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Ricorso Inps: chi paga le spese processuali?

16 Giugno 2019
Ricorso Inps: chi paga le spese processuali?

Invalidità civile, accompagnamento, pensione e altre cause in materia previdenziale e assistenziale: in caso di sconfitta chi paga l’avvocato e le altre spese legali?

Stai per fare un ricorso contro l’Inps. Le tue condizioni di reddito non sono particolarmente rosee, ma non rientri tra i beneficiari del gratuito patrocinio. In buona sostanza, l’avvocato lo devi pagare da te. Ti chiedi a questo punto, però, chi paga le spese processuali. Il tuo problema è sapere soprattutto se, in caso di sconfitta all’esito del processo, dovrai anche “risarcire” la controparte. Il tuo timore è fondato? In parte sì, in parte no.

L’argomento è stato trattato dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. È per noi lo spunto per riprendere un argomento che viene spesso a galla quando si parla di pensioni, assegni di invalidità civile, indennità di accompagnamento e tutte le controversie in materia previdenziale e assistenziale.

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di capire, in caso di ricorso Inps, chi paga le spese processuali.

Spese per l’inizio della causa

Come in tutti i giudizi di natura civile (quindi anche in materia di previdenza e assistenza), chi intraprende la causa anticipa le spese processuali. Significa che questi deve versare allo Stato il contributo unificato necessario all’avvio del processo, pagare al proprio avvocato la parcella per l’avvio della pratica (salvo diverso accordo) ed eventualmente anche i consulenti tecnici necessari al giudice per decidere.

Spese alla fine della causa

All’esito del giudizio, il giudice, con la sentenza, addebita tutte le spese legali sulla parte soccombente, ossia quella sconfitta. Quest’ultima dovrà versare alla controparte le spese da questa sostenuta (principalmente costituite dalla parcella dell’avvocato, liquidata secondo alcune tariffe indicate da un decreto ministeriale del 2014). È la cosiddetta condanna alle spese processuali.

Solo eccezionalmente il giudice può disporre la «compensazione delle spese» (in buona sostanza: ciascuno paga il proprio avvocato e le spese vive che ha sostenuto). Ciò avviene in presenza di gravi motivi, quando la questione affrontata è nuova o ha creato precedenti incerti in giurisprudenza o quando le rispettive domande delle parti vengono in parte accolte e in parte rigettate entrambe.

Spese in materia previdenziale e assistenziale

Nelle cause in materia di previdenza (pensioni) e assistenza (ad esempio accompagnamento, invalidità, ecc.), esiste una regola volta a tutelare le persone con ridotta disponibilità economica. Il Codice di procedura civile [2] stabilisce, in particolare, che chi ha un reddito pari al doppio della soglia fissata per accedere al gratuito patrocinio, ad oggi pari ad 11.493,82 euro ed aggiornata ogni due anni (per cui il doppio è pari a 22.987,64 euro in un anno), non deve pagare le spese processuali se perde la causa. In pratica, se il suo ricorso viene rigettato, il giudice non può addebitargli il costo dell’avvocato di controparte.

Attenzione però: per usufruire di questo beneficio è necessario, nel corso del processo, presentare un’apposita dichiarazione al magistrato in cui si dichiara qual è il reddito del ricorrente e che lo stesso è inferiore al tetto appena indicato.

Inoltre, tale beneficio è escluso nel caso di “lite temeraria”, ossia quella che comunemente viene definita la “causa persa in partenza”, fatta cioè senza alcun presupposto.

Pagamento delle spese processuali nei confronti del terzo chiamato in causa

L’esonero dal pagamento delle spese processuali in caso di soccombenza non riguarda solo l’Inps (o l’Inail), cioè la parte resistente, ma qualsiasi altra parte chiamata in giudizio (il cosiddetto «terzo chiamato»).

