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Operatore call center: quale contratto?

19 Giugno 2019
Operatore call center: quale contratto?

Sì lavoro subordinato a tempo indeterminato per operatori di call center dedicati alla vendita di prodotti se l’attività è svolta sotto il controllo del datore di lavoro.

C’è chi li chiama “i nuovi schiavi”, chi invece “i graziati” (da una sicura disoccupazione). Al di là dei punti di vista (quello di chi vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto), gli operatori dei call center riescono a trovare, in modo relativamente agevole, un’occupazione in un momento di forte crisi del mercato. Questo però a discapito di competenze duramente acquisite negli anni. Allo svilimento delle capacità professionali e lavorative, spesso si aggiunge anche lo sfruttamento: non sono poche le società che hanno assunto numerosi giovani con contratti a progetto (quando ancora erano possibili) o con collaborazioni esterne. Ma questo comportamento è legittimo? Per un operatore call center quale contratto prevede la legge? A dare una riposta è una recente ordinanza della Cassazione [1]. Vediamo cosa ha stabilito la Corte in questa occasione.

Nella sentenza in commento si sostiene che vanno considerati al pari di normali dipendenti gli operatori dei call center e delle vendite internet inseriti presso la sede aziendale, a maggior ragione se non è stato individuato un vero obiettivo del progetto e se il datore esercita su di loro un controllo quotidiano. Ciò significa che, se gli stessi sono stati invece assunti con contratti di collaborazione esterna, hanno diritto ad essere stabilizzati con un contratto di lavoro subordinato full time e a tempo indeterminato.

Per stabilire la natura effettiva del rapporto di lavoro, al di là di quanto formalmente indicato nel contratto, la Cassazione fa leva sui cosiddetti «indici rilevatori della subordinazione»: si tratta di un’indagine sulle concrete modalità di svolgimento della prestazione lavorativa per comprendere se questa è equiparabile al lavoro subordinato “tradizionale” o meno.

Le caratteristiche del lavoro subordinato sono note:

  • l’obbedienza agli ordini e alle direttive del datore di lavoro senza alcun margine di discrezionalità. Nel lavoro subordinato è il datore di lavoro a dire al dipendente cosa deve fare; questi non può sottrarsi alle direttive ricevute, altrimenti rischia pesanti conseguenze e sanzioni disciplinari per insubordinazione;
  • l’inserimento stabile nell’organizzazione imprenditoriale del datore mediante la messa a disposizione, in suo favore, delle proprie energie lavorative. Nel lavoro autonomo, invece, il lavoratore si impegna a consegnare un’opera, un servizio, un risultato e non a mettere a disposizione il proprio tempo;
  • l’assenza di un rischio economico in capo al lavoratore;
  • il luogo della prestazione che è la sede dell’azienda: questo elemento non è più decisivo come un tempo ben potendosi avere il telelavoro o il lavoro distaccato;
  • la predeterminazione e periodicità della retribuzione: il dipendente percepisce un fisso mensile, mentre un lavoratore autonomo è pagato ad opera realizzata senza fissi mensili;
  • la rigidità dell’orario di lavoro che invece non vale per il lavoratore autonomo;
  • la continuità nel tempo della prestazione lavorative e l’obbligo di concordare le ferie con il capo;
  • la natura personale della prestazione: il lavoratore subordinato lavora da solo e con strumenti del datore di lavoro mentre nel lavoro autonomo, spesso, il lavoratore si fa supportare da altri suoi collaboratori e si avvale di propri mezzi che ha acquistato da sé.

Tutti questi elementi, se presenti in gran parte nel caso dell’operatore call center, fanno sì che quest’ultimo possa accampare il diritto a chiedere una stabilizzazione, ossia un’assunzione a tempo indeterminato con le garanzie tipiche di un lavoratore dipendente (tredicesima, quattordicesima, permessi, malattie, ferie, Tfr, contributi, ecc.).

Nel caso di specie, la Cassazione ha rilevato che l’oggetto della collaborazione, quale risultava dai contratti prodotti, era generico e non individuava uno specifico compito (insufficienti sono stati ritenuti gli «obiettivi minimi» [2]. Inoltre, era emerso, all’esito dell’istruttoria, che l’attività era svolta presso la sede aziendale, con strumenti di proprietà della società e che il corrispettivo era determinato in misura fissa (forfettaria od oraria), con conseguente assenza di un rischio economico per i collaboratori.

Era stato, altresì, accertato che l’attività dei collaboratori, inserita nell’organizzazione imprenditoriale dell’appellante, era suscettibile di controlli in ordine al contenuto e alle modalità di svolgimento.

Infine, era risultata la messa a disposizione, da parte dei collaboratori, delle loro energie lavorative per gli incombenti di volta in volta necessari nell’attività commerciale.

A ragionare nello stesso modo, ma pervenendo ad opposto risultato, è stato il tribunale di Roma che, proprio quest’anno [3], ha stabilito quanto segue: «Deve escludersi la natura subordinata del rapporto di lavoro nell’ambito dei call center outbound qualora la società committente non possa disporre della prestazione lavorativa dei collaboratori che restano liberi di prestare la propria attività nelle ore prestabilite, potendo non presentarsi e non rendere alcuna prestazione».

Di nuovo, la stessa Cassazione ha precisato, qualche mese fa [4], che «In tema di qualificazione del rapporto di lavoro nell’ambito di un call center, va esclusa l’esistenza della subordinazione solo laddove la prestazione lavorativa sia contrassegnata dall’assenza di vincoli di orario e dalla mancata sottoposizione al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro. Risulta per contro compatibile con la configurabilità del lavoro autonomo il fatto di dovere periodicamente comunicare la fascia oraria di operatività, nonché l’esercizio di saltuari controlli da parte del cosiddetto “team leader“».

