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Si possono attaccare le ferie alla maternità obbligatoria?

13 Luglio 2019
Si possono attaccare le ferie alla maternità obbligatoria?

Dopo la gravidanza, la neo-mamma ha interesse a stare più tempo possibile con il proprio neonato. Per questo, molto spesso, la madre lavoratrice si chiede se può prolungare il periodo di maternità prendendosi anche un periodo di ferie.

Lavorare o diventare mamma? A volte sembra che vi sia quasi un’incompatibilità assoluta tra la carriera e la maternità. Proprio per consentire una migliore conciliazione tra i tempi di vita e i tempi di lavoro, la legge ha introdotto tutta una serie di tutele a favore della lavoratrice che resta incinta e che, poi, diventa neo-mamma. La principale forma di tutela della lavoratrice madre è l’astensione obbligatoria dal lavoro per un certo numero di mesi fissati dalla legge.

Terminato questo periodo la lavoratrice spesso ha interesse a starsene ancora a casa senza essere penalizzata economicamente e, allora, si chiede: si possono attaccare le ferie alla maternità obbligatoria?

Come vedremo la risposta è affermativa. Alla luce di questo, la lavoratrice dovrebbe organizzare, prima del parto, una attenta programmazione delle ferie proprio al fine di poter disporre, una volta terminata la maternità obbligatoria, di un certo numero di giorni di ferie residue da utilizzare per “allungare” il periodo di astensione dal lavoro legato alla nascita del neonato.

Che cos’è la maternità obbligatoria?

Come abbiamo premesso, la legge italiana tutela le lavoratrici che restano incinte e diventano mamme. La tutela offerta alla lavoratrice madre riguarda due aspetti:

  • la salvaguardia della salute e della sicurezza della lavoratrice madre. E’ evidente che una lavoratrice incinta è maggiormente a rischio e, dunque, il datore di lavoro deve proteggere con particolare riguardo la sua salute e la sua sicurezza;
  • la tutela economica della lavoratrice madre. Il rapporto di lavoro è un rapporto di scambio. L’azienda paga il dipendente per il lavoro prestato. La lavoratrice madre, nel periodo in cui ha diritto a stare a casa, seguendo questa rigida regola non avrebbe diritto ad alcuna retribuzione. Ciò evidentemente costituirebbe un grosso limite per la donna che dovrebbe cercare di stare a casa il minor tempo possibile per limitare il danno economico. Per questo la legge prevede che durante il periodo di astensione dal lavoro la lavoratrice madre abbia comunque diritto ad un trattamento economico a carico dell’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps).

Con il termine maternità obbligatoria si intende il periodo nel quale la donna incinta e poi neo-mamma è obbligata a starsene a casa e a non recarsi al lavoro.

La legge [1] prevede il divieto assoluto di adibire al lavoro le donne:

  1. durante i due mesi precedenti la data presunta del parto;
  2. ove il parto avvenga oltre tale data, per il periodo intercorrente tra la data presunta e la data effettiva del parto;
  3. durante i tre mesi dopo il parto;
  4. durante i giorni non goduti prima del parto, qualora il parto avvenga in data anticipata rispetto a quella presunta. Tali giorni si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto, anche qualora la somma dei periodi di cui ai numeri 1) e 2) superi il limite complessivo di cinque mesi.

E’ stata introdotta proprio di recente [2] la possibilità di fruire della maternità obbligatoria tutta dopo il parto. In particolare, le lavoratrici, in alternativa a quanto abbiamo appena detto, possono decidere di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso, a condizione che il medico specialista del servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico del lavoro attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.

Al di là dell’ipotesi di fruizione della maternità obbligatoria tutta dopo il parto, introdotta di recente, era ed è comunque prevista dalla legge la flessibilità della maternità obbligatoria nel senso che, con idonea certificazione medica che attesta che non vi sono rischi per la lavoratrice e per il bimbo, la maternità obbligatoria può essere fruita a partire dal mese precedente la data presunta del parto e nei quattro mesi successivi al parto.

Dunque, per riassumere, la maternità obbligatoria dura in ogni caso 5 mesi che possono essere fruiti come segue:

  • ipotesi normale: 2 mesi prima del parto + 3 mesi dopo il parto;
  • ipotesi di flessibilità: 1 mese prima del parto + 4 mesi dopo il parto;
  • ipotesi nuova: 5 mesi dopo il parto.

Casi particolari di maternità obbligatoria

In certi casi, il divieto di adibire la lavoratrice incinta al lavoro scatta prima dei termini che abbiamo appena visto [3]. In gergo, si parla spesso di gravidanza a rischio o maternità a rischio. Ciò deriva talvolta dalle peculiari situazioni di salute della donna e, in altri casi, dalla particolare pericolosità delle attività di lavoro che la donna è chiamata a svolgere e che mal si conciliano con lo stato di gravidanza. Entriamo più nel dettaglio.

Il divieto di adibire la lavoratrice incinta al lavoro è anticipato a tre mesi dalla data presunta del parto quando le lavoratrici sono occupate in lavori che, in relazione all’avanzato stato di gravidanza, siano da ritenersi gravosi o pregiudizievoli.