È vero – si legge sempre in sentenza – è principio ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità quello secondo cui le spese processuali sostenute dal terzo chiamato in causa dal convenuto, risultato vittorioso nella causa, sono poste a carico di chi lo ha citato senza che ve ne fossero i presupposti. E inoltre, rigettata la domanda dell’attore, il pagamento delle spese sostenute dal terzo chiamato in garanzia sono a carico del soccombente (ossia l’attore) che ha provocato e giustificato la chiamata del terzo. E ciò anche se l’attore soccombente non abbia formulato domanda nei confronti del terzo stesso. Ma questi principi non trovano applicazione nell’ambito del processo previdenziale e assistenziale.

Detto in parole ancora più povere, chi presenta ricorso contro l’Inps o contro l’Inail e lo perde, non è tenuto a pagare l’avvocato di nessuna delle parti in giudizio se ha un reddito inferiore al doppio della soglia per accedere al gratuito patrocinio.


note

[1] Cass. ord. n. 15659/19 dell’11.06.2019.

[2] Art. 152 disp. att. cod. proc. civ.

Art. 152 disp. att. cod. proc. civ. (Esenzione dal pagamento di spese, competenze e onorari nei giudizi per prestazioni previdenziali)

Nei giudizi promossi per ottenere prestazioni previdenziali o assistenziali la parte soccombente, salvo comunque quanto previsto dall’articolo 96, primo comma, del codice di procedura civile, non può essere condannata al pagamento delle spese, competenze ed onorari quando risulti titolare, nell’anno precedente a quello della pronuncia, di un reddito imponibile ai fini IRPEF, risultante dall’ultima dichiarazione, pari o inferiore a due volte l’importo del reddito stabilito ai sensi degli articoli 76, commi da 1 a 3, e 77 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115. L’interessato che, con riferimento all’anno precedente a quello di instaurazione del giudizio, si trova nelle condizioni indicate nel presente articolo formula apposita dichiarazione sostitutiva di certificazione nelle conclusioni dell’atto introduttivo e si impegna a comunicare, fino a che il processo non sia definito, le variazioni rilevanti dei limiti di reddito verificatesi nell’anno precedente. Si applicano i commi 2 e 3 dell’articolo 79 e l’articolo 88 del citato testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002. Le spese, competenze ed onorari liquidati dal giudice nei giudizi per prestazioni previdenziali non possono superare il valore della prestazione dedotta in giudizio. A tale fine la parte ricorrente, a pena di inammissibilità di ricorso, formula apposita dichiarazione del valore della prestazione dedotta in giudizio, quantificandone l’importo nelle conclusioni dell’atto introduttivo.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 6 febbraio – 11 giugno 2019, n. 15659

Presidente Curzio – Relatore Leone

Rilevato che:

La Corte di appello di Ancona con la sentenza n. 385/2017 aveva respinto l’appello proposto da B.E. avverso la decisione con la quale il Tribunale di Ascoli Piceno aveva rigettato la domanda dallo stesso proposta nei confronti dell’Inail diretta al riconoscimento della malattia professionale patita.

La Corte territoriale aveva escluso l’origine e causalità professionale della patologia, così confermando la decisione del tribunale, aveva esonerato la parte ricorrente dal pagamento delle spese processuali nei confronti dell’Inaili, stante il disposto dell’art. 152 disp. att. c.p.c. e la dichiarazione reddituale indicativa di redditi inferiori al limite di legge, ed aveva invece condannato parte ricorrente al pagamento delle spese processuali nei confronti della Picenambiente spa, chiamata in causa dall’Inail, in quanto causalmente riconducibile all’assicurato la chiamata in causa per l’eventuale esercizio dell’azione di regresso dell’Istituto assicuratore.

Avverso detta decisione il B. proponeva ricorso affidandolo ad un unico articolato motivo di censura, anche chiarito da successiva memoria, cui resisteva sia l’Inail che Picenambiente, ciascuno con controricorso. Anche Picenambiente depositava successiva memoria.

