Business | Articoli

Madonna e Gesù: lecito usarli nelle pubblicità?

5 Febbraio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 5 Febbraio 2018



Cedu: è lecito inserire le immagini di Cristo e della Madonna all’interno di slogan o per fare pubblicità

La pubblicità è l’anima del commercio, e fin qui siamo tutti d’accordo. Ma sempre a proposito di “anima” ci si domanda: fino a che punto ci si può spingere? Più nel dettaglio, la domanda è la seguente: si possono utilizzare le immagini della Madonna e di Cristo per fare pubblicità e per sponsorizzare la propria merce? A tanto risponderemo nel presente articolo, sulla base di quanto di recente affermato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Quando si pensa alla Madonna, a Gesù, agli Apostoli o ai Santi, al meno di norma, dovrebbero venire alla mente immagini sacre, artistiche, “pure” o quantomeno sobrie. Insomma nessuno di noi si sognerebbe di immaginare Gesù che, con un fare ammiccante, indossa jeans; men che meno ci si raffigurerebbe la  Madonna nei panni di una fotomodella. Ebbene, forse bisognerebbe abituarsi anche a tali rappresentazioni. Ed infatti, con una recente sentenza destinata a fare scalpore la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo [1] ha legittimato l’uso delle immagini sacre e dei simboli religiosi per fare pubblicità, con la conseguenza che tra i testimonial di prodotti commerciali ben potrebbero annoverarsi anche Gesù e Maria. Vediamo nel dettaglio cosa ha statuito la Corte di Strasburgo e quali le immagini sacre al centro della polemica.

Pubblicità e immagini sacre: la vicenda

La vicenda prende le mosse in Lituania e risale al 2012, quando la Sekmadienis Ltd – un’azienda di abbigliamento – per pubblicizzare i suoi capi aveva usato una serie di fotografie di modelli truccati da Cristo e Maria. L’azienda ha, dunque, pensato che nessuno meglio della Madonna e di Gesù avrebbe potuto fare da testimonial di jeans e magliette.

Pietra dello scandalo alcune fotografie tra cui quella che ritraeva un giovane uomo con i capelli lunghi, un’aureola intorno alla testa, tatuato che indossa un paio di jeans. Sotto l’immagine lo slogan: «Gesù, che pantaloni!». Oltre all’immagine dell’uomo che richiama Gesù la società aveva utilizzato anche quella di una giovane donna che indossava un abito bianco, anche lei con un’aureola e in mano una collana di perle accompagnata dallo slogan «Cara Maria, che vestito!».

Le immagini diffuse sul web e sui cartelloni avevano provocato la reazione di molti cittadini cattolici, offesi per lo sfruttamento di un’immagine sacra a fini commerciali. Le autorità lituane, così, erano scese in campo e avevano multato la società che si era servita dell’immagine e dello slogan per vendere vestiti. In particolare, l’Autorità lituana per la difesa dei consumatori aveva attivato l’Agenzia di concessione della pubblicità per la quale in effetti sussistevano violazioni dei limiti sulla decenza e sul rispetto della religione ed aveva quindi imposto il ritiro della campagna. L’azienda aveva presentato ricorso in tutti i gradi di giudizio in Lituania ma senza successo e alla fine si era rivolta alla Corte europea dei diritti umani che le ha dato ragione.

Gesù, Maria e pubblicità: la decisione della Corte Europea

Secondo i giudici della Corte Europea «non si può vietare l’uso delle immagini di Gesù e di Maria nelle pubblicità». Così statuendo, la Corte europea dei diritti umani ha di fatto legittimato l’uso dei simboli religiosi nelle campagne pubblicitarie e ha condannato la Lituania per aver multato un’azienda che si era servita delle figure di Gesù e della Madonna su poster e internet per vendere vestiti.

Dopo avere visionato le immagini e gli slogan utilizzati, apparsi su poster e su internet, i giudici di Strasburgo hanno affermato che le immagini «non sembrano essere gratuitamente offensive o profane» e che «non incitano all’odio» o possono essere considerate un attacco gratuito o violento a una religione. I giudici hanno ritenuto che «la libertà di espressione costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e una delle condizioni di base per il suo progresso e per l’autorealizzazione individuale di ciascuna persona» e che «si estende a idee che scioccano, offendono o disturbano». Inoltre, la Corte di Strasburgo ha rilevato che le autorità lituane hanno ritenuto le pubblicità contrarie alla morale pubblica perché non hanno «raggiunto un giusto equilibrio tra la protezione della morale pubblica e i diritti delle persone religiose da una parte, il diritto alla libertà d’espressione dell’azienda dall’altra». In definitiva, secondo la Corte il principio della libertà di espressione deve essere applicato e rispettato anche in ambito pubblicitario, pertanto ha condannato la Lituania a rimborsare alla società ricorrente, la multa pagata dall’azienda ed ogni ulteriore ed eventuale danno pecuniario dalla stessa subìto per l’inibizione della pubblicità.

La sentenza della Corte di Strasburgo ha sollevato fortissime polemiche, tant’ è che stata ribattezzata come una sentenza schock: «non c’è più Religione», verrebbe da dire.

note

[1] Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sez. IV, sent. del 30.01.2018 – Case of Sekmadienis Ltd vs Lithanie, application no. 69317/14.

Autore immagine: Pixabay.com


Per avere il pdf inserisci qui la tua email. Se non sei già iscritto, riceverai la nostra newsletter:

Informativa sulla privacy
DOWNLOAD

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI