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Sindrome della bocca urente

1 Agosto 2019 | Autore:
Sindrome della bocca urente

Cos’è la sindrome della bocca urente? Quali sono le cause? Quali sono i sintomi? In che modo è possibile alleviare il dolore? Quali sono i farmaci consigliati? Cosa può fare il lavoratore in malattia fuori dalle fasce orarie di reperibilità per la visita fiscale? Per scoprirlo, leggi il mio articolo.

E’ da un po’ di tempo che avverti una strana sensazione di dolore in bocca. In particolare, percepisci un bruciore orale diffuso e/o sintomi fastidiosi come la bocca secca e amara; disfagia (difficoltà a deglutire); ipoestesia (diminuzione della sensibilità);  parestesia (alterazione della sensibilità); sapore metallico in bocca; disgeusia (alterazione del senso del gusto); bruciore o dolore alla lingua, alle labbra, al palato, alle gengive e/o alla mucosa delle guance. Sintomi che possono presentarsi in maniera immediata o graduale. Potrebbe trattarsi della sindrome della bocca urente, meglio conosciuta come Bms (acronimo inglese di Burning mouth syndrome).

Nota anche come stomatopirosi, la sindrome della bocca che brucia è una patologia molto diffusa, specialmente tra le donne dopo i 50 anni nel periodo postmenopausa. Patologia che compare in assenza di evidenti lesioni locali, manifestazioni cliniche visibili sulle mucose o di alterazioni patologiche sistemiche. Pertanto, prima della diagnosi di Bms, è importante effettuare un’analisi accurata in modo da assicurarsi che, dagli esami, non risultino lesioni delle mucose orali e delle strutture parodontali.

In che modo è possibile gestire i sintomi? Quali sono le cause? Quanto può incidere la sindrome della bocca urente nella vita sociale del paziente? Chi ne soffre può raggiungere uno stato di benessere psicofisico?

Per avere maggiori informazioni, a seguire potrai leggere l’intervista al dr. Matteo Pacini, medico chirurgo, specialista in psichiatria, docente di Medicina delle Dipendenze presso il dipartimento di Psichiatria all’università di Pisa.

Sindrome della bocca urente: di che si tratta?

Letteralmente, si tratta di una situazione in cui la persona riferisce disagio per una sensazione di bruciore, indolenzimento, dolore da contatto o da attrito, secchezza o altra tipologia di sensazione spiacevole culminante in dolore, nella zona della bocca.

Tipicamente, il disagio è riferito al cavo orale; persiste per un tempo lungo, anche se non necessariamente, occupa tutto il giorno con la stessa intensità. Non si tratta, in maniera eclatante, di dolore meccanico, né di un dolore infiammatorio, anche se alla fine questi fattori possono sovrapporsi. Spesso, si riscontrano alterazioni della sensibilità, del gusto e dell’umore.

Si tratta di uno di quei disturbi che è definito in termini sintomatologici. Dico questo perché quando è così, di solito, significa che non si conoscono bene le cause prime o i meccanismi e, purtroppo, significa anche che non è semplice inquadrare una situazione specifica solo in base ad alcuni sintomi, magari non particolari.

Sindrome della bocca urente: chi colpisce?

Colpisce soprattutto soggetti di sesso femminile sopra i 50 anni, ma non ci sono categorie escluse.

Sindrome della bocca urente: come avviene la diagnosi?

Generalmente, ed è il percorso principale, si arriva a questo tipo di diagnosi “per esclusione”: l’esclusione non coincide con l’identificazione di una malattia, ma teoricamente di un insieme di casi accomunati dal fatto di non essere “altro”. Ancor peggio è quando le diagnosi definite per esclusione sono poi attribuite all’ambito psichiatrico: questo le rende mal definite doppiamente. Infatti, la diagnosi psichiatrica non si dovrebbe fare per esclusione, ma per “inclusione” di sintomi  psichici che si vedono o si documentano nel paziente.

In cosa consiste la diagnosi?

Come dicevamo, la diagnosi consiste nel rilevare sintomi che nel loro insieme non hanno giustificazioni di altro tipo. A mio avviso, è molto importante che, prima di assegnare all’ambito psichiatrico la diagnosi, o indicare “fattori” psicosomatici o “psicogeni”, sia eseguita una valutazione psichiatrica finalizzata a verificare che sussistano sintomi psichici.

In particolare, esiste una presentazione caratteristica delle sindromi somatiche che sono espressione di disturbi psichici: in particolare, esistono modalità di tipo ansioso-allarmato, altre di tipo ansioso-ossessivo, ovvero ipocondriaco, e altre di tipo depressivo.

Quando si parla di depressioni o disturbi d’ansia “mascherati” da bocca urente o altre sindromi corporee, si devono definire i due elementi: si deve cioè partire sì dalla bocca urente non giustificata da altre lesioni, ma si deve anche individuare, pur dietro la “maschera”, la sussistenza di una diagnosi di depressione o quant’altro. I sintomi psichici devono cioè esserci, anche se più difficili da individuare o non riportati come primo problema.

Quali sono i fattori locali, sistemici e psicologici associati alla sindrome della bocca urente?

I cosiddetti fattori psicologici sono spesso male interpretati. Ad esempio, quando si dice che un dolore è “psicogeno”, si usa impropriamente un termine che tecnicamente non significa niente. Semmai, dolore “psichico”, cioè associato ad una sindrome psichica, o legato ad un’alterazione percettiva che però correla con uno stato mentale generale. Si potrebbe cioè definire la bocca urente come una di quelle sindromi che fanno da polena, da facciata, a disturbi d’ansia o d’umore, e talvolta li mascherano.