Considerato che:

Con l’unico motivo è lamentata la violazione e falsa applicazione dell’art. 152 disp. att. c.p.c. nonché la violazione e falsa applicazione dell’art. 106 c.p.c..

Il motivo riguarda la statuizione della corte anconetana in punto di liquidazione delle spese processuali, ed in particolare la condanna dell’assicurato alle spese di lite nei confronti della chiamata Picenambiente spa.

Il giudice del gravame ha infatti ritenuto che, nonostante l’appellante fosse esonerato dal pagamento delle spese processuali in ragione del disposto dell’art. 152 disp. att. c.p.c., stante la dichiarazione reddituale attestante redditi inferiori ai limiti indicati dalla disposizione, in qualità di soccombente era comunque tenuto a pagare le spese processuali in favore del terzo chiamato in causa (Picenambiente), “essendo causalmente riconducibile all’iniziativa dell’assicurato la chiamata in causa in garanzia effettuata dall’Inail per l’eventuale azione di regresso.

La censura proposta risulta fondata.

Deve rilevarsi che i principi secondo cui ” Le spese processuali sostenute dal terzo chiamato in causa dal convenuto, che sia risultato totalmente vittorioso nella causa intentatagli dall’attore, sono legittimamente poste, in base al criterio della soccombenza, a carico del chiamante, la cui domanda di garanzia o di manleva sia stata giudicata infondata” (Cass.n. 5195/2018; Cass. N. 7431/2012), ed ancora “In tema di spese giudiziali sostenute dal terzo chiamato in garanzia, una volta rigettata la domanda principale, il relativo onere va posto a carico della parte soccombente che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia, in applicazione del principio di causalità, e ciò anche se l’attore soccombente non abbia formulato alcuna domanda nei confronti del terzo” (Cass. n. 2492/2016), certamente validi nell’ordinario processo civile, non possano trovare applicazione nel processo previdenziale ove la regola della ricaduta delle spese processuali in capo alla parte soccombente, trova un limite nella particolare natura degli interessi in gioco e nella tutela specifica riconosciuta dall’ordinamento alll’assicurato/assistito attraverso il disposto dell’art. 152 disp. att. c.p.c.. Tale norma prevede infatti che, nei giudizi diretti ad ottenere prestazioni previdenziali (ed anche dell’assicurazione sociale) ed assistenziali, la parte soccombente sia esonerata dalle spese del giudizio se titolare di redditi nei limiti fissati dalla stessa disposizione.

Nel caso di specie, ferma la presenza dei requisiti reddituali in questione (tali da rendere possibile l’esonero per le spese nei confronti dell’Inali), doveva quindi farsi applicazione del disposto dell’art. 152 richiamato, nei confronti di tutte le parti processuali (e quindi anche il terzo chiamato), oltre che per il dato testuale della disposizione (..nei giudizi promossi), facente riferimento all’esonero rispetto alle spese del giudizio (nella sua interezza e rispetto a tutte le parti processuali) e non del solo convenuto, anche in virtù di una lettura complessiva della finalità della stessa disposizione, diretta a non scoraggiare l’assistito/assicurato nell’accesso alla giustizia rispetto a domande attinenti alla delicata materia della previdenza/assistenza.

Il ricorso deve qui di essere accolto e cassata la sentenza in relazione al motivo accolto. Non essendo necessari ulteriori approfondimenti istruttori, e decidendo nel merito, questa Corte dichiara non dovute le spese del giudizio nei confronti di Picenambiente spa.

Con riguardo al giudizio di legittimità le spese seguono il principio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza con riguardo al motivo accolto e, decidendo nel merito, dichiara non dovute le spese processuali nei confronti di Picenambiente Spa. Condanna in solido le controricorrenti al pagamento delle spese processuali liquidate in Euro 2.000,00 per compensi ed Euro 200,00 per esborsi oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.


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