Oltre all’ipotesi di lavori pericolosi, l’Ispettorato territoriale del lavoro (Itl) e l’Asl possono disporre l’interdizione dal lavoro delle lavoratrici in stato di gravidanza fino al periodo di astensione obbligatoria per uno o più periodi, la cui durata viene determinata direttamente dall’Itl o dalla Asl per i seguenti motivi:

  • nel caso di gravi complicanze della gravidanza o di persistenti forme morbose che si presume possano essere aggravate dallo stato di gravidanza;
  • quando le condizioni di lavoro o ambientali siano ritenute pregiudizievoli alla salute della donna e del bambino;
  • quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni.

In questi casi la lavoratrice che ritiene di avere i profili di rischio evidenziati deve presentare una apposita istanza alla Asl che dovrà emettere il provvedimento entro 7 giorni.

Maternità e ferie

Durante il periodo di maternità obbligatoria, la lavoratrice ha diritto a percepire un’indennità di maternità che viene erogata dall’Inps per il tramite del datore di lavoro e che la dipendente trova direttamente in busta paga.

La legge [4] stabilisce che i periodi di congedo di maternità devono essere computati nell’anzianità di servizio a tutti gli effetti, compresi quelli relativi alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia e alle ferie.

Ciò significa che, durante il periodo di maternità obbligatoria, il dipendente matura le ferie.

Le ferie, come noto, sono un periodo di astensione dal lavoro retribuito. In sostanza, un giorno di ferie è un giorno in cui il dipendente può stare a casa essendo comunque pagato dal datore di lavoro. Le ferie sono un diritto irrinunciabile del dipendente che gli viene riconosciuto al fine di recuperare le energie psico-fisiche.

Le ferie maturano mentre si lavora. La legge, infatti, fissa il periodo minimo di ferie che deve essere riconosciuto al dipendente, pari a 4 settimane annue. Questo periodo, però, matura man mano che si lavora.

Solitamente ogni dipendente matura 2,3 giorni di ferie per ogni mese di effettivo lavoro.

Durante i cinque mesi di astensione dal lavoro per maternità obbligatoria, dunque, la dipendente matura circa 11,6 giorni di ferie che si vanno ad aggiungere agli eventuali giorni di ferie maturati e non goduti alla data in cui è iniziata la maternità obbligatoria.

A differenza della maternità obbligatoria, le ferie non vengono maturate nell’eventuale periodo di maternità facoltativa, detta anche congedo parentale.

Alla fine del periodo di maternità obbligatoria, infatti, la neo-mamma può decidere di stare a casa per altri sei mesi ricevendo una indennità che, però, è pari solo al 30% della sua normale retribuzione. In questo caso, la legge [5] specifica che i periodi di congedo parentale sono computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia. Ciò significa che il congedo parentale riduce le ferie, la tredicesima e la quattordicesima che, nel periodo di fruizione della maternità facoltativa, non maturano.

Attaccare le ferie alla maternità obbligatoria

Terminato il periodo di maternità obbligatoria la donna neo-mamma dovrebbe tornare al lavoro. Tuttavia, la dipendente potrebbe avere interesse a stare più tempo al fianco del neonato e ritardare, dunque, il ritorno al lavoro.

In questo caso, la donna può sicuramente prendersi la maternità facoltativa che presenta, però, alcuni limiti, ossia:

  • è retribuita solo al 30% della normale retribuzione della dipendente;
  • riduce le ferie, che non maturano in quel periodo;
  • riduce la tredicesima e la quattordicesima, che non maturano in quel periodo.

Per questo motivo la dipendente, per non perdere la retribuzione e la maturazione di ferie e mensilità aggiuntive, può valutare di prendersi un periodo di ferie subito dopo la fine del periodo di astensione obbligatoria dal lavoro.

Nessuna norma vieta di attaccare le ferie alla maternità obbligatoria. Ciò è dunque possibile a due condizioni:

  • la dipendente abbia un saldo ferie positivo, ossia, abbia dei giorni di ferie non godute a disposizione;
  • il datore di lavoro decida di accettare la richiesta di ferie della lavoratrice. Da questo punto di vista, infatti, occorre ricordare che la scelta del periodo di ferie non spetta solo al dipendente ma deve essere concordata con il datore di lavoro in quanto le ferie devono essere programmate nel rispetto delle esigenze tecniche, organizzative e produttive aziendali.

Nella gran parte dei casi, il datore di lavoro non frappone ostacoli alla fruizione delle ferie dopo la maternità obbligatoria tuttavia non bisogna dare nulla per scontato in quanto, almeno sul piano formale e legale, le ferie sono stabilite dall’imprenditore, tenuto conto delle esigenze del lavoratore il quale, però, non può mai imporle all’impresa.

Sarà dunque compito della dipendente programmare le ferie, nel periodo precedente alla maternità, in modo tale da ritrovarsi, alla fine della maternità obbligatoria, un certo numero di giorni di ferie da attaccare al periodo di congedo post-parto.


note

[1] Art. 16 D. Lgs. n. 151 del 26.03.2001.

[2] Art. 1 co. 485 L. n.145 del 30.12.2018.

[3] Art. 17 D. Lgs. n. 151 del 26.03.2001.

[4] Art. 22 co. 3 D. Lgs. n. 151 del 26.03.2001.

[5] Art. 34 co. 5 D. Lgs. n. 151 del 26.03.2001.


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