Secondo il tribunale di Catanzaro [5] è illegittima l’abusiva reiterazione di diciassette contratti di collaborazione coordinata e continuativa a progetto su base mensile in un arco temporale di diciassette mesi in un call center con modalità outbound, con conseguente accertamento della natura subordinata di un unico rapporto.


note

[1] Cass. ord. n. 16037/19 del 14.06.2019.

[2] Cass. sent. n. 28190/2017: «In tema di qualificazione del rapporto di lavoro, va riconosciuta la natura subordinata della prestazione, nonostante il “nomen iuris” adottato dalle parti, essendo stato rilevato che la stessa si svolgeva nei locali dell’azienda, con l’utilizzo di strumenti da quest’ultima messi a disposizione (computer, telefono, ecc.), in fasce orarie prestabilite con l’indicazione di obiettivi minimi da raggiungere e dei criteri di valutazione della prestazione, elementi sussidiari che, valutati nel loro complesso, rivelano la ricorrenza della subordinazione».

[3] Trib. roma, sent. n. 4343/2019.

[4] Cass. sent. n. 2724/2019.

[5] Trib. Catanziaro sent. del 18.04.2018.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 6 febbraio – 14 giugno 2019, n. 16037

Presidente Manna – Relatore Berrino

Rilevato che

il giudice del lavoro del Tribunale di Arezzo respinse la domanda della società ECOM 2000 srl volta all’accertamento dell’insussistenza delle obbligazioni contributive di cui al verbale di accertamento dell’Inps del 4.12.2006; la Corte d’appello di Firenze (sentenza del 18.3.2013), investita dall’impugnazione della predetta società, ha rigettato il gravame dopo aver rilevato che correttamente il primo giudice aveva accertato la natura subordinata dei rapporti di collaborazione intercorsi tra ECOM 2000 srl coi soggetti svolgenti funzioni di operatori di “call center” o di gestione del sito “web” della stessa società che gestiva la vendita via “internet” di occhiali da sole e da vista;

per la cassazione della sentenza ricorre la predetta società, cui resiste l’Inps con controricorso;

Considerato che

col primo motivo, dedotto per violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 c.c. e segg. nonché dell’art. 2094 c.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c. la ricorrente contesta l’impugnata sentenza per avere la Corte territoriale ritenuto che i rapporti di collaborazione lavorativa fossero di natura subordinata sulla base dei verbali redatti dagli ispettori dell’Inps senza che tale ente si fosse fatto carico di provare l’elemento costitutivo del preteso credito contributivo, vale a dire l’effettiva sussistenza del vincolo della subordinazione con riguardo ai rapporti lavorativi oggetto del contendere;

col secondo motivo, proposto per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in relazione all’art. 360 n. 5 c.p.c. la ricorrente lamenta l’erronea qualificazione, da parte dei giudici d’appello, dei rapporti lavorativi di collaborazione autonoma in esame come rapporti di lavoro subordinato, pur in mancanza di prova degli elementi indefettibili della subordinazione;

i due motivi, che per ragioni di connessione possono esser esaminati congiuntamente, sono infondati;

invero, attraverso entrambi i motivi la ricorrente tenta una inammissibile rivisitazione del merito istruttorio adeguatamente valutato dalla Corte territoriale attraverso una motivazione che sfugge ai rilievi di legittimità, in quanto esente da vizi logici o giuridici;

tra l’altro, nel sistema l’intervento di modifica dell’art. 360 c.p.c. n. 5 comporta un’ulteriore sensibile restrizione dell’ambito di controllo, in sede di legittimità, del controllo sulla motivazione di fatto. Invero, si è affermato (Cass. Sez. Un., 7 aprile 2014, n. 8053) essersi avuta, con la riforma dell’art. 360 c.p.c. n. 5, la riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in questa sede è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sé, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di sufficienza, nella mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico, nella motivazione apparente, nel contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili, nella motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile. Ma è evidente che nella specie la valutazione della natura subordinata dei rapporti lavorativi in esame non è affetta da alcuna di queste ultime anomalie, avendo il giudice d’appello espresso in modo chiaro e comprensibile i motivi a sostegno del suo convincimento sulla insussistenza di rapporti di natura autonoma;

infatti, la Corte d’appello di Firenze ha ben illustrato la ricorrenza nel caso di specie degli indici rivelatori della subordinazione, spiegando, anzitutto, che l’oggetto della collaborazione, quale risultava dai contratti prodotti, era generico e non individuava uno specifico opus; inoltre, era emerso, all’esito dell’istruttoria, che l’attività era svolta presso la sede aziendale, con strumenti di proprietà della società e che il corrispettivo era determinato in misura fissa (forfettaria od oraria), con conseguente assenza di un rischio economico per i collaboratori; era stato, altresì, accertato che l’attività dei collaboratori, inserita nell’organizzazione imprenditoriale dell’appellante, era suscettibile di controlli in ordine al contenuto e alle modalità di svolgimento; infine, era risultata la messa a disposizione, da parte dei collaboratori, delle loro energie lavorative per gli incombenti di volta in volta necessari nell’attività commerciale;

in definitiva, il ricorso va rigettato;

le spese di lite seguono la soccombenza della ricorrente e vanno liquidate a suo carico come da dispositivo, unitamente al contributo unificato di cui all’art. 13 del D.P.R. n. 115/02, ricorrendo i relativi presupposti di legge;

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese nella misura di Euro 6200,00, di cui Euro 6000,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15% ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del D.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.


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