La persona si lamenta del sintomo doloroso, cosicché spesso non si arriva a notarne i sintomi depressivi o ansiosi che, in realtà, sono ben visibili se si indaga.

E’ tuttavia difficile, a sindrome avanzata, che una persona non abbia sintomi depressivi o ansiosi, presi isolatamente, poiché le sindromi dolorose sono accompagnate comunque da un disagio mentale secondario. Così come in altre sindromi dolorose, per esempio la fibromialgia, la diagnosi non è molto più che un nome dato ad un insieme di sintomi. Alcune persone riferiscono il disagio come chiaramente legato a fattori mentali, altri no, ma questo non equivale a stabilire una relazione causa-effetto.

Sindrome della bocca urente: ci sono patologie responsabili o correlate?

Si usa distinguere tra forme primarie e secondarie (ad altre malattie). Non è scontato che vi sia un legame di causa-effetto con la malattia, ma si tratta di quei casi in cui c’è una malattia tale da far supporre che il meccanismo sia lo stesso alla base della bocca urente.

Quali sono le cure?

Non esistono cure universalmente riconosciute. Questo probabilmente perché la diagnosi non individua un solo disturbo, ma più entità. Va detto che diversi medicinali per cui è riferita una’utilità hanno in comune proprietà di tipo psichiatrico, oppure antidolorifico. Spesso si va a tentativi e si definisce la diagnosi “ex-juvantibus”, cioè in base a ciò che ha funzionato.

Se ha funzionato un farmaco psichiatrico, si sarebbe portati quindi a concludere che si tratta di una forma psichiatrica. Tuttavia, diversi farmaci hanno proprietà antidolorifiche, di controllo di sensazioni anomale, di effetto ansiolitico, di effetto antidepressivo. Ne consegue che, sostanzialmente, sapere che una sindrome è guarita con un farmaco antidepressivo, di per sé, non ci dice che si tratta di una depressione “mascherata” da bocca urente.

Dipendente assente per malattia: cosa può fare?

Dopo aver approfondito il tema della sindrome della bocca che brucia nell’intervista al dr. Matteo Pacini, avrai compreso che potrebbe trattarsi di «depressioni o disturbi d’ansia “mascherati” da bocca urente». Pertanto, se soffri di questa patologia e svolgi un’attività lavorativa, con molta probabilità, ti starai chiedendo se puoi assentarti dal lavoro e cosa puoi fare fuori dalle fasce orarie di reperibilità per la visita fiscale Inps. Prosegui nella lettura. Ti parlerò delle attività che può svolgere il lavoratore, in particolare il dipendente depresso, assente dal lavoro per malattia.

Cosa deve fare il lavoratore in malattia?

La giurisprudenza ha ribadito in numerose occasioni quali sono i doveri del dipendente assente per malattia.

Innanzitutto, il dipendente deve comunicare l’assenza al datore di lavoro nel più breve tempo possibile, seguendo le forme indicate nel contratto collettivo (tramite telefonata, sms o email). Nello stesso giorno, se possibile, il lavoratore deve sottoporsi ad una visita in modo che il proprio medico curante possa trasmettere il certificato di malattia all’Inps (in via telematica). Dopodiché, l’Inps lo metterà a disposizione dell’azienda.

Per tutelare la privacy del lavoratore, l’Inps non può comunicare all’azienda la patologia che ha costretto il lavoratore ad assentarsi; tuttavia, l’azienda può chiedere il controllo a casa con la visita fiscale (cliccando qui puoi leggere le ultime sentenze sull’argomento).

E’ bene ricordare che le fasce di orarie di reperibilità sono:

  • dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00 (per il lavoratore del settore privato);
  • dalle 9:00alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00 (per il lavoratore del settore pubblico).

Sono compresi i festivi ed il weekend. Nell’arco della stessa giornata, potrebbero seguire due visite.

Cosa può fare il lavoratore fuori dalle fasce di reperibilità?

Potrebbe anche uscire di casa, a condizione che l’uscita e le attività che intende svolgere non incidano sulla sua guarigione. In che senso? Il lavoratore non deve tenere comportamenti che potrebbero determinare una ricaduta e prolungare così il periodo di assenza dal lavoro per malattia. Ciò significa che se il dipendente viene scoperto fuori casa a svolgere un’attività (ludica o lavorativa che sia) incompatibile con la sua patologia, anche se effettiva e certificata, può essere licenziato, in quanto ha intenzionalmente ritardato il suo rientro al lavoro.

Pertanto, le attività che il lavoratore può svolgere fuori dalle fasce di reperibilità devono essere compatibili con la sua malattia ed il suo stato di salute.

Cosa può fare il dipendente assente dal lavoro per depressione? 

Chi è depresso può uscire di casa? La depressione e la sindrome ansiosa sono patologie compatibili con eventuali attività fuori dalle fasce di reperibilità? La depressione e l’ansia sono patologie psichiatriche che possono incidere sulla capacità lavorativa del dipendente; ciò non toglie che tali malattie non possano impedire lo svolgimento di altre attività meno stressanti e impegnative come una passeggiata al mare o l’aiutare un parente nella gestione della sua attività. Pertanto, sì all’uscita di casa o alla partecipazione a manifestazioni (come ad esempio un corteo), qualora queste siano compatibili con la malattia mentale del lavoratore.

La valutazione relativa alla compatibilità tra la patologia certificata e l’attività parallela deve essere effettuata caso per caso. Per stabilire se chi è in malattia per depressione può uscire di casa, occorre verificare ciò che fa durante l’assenza dal lavoro. Nell’ipotesi di contestazione dell’azienda, il lavoratore dovrà essere in grado di dimostrare che l’attività svolta è compatibile con la malattia e può addirittura agevolare il recupero del suo stato di salute.

note

Autore immagine: 123rf com.


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