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Segreto professionale giornalista: ultime sentenze

31 Luglio 2019
Segreto professionale giornalista: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: attività giornalistica; segreto professionale riconosciuto al giornalista; violazione del segreto professionale; segreto professionale; fonte della notizia.

L’attività giornalistica è tutelata dal segreto professionale. In cosa consiste? Il giornalista professionista iscritto all’albo non può essere obbligato a deporre indicando le sue fonti, specificando cioè i nomi delle persone da cui ha ricevuto informazioni di carattere fiduciario nell’esercizio della sua professione. Ci sono dei casi in cui il giudice può ordinare al giornalista di comunicare i nominativi per l’accertamento dei fatti e dell’identità della fonte? Scoprilo nelle ultime sentenze.

Segreto professionale riconosciuto al giornalista: cos’è?

Il comma 3 dell’articolo 200 del Cpp riconosce al giornalista il segreto professionale limitatamente al nominativo delle persone dalle quali ha ricevuto notizie fiduciarie, con la particolarità, rispetto alle altre categorie tutelate da segreto, che il giudice può ordinare al giornalista di indicare comunque la fonte delle notizie in suo possesso laddove tali notizie siano indispensabili per le indagini e sia necessario accertare l’identità della fronte.

Tale diritto al segreto, con il limitato ambito in cui esso può essere escluso, si riflette anche sulle condizioni e i limiti che devono caratterizzare il mezzo della perquisizione e del sequestro.

Infatti, il rispetto del principio di proporzionalità tra il segreto professionale riconosciuto al giornalista professionista a tutela della libertà di informazione e l’esigenza di assicurare l’accertamento dei fatti oggetto di indagine penale, impone che l’ordine di esibizione rivolto al giornalista ai sensi dell’articolo 256 del Cpp, e l’eventuale successivo provvedimento di sequestro probatorio, siano specificamente motivati anche quanto alla specifica individuazione della res da sottoporre a vincolo ed all’assoluta necessità di apprendere la stessa ai fini dell’accertamento della notizia di reato; con la conseguenza che il sequestro probatorio della memoria del personal computer di un giornalista che abbia opposto il segreto professionale è consentito soltanto ove siano ritenute l’infondatezza del segreto e la necessità dell’acquisizione per l’indagine, ma l’attività investigativa deve essere condotta in modo da non compromettere il diritto del giornalista alla riservatezza della corrispondenza e delle proprie fonti.

In definitiva, anche alla luce delle stringenti indicazioni dei principi della Cedu non può ritenersi legittimo il provvedimento che disponga l’attività di ricerca e l’eventuale sequestro di documenti per individuare la fonte del giornalista senza che sia esplicitata contestualmente la situazione particolare che, a determinate condizioni, consente di superare il diritto del giornalista alla segretezza della fonte.

Cassazione penale sez. VI, 24/02/2015, n.24617

Segreto professionale riconosciuto al giornalista e libertà di informazione

Il rispetto del principio di proporzionalità tra il segreto professionale riconosciuto al giornalista professionista a tutela della libertà di informazione, e quella di assicurare l’accertamento dei fatti oggetto di indagine penale, impone che l’ordine di esibizione rivolto al giornalista ai sensi dell’art. 256 c.p.p., e l’eventuale successivo provvedimento di sequestro probatorio siano specificamente motivati anche quanto alla specifica individuazione della res da sottoporre a vincolo ed all’assoluta necessità di apprendere la stessa ai fini dell’accertamento della notizia di reato.

(Fattispecie relativa ad un procedimento contro ignoti per il reato di cui all’art. 326 c.p. in relazione alla divulgazione della notizia di riunioni tenutesi presso la D.N.A., in cui la Corte ha ritenuto illegittimo il sequestro di “computer”, “pen drive”, DVD, lettore MP3, ecc. in uso ad un giornalista e, invece, legittimo il sequestro dei documenti intestati “D.N.A.”, anch’essi detenuti dal medesimo professionista).

Cassazione penale sez. VI, 15/04/2014, n.31735

Cosa rientra nel segreto professionale?

L’attività giornalistica secondo la previsione dell’art. 200 comma ultimo c.p.p. è tutelata dal segreto professionale per cui il giornalista professionista iscritto all’albo non può essere obbligato a deporre relativamente ai nomi delle persone dalle quali ha ricevuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della sua professione. La tutela deve ritenersi necessariamente estesa a tutte le indicazioni che possono condurre all’identificazione di coloro che hanno fornito fiduciariamente le notizie.

Rientra pertanto nel segreto professionale anche l’indicazione relativa alle utenze telefoniche di cui il giornalista disponeva nel periodo in cui ha ricevuto le notizie fiduciarie perché la stessa è dichiaratamente funzionale rispetto all’identificazione di coloro che tali notizie hanno fornito e la relativa richiesta è quindi in contrasto con il divieto posto dall’art. 200 c.p.p. cit.

Ne deriva che il giornalista il quale, sentito come testimone, si astiene dal deporre opponendo legittimamente il segreto professionale, anche in ordine a indicazioni che comunque possono essere utilizzate per risalire alla fonte delle notizie pubblicate, non si rende colpevole del reato previsto dall’art. 371 bis c.p.p. per aver taciuto, in tutto o in parte ciò che sa intorno ai fatti su cui viene sentito.

Cassazione penale sez. VI, 21/01/2004, n.22397

Trattamento dei dati personali

In tema di trattamento dei dati personali, l’eventuale segreto professionale della fonte della notizia non fa venire meno il dovere del giornalista di acquisire lecitamente i documenti relativi alle intercettazioni. In questi casi, il parametro della liceità, al pari di quello della correttezza, entrambi disciplinati dall’art. 11 d.lg. 30 giugno 2003 n. 196 (già art. 9 comma 1 lett. a) l. 31 dicembre 1996 n. 675), trova sostanza e contenuto anche nel rinvio che tale norma reca alle disposizioni dei codici penale e di procedura penale in ordine alla segretezza ed alla pubblicazione arbitraria degli atti del procedimento penale, le quali, così, assurgono ad ulteriore canone di valutazione di liceità delle pubblicazioni, anche a prescindere dagli eventuali profili penalistici della vicenda.

Cassazione civile sez. I, 18/07/2013, n.17602

Fonte della notizia

Il segreto di Stato può essere opposto solo dai pubblici ufficiali, dai pubblici impiegati e dagli incaricati di pubblico servizio; esso è posto a tutela di interessi squisitamente pubblici, correlati alla sicurezza, alla indipendenza, al prestigio, appunto, dello Stato. E se i fatti coperti da tale segreto non possono essere rivelati alla autorità giudiziaria, ovviamente non possono essere rivelati neanche ad giornalista.

Al giornalista è consentita, nei confronti del giudice o del PM, la opposizione del solo segreto professionale; ma tale opposizione semplicemente lo legittima a non rivelare la fonte della notizia di cui egli sia venuto in possesso, ma non garantisce certamente la rispondenza al vero della notizia stessa.

Se tale fonte è un (infedele) funzionario dello Stato, il giornalista può tutelarlo, opponendo il segreto professionale, ma, così facendo, assume il rischio derivante dalla impossibilità di provare la notizia che ha diffuso (nella specie, relativa alla pubblicazione di un articolo dal carattere diffamatorio nei confronti di un imam, accusato di aver pronunciato frasi che giustificavano l’uccisione di occidentali ma non di musulmani, la Corte ha confermato quanto disposto dalla Corte di appello che, preso atto dell’intervenuta prescrizione del reato, aveva comunque condannato il giornalista).

Cassazione penale sez. V, 11/01/2013, n.10964

Sequestro probatorio e segreto professionale

In tema di sequestro probatorio, l’esecuzione di una perquisizione e sequestro nei confronti di una delle persone indicate dagli art. 200 e 201 cod. proc. pen. non deve essere preceduta dall’avvertimento della facoltà di opporre il segreto professionale ( nella specie connesso all’attività di giornalista) o di ufficio e può dunque essere eseguita nelle forme ordinarie, senza ulteriori limitazioni sino all’opposizione per ” iscritto” del limite.

Cassazione penale sez. VI, 19/01/2018, n.9989

Sequestro probatorio della memoria del personal computer del giornalista

Il sequestro probatorio della memoria del personal computer di un giornalista che abbia opposto il segreto professionale è consentito soltanto ove sia ritenuta l’infondatezza del segreto e la necessità dell’acquisizione per l’indagine, ma l’attività investigativa deve essere condotta in modo da non compromettere il diritto del giornalista alla riservatezza della corrispondenza e delle proprie fonti.

Cassazione penale sez. I, 16/02/2007, n.25755

Violazione del segreto professionale

È diritto dei giornalisti quello di comunicare informazioni su questioni di interesse generale, purché ciò avvenga nel rispetto dell’etica giornalistica, che richiede che le informazioni siano espresse correttamente e sulla base di fatti precisi e fonti affidabili; costituisce, pertanto, un limite irragionevole alla libertà di stampa la condanna per ricettazione di giornalisti che, attenendosi alle norme deontologiche, abbiano pubblicato documenti di interesse generale pervenuti loro in conseguenza del reato di violazione di segreto professionale da altri commesso (nella specie, copia delle denunzie dei redditi di un importante manager francese).

Corte europea diritti dell’uomo sez. grande chambre, 21/01/1999, n.29183

Diritto di astenersi dal testimoniare

È manifestamente infondata – in riferimento all’art. 21 cost. – la questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli art. 348 e 351 c.p.p. “nella parte in cui non contempla il giornalista fra le persone che hanno diritto di astenersi dal testimoniare, in relazione al segreto professionale”.

Sostanzialmente la stessa questione è già stata dichiarata non fondata dalla corte con sentenza n. 1 del 1981 e non v’è prospettazione di nuovi profili od argomentazioni che possano indurre a discostarsi dalla precedente decisione.

Corte Costituzionale, 26/05/1981, n.78

Rifiuto di testimoniare

Sussiste la rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale riguardanti la mancata previsione del diritto del giornalista di astenersi dal deporre in giudizio a tutela del segreto professionale cui è obbligato per legge. Per contestarla si addebita ai giudici di merito di non avere valutato, in via interpretativa, la possibilità di giustificare, ex art. 51 c.p., come adempimento di un dovere (imposto dall’art. 2 della l. professionale) il rifiuto di testimoniare.

Ma i giudici hanno motivato sul punto; e l’eccezione di irrilevanza muove dall’equivoco di ritenere sovrapponibili i piani sostanziale e processuale del segreto professionale, che risultano separati in diritto positivo (salve le tassative ipotesi di cui all’art. 351 c.p.p.).

Corte Costituzionale, 28/01/1981, n.1



1 Commento

  1. La sanzione pecuniaria disposta nei confronti di un giornalista che viola il segreto istruttorio non è contraria all’art. 10 Cedu che assicura il diritto alla libertà di espressione se nell’articolo sono pubblicati dettagli inutili e non funzionali a un dibattito su una questione di interesse della collettività, ledendo per di più la privacy di vittime minorenni e se la stessa misura punitiva non è sproporzionata e non produce un effetto deterrente sulla libertà di stampa.

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