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Quando andare in pensione: ecco come ti frega l’Inps

13 Giugno 2019 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 Giugno 2019



Potresti andare in pensione più tardi per la rigidità del sistema informatico dell’Inps sul conteggio delle settimane. Pur avendo sempre lavorato.

Immagina di avere lavorato tutta la tua vita senza aver mai saltato un giorno di contributi. Quando maturi i tempi, già pregusti il momento di andare in pensione. Hai pure controllato la tua situazione sul sito dell’Inps e sai qual è il giorno in cui saluterai i colleghi, il giorno in cui cambierai vita. All’ultimo momento, però, l’amara sorpresa: la data della pensione slitta perché ti mancano dei giorni di contributi. Tu pensi: impossibile, ho tutte le carte che dimostrano il contrario. Non conta. C’è un modo in cui ti frega l’Inps su quando andare in pensione.

Tutta colpa del sistema informatico che calcola le tue settimane di contributi (perché l’Inps si basa sulle settimane e non su giorni o anni di contributi). Un sistema in grado di correggere gli errori in eccesso sul numero delle settimane ma non quelli in difetto. E per quella settimana che tu hai lavorato ma che il sistema dell’Istituto non riesce o non vuole correggere, ti tocca smettere di lavorare un mese più tardi. Ecco come ti frega l’Inps su quando andare in pensione.

Uno può dire: «Vabbè, un mese in più non mi cambia la vita». Ne sei sicuro? Immagina che dovrai prendere una pensione di circa 2.000 euro perché hai sempre avuto uno stipendio decente. E che nell’ultimo anno della tua vita lavorativa la tua azienda ha dovuto chiudere i battenti e tu hai percepito la Naspi. Quanto prendi di disoccupazione? 1.000 euro al mese se ti va bene? Significa che quel mese in più ti costringe a rinunciare alla metà di quello che ti spetta. Che regali quei soldi allo Stato per colpa della rigidità di un sistema informatico. Quindi, se ti chiedi quando andare in pensione, ecco come ti frega l’Inps.

Pensione: come funziona il sistema informatico dell’Inps

Grazie alla rigidità di un software, dunque, l’Inps è in grado di fregarti su quando andare in pensione. Lo conferma l’esperienza di un nostro lettore. Dopo avere lavorato una vita intera senza mai saltare un giorno di contributi versati, e secondo il calcolo che aveva trovato anche sulla sua pagina personale del sito dell’Istituto, doveva andare in pensione il 31 luglio. Con la famosa «finestra» di tre mesi, dunque, avrebbe percepito il primo assegno il 1° novembre.

In mano aveva tutti i documenti (alcuni su carta intestata dell’Inps) in cui si dimostrava che non c’erano dei buchi contributivi. Eppure, scopre che gli manca una settimana. E che per una settimana deve attendere un mese prima di percepire la pensione. Una bella fregatura, perché attualmente si trova in Naspi (come noto, la disoccupazione garantisce il versamento dei contributi) e la differenza tra ciò che prende adesso e ciò che prenderà in pensione supera i 1.000 euro. Un altro stipendio, insomma.

La conferma l’ha avuta al patronato a cui si era rivolto per avere la certezza di quando sarebbe andato in pensione. Il patronato, accedendo al sistema informatico dell’Inps che calcola le settimane contributive, gli informa del fatto che, in effetti, manca una settimana e che, quindi, andrà in pensione più tardi. Ma com’è possibile, se i documenti dicono il contrario?

Il nostro lettore, il 1° ottobre 1979, ha avuto un passaggio al contratto di apprendistato. Il suo datore di lavoro ha compilato due modelli 01/M, i vecchi moduli su cui venivano riportati le retribuzioni ed i contributi versati all’Inps. Un modulo comprendeva dal 1° gennaio al 30 settembre. Nove mesi, 40 settimane. L’altro, dal 1° ottobre al 31 dicembre. Tre mesi, 12 settimane. Totale: 12 mesi, 52 settimane. Come tutti gli anni da quando è stato inventato il calendario. Nessun buco, dunque.

E invece sì. Perché dal 1° gennaio al 30 settembre del 1979 non ci sono 40 settimane, ma 39. E il sistema informatico dell’Inps cosa fa? Corregge automaticamente quanto riportato dallo 01/M. Significa che in quei nove mesi hai perso una settimana.

La logica ed il buon senso vorrebbero che, allo stesso modo, il «cervellone» dell’Inps correggesse per compensazione anche il secondo 01/M, riportando le settimane dal 1° ottobre al 31 dicembre da 12 a 13. E invece no. L’Inps dice che questo non si può fare. Che ciò che il sistema non corregge in automatico, non si può modificare. Che forzare il programma è una roba impossibile. Tradotto, per quello che ti interessa: all’Inps risulta che hai lavorato una settimana in meno e, quindi, devi andare in pensione più tardi.

L’unica soluzione per il nostro lettore sarebbe stata quella di tornare nello studio del professionista per il quale ha lavorato nel 1979 e farsi correggere o rifare il secondo 01/M di quell’anno. Peccato, però, che il professionista sia ormai in pensione (lui ce l’ha fatta) e che abbia chiuso l’attività più di 10 anni fa.

Pensione: il peso della burocrazia

Morale della questione: nonostante gli sventolati cambiamenti, nonostante si dica che oggi all’Inps tutto funziona meglio, nonostante si pensi che i computer ci rendono la vita più semplice, casi come quello appena esposto (e documentato dal nostro lettore) dimostrano che, da un punto di vista burocratico, non è cambiato assolutamente nulla.

Perché se oggi guardo sulla mia pagina dell’Inps quando andrò in pensione e mi dice per quanto tempo mi sono stati versati i contributi ma poi scopro che, in realtà, conta solo il calcolo certificato dall’Istituto e non ciò che vedo sul sito, c’è qualcosa che non va.

Perché se la risposta di un funzionario è «un mese non cambia la vita», c’è qualcosa che non va. I conti a casa di un cittadino li fa il cittadino, non il primo impiegato dell’Inps che ha voglia di arrivare a conclusioni gratuite e frettolose.

Perché se l’Inps mi costringe a confrontare uno per uno i vecchi 01/M o altri documenti con i calendari relativi agli anni in cui ho cambiato azienda per contare il numero di settimane reali e quelle riportate sulle certificazioni, c’è qualcosa che non va.

Perché se un ragazzino riesce a entrare nei cervelloni della Nasa, ma l’Inps non ce la fa a creare un software in grado di correggere in automatico non solo le settimane in eccesso ma anche quelle in difetto, c’è qualcosa che non va.

Perché se per l’Inps una settimana vale un mese, c’è qualcosa che non va.


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