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Il mio datore di lavoro non mi vuole licenziare

14 Giugno 2019


Il mio datore di lavoro non mi vuole licenziare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 14 Giugno 2019



Come farsi licenziare in tronco per avere la disoccupazione. I metodi legali e illegali con cui i lavoratori prendono la Naspi. 

Sembrerà anche a te assurdo che, proprio in un periodo di forte disoccupazione come quello che stiamo vivendo, dove si parla tanto di ricerca attiva del lavoro e di sostegni a chi non trova un impiego, tra le ricerche più frequenti che gli utenti digitano su Google vi è: trucchi per farsi licenziare. Che la gente cerchi un lavoro non è una novità; lo è, invece, il fatto che voglia perderlo e che, anzi, debba ricorrere a sotterfugi per raggiungere questo risultato. Ambita o meno che sia in Italia la disoccupazione, chi ha la vista corta vede probabilmente solo l’effetto immediato: l’assegno che eroga l’Inps a chi ha perso il proprio posto. È la cosiddetta Naspi. Naspi che però ha un costo per lo Stato, che viene in parte scaricato sulle aziende attraverso il pagamento di un “contributo”, una sorta di tassa su ogni licenziamento. Se poi si aggiunge che, dinanzi alla possibile contestazione di un dipendente, il risarcimento imposto dal tribunale è in grado di mettere in ginocchio una realtà imprenditoriale, è naturale incontrare una certa prudenza da parte dell’imprenditore. È fin troppo banale allora chiedersi: come mai il mio datore di lavoro non mi vuole licenziare? La risposta l’abbiamo già data.

C’è però chi, non contento di ciò, vorrebbe conoscere quali sono i modi legali per farsi licenziare (anche questa è una ricerca ricorrente su Google) e chi, invece, in modo più spregiudicato, studia direttamente il metodo come farsi licenziare per avere la disoccupazione.

Duole dirlo, ma esiste più di un modo per superare il problema di un datore di lavoro che non vuol licenziare. Del resto, nessuno può essere costretto a lavorare se preferisce stare a casa. Certo, la legge imporrebbe al dipendente di essere corretto e di rassegnare le dimissioni. Ma, in questo caso, non avrebbe più diritto all’assegno di disoccupazione. E, peraltro, sarebbe tenuto a lavorare durante il periodo di preavviso. Chi si dimette però non perde il Tfr: la liquidazione gli deve essere corrisposta immediatamente, già con l’ultima busta paga. 

Detto ciò, vediamo cosa succede se il datore di lavoro non vuole licenziare. Lo faremo ricorrendo a un esempio.

Cosa rischio se non mi presento al lavoro?

Immaginiamo una persona che si sia stufata di lavorare. Ha trovato un’altra attività autonoma che gli consente di lavorare di meno e, in proporzione, di guadagnare di più. Vorrebbe però che a licenziarlo fosse il datore di lavoro perché sa che, così facendo, l’Inps gli riconoscerà l’assegno di disoccupazione e per 18 mesi avrà l’ombrello dello Stato (leggi Cosa succede se non si va a lavorare).

Fatto sta però che il suo capo non vuole licenziarlo. Un po’ perché dovrà corrispondere oltre mille euro allo Stato per il cosiddetto ticket di licenziamento (introdotto dalla legge Fornero e che serve per finanziare la Naspi, cioè l’indennità di disoccupazione); un po’ perché teme che, dietro la richiesta del lavoratore possa nascondersi un tranello o che un ripensamento dell’ultimo minuto potrebbe costringerlo a sostenere una causa in tribunale.

Così il dipendente decide di farsi licenziare ossia di comportarsi in modo tale da costringere il datore a risolvere il rapporto di lavoro.

Ebbene, a nessuno piace pagare uno stipendio per una prestazione che non viene resa. Così, il lavoratore – che è un furbetto nell’accezione negativa del termine – decide di restarsene a casa. Non invia né giustificazioni, né certificati di malattia. Cosa rischia? Solo il licenziamento, che è proprio quello che voleva. Licenziamento per giusta causa che, peraltro, non comparirà in alcun certificato pubblico né potrà essere di pregiudizio per ottenere altre occupazioni o partecipare a concorsi pubblici.

Nel frattempo, presenta domanda di disoccupazione all’Inps e lì gli viene concessa. Assurdo? No, almeno per lo Stato italiano per il quale chi viene licenziato ha sempre diritto alla Naspi, anche se il licenziamento è dovuto a una condotta gravemente colposa o, come nel nostro caso, dolosa. 

Cosa rischia invece il datore di lavoro? Dovrà pagare giocoforza il ticket licenziamento (del resto, l’alternativa sarebbe stata corrispondere uno stipendio “a vuoto”). Impossibile invece, per il fannullone, contestare un licenziamento per assenza ingiustificata. 

Modi legali per farsi licenziare

In verità, il volersi fare licenziare è già di per sé illegale perché è rivolto a ottenere indebitamente un’erogazione dello Stato, la Naspi. Quindi, non esistono metodi legali per farsi licenziare. Chi vuole interrompere il lavoro deve per forza dimettersi spontaneamente. Ma attenzione: se è vero che farsi licenziare per avere la disoccupazione può costituire reato, è anche vero che non c’è modo per punire questo comportamento. Bisognerebbe “spaccare la testa” al dipendente e scoprire le sue reali intenzioni dietro comportamenti che danno luogo al licenziamento disciplinare. Cosa ovviamente impossibile. Non si può, infatti, perseguire penalmente un dipendente che:

  • compie assenze ingiustificate;
  • non invia un certificato di malattia;
  • non è presente a casa al momento della visita fiscale;
  • compie un atto di ribellione e di insubordinazione a un ordine del datore di lavoro;
  • viola un ordine di servizio sul lavoro;
  • risponde in modo sgarbato a un cliente;
  • si presenta sempre tardi sul lavoro o va via prima dell’orario di chiusura;
  • viola il regolamento aziendale.

Leggi anche Come farsi licenziare senza perdere la disoccupazione.

Questo è solo un esempio di comportamenti che costituiscono causa di licenziamento (per alcuni di questi, si parla anche di licenziamento in tronco, ossia «per giusta causa»). Comportamenti però che costituiscono solo un illecito civile, punito appunto con la risoluzione del rapporto di lavoro. Solo un accertamento delle ulteriori e intime intenzioni del dipendente – rivolte cioè con tali condotte a ottenere la Naspi – potrebbe generare un procedimento penale. Ma è inverosimile una prova di questo tipo, a meno che non sia stato il dipendente stesso a rivelarlo magari con una email o con una conversazione intercettata. Non sarebbe però un “furbetto”…

Farsi licenziare per avere la disoccupazione

Dunque, anche se farsi licenziare per avere la disoccupazione è illegale, non è di fatto punibile. La legge prevede, come detto, che chi viene licenziato per giusta causa, ossia per un comportamento in malafede, ha diritto alla Naspi.

Una strada alternativa per chi è in buona fede e non vuol essere scambiato per un truffatore dello Stato e dell’azienda, è dimettersi per giusta causa. Le dimissioni per giusta causa danno infatti diritto a ottenere l’assegno di disoccupazione e a interrompere il lavoro senza preavviso. Ma è necessaria una valida ragione che non consenta la prosecuzione del rapporto di lavoro neanche per un giorno. Si pensi a:

  • mancato pagamento di oltre 3 mensilità;
  • mobbing;
  • vessazioni e molestie sul lavoro;
  • discriminazioni sul lavoro;
  • mancato riconoscimento delle ferie o dei permessi dovuti per legge;
  • violenze sessuali o di altro genere;
  • diffamazione da parte dei superiori gerarchici;
  • omesso rispetto delle regole sulla sicurezza del lavoro: ad esempio uffici insalubri.

Perché il mio datore di lavoro non mi vuole licenziare?

Abbiamo già detto che il licenziamento implica due conseguenze per l’azienda: il pagamento della tassa sul licenziamento e il rischio di un’azione legale intrapresa dal dipendente. Ma c’è un altro fattore che ci piace sperare sia più risolutivo dei precedenti: una seria presa di posizione della legalità da parte dell’imprenditore, la consapevolezza che non si possono avallare richieste illegittime mettendo a carico della collettività dei fannulloni. 

note

Autore immagine:123rf com


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