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Mantenimento figli: termini per chiedere rimborso

23 Giugno 2019
Mantenimento figli: termini per chiedere rimborso

Prescrizione mantenimento: le spese per il figlio devono essere restituite anche a distanza di molti anni. La diversa condizione tra chi si rivolge al giudice e chi, invece, non lo fa.

Immagina una coppia di conviventi che si separa dopo aver avuto un figlio. Il bambino rimane con la madre che, per i primi anni, provvede a tutte le sue spese senza chiedere nulla al padre (che peraltro si è defilato e non si fa più sentire). Quando il bambino compie 16 anni, la donna, che nel frattempo ha perso il lavoro, contatta l’ex compagno per chiedergli di contribuire al mantenimento del figlio (che a breve vorrà andare all’università) e di rimborsarle la metà delle spese pregresse. Può farlo nonostante sia trascorso tutto questo tempo?

Immagina un’altra coppia, questa volta marito e moglie. I due ricorrono al tribunale per ottenere una sentenza di separazione e poi quella di divorzio. Il giudice condanna l’uomo a pagare un assegno di mantenimento per la madre e uno per i due figli. Ma quest’ultimo fa orecchie da mercante e, con la scusa di non avere soldi a sufficienza per sé, fa mancare alla ex i viveri. Questa all’inizio si dimostra comprensiva, poi però perde la pazienza e avvia una causa per ottenere gli assegni mai versati. Anche in questo caso esiste una prescrizione da rispettare oppure l’azione può essere proposta anche dopo molto tempo?

Insomma, quali sono i termini per chiedere il rimborso del mantenimento dei figli? A spiegarlo è la giurisprudenza, da ultimo con una decisione della Cassazione [1]. Tratteremo qui di seguito la questione affrontando separatamente le due vicende esemplificate in premessa.

Rimborso spese senza sentenza che fissa il mantenimento figli

Nel primo dei due casi – quello cioè di una coppia che si separi senza che un giudice abbia mai fissato l’ammontare di un mantenimento – secondo la Cassazione il genitore che ha sempre sostenuto da solo spese per il figlio ha diritto a chiedere il rimborso di quanto sostenuto da solo anche dopo molti anni di distanza. Addirittura, lo stesso figlio potrebbe agire, una volta divenuto maggiorenne, per ottenere il risarcimento del danno per la perdita dell’affetto del genitore rimasto assente.

Ma qual è la prescrizione del diritto al rimborso del mantenimento figli per la madre? Secondo la giurisprudenza, il termine è di 10 anni. Se ad agire è, però, il padre (evidentemente quando la madre è scappata, magari all’estero) il termine di prescrizione inizia a decorrere dalla sentenza che ha accertato la paternità e non dalla nascita del bambino [2]. Difatti, la domanda di rimborso delle spese sostenute per il mantenimento del figlio da parte del genitore inadempiente presuppone l’accertamento della filiazione.

Come ha scritto la Suprema Corte per quanto riguarda il rimborso delle spese di mantenimento del figli, se ad esse ha provveduto integralmente uno soltanto dei suoi genitori, a questi spetta il diritto di agire in regresso, per il recupero della quota relativa al genitore inadempiente.

Rimborso spese dopo sentenza che fissa il mantenimento figli

Se una sentenza quantifica l’assegno di mantenimento a favore dei figli, il genitore che ha sostenuto le spese senza aver ricevuto nulla dall’ex può chiedere a quest’ultimo il rimborso, ma entro massimo 5 anni dalla scadenza della singola mensilità [3]. Quindi, non si ha un’unica prescrizione, ma tante prescrizioni diverse per ogni singolo assegno mensile di mantenimento, ciascuno con una data di scadenza diversa (ma pur sempre di cinque anni).

Leggi sul punto Assegno di mantenimento a coniuge e figli: prescrizione.

Facciamo un esempio. Se il marito non versa il mantenimento ai figli e l’ex moglie non agisce per sei anni né lo sollecita questa avrà sempre diritto, per il