarire

  2. Dovrei andare in pensione, fra poco avrò 67 anni, ma mi dicono che avrò una pensione di circa 700,00 euro al mese.
    Come faccio a mantenere una famiglia di 4 persone ? Posso chiedere di restare al lavoro almeno fino a 70 anni. Se un lavoratore ha l’esigenza di restare ancora al lavoro perchè non può farlo?

    1. Puoi trovare maggiori informazioni nei seguenti articoli:
      -Pensione a 67 anni: quando https://www.laleggepertutti.it/335536_pensione-a-67-anni-quando
      -Pensione a 67 anni: quanti anni di contributi? https://www.laleggepertutti.it/249368_pensione-a-67-anni-quanti-anni-di-contributi
      -Pensione a 67 anni, con quanti contributi? https://www.laleggepertutti.it/180709_pensione-a-67-anni-con-quanti-contributi
      -Pensionato che lavora: trattenute https://www.laleggepertutti.it/406905_pensionato-che-lavora-trattenute
      -Pensionato lavoratore: quale contratto? https://www.laleggepertutti.it/276849_pensionato-lavoratore-quale-contratto

      1. Scusi,ma quando si parla di contributi che ci vogliono per andare in pensione a quali ci si riferisce ?
        Quelli al diritto o quelli al calcolo ?

  3. Salve, nel mio estratto conto contributivo, a parte qualche anno dove sono riportate le settimane, negli altri anni sono riportati i giorni, esempio: 1998 giorni 286, 1999 giorni 242…
    in questo caso come viene fatto il calcolo per la pensione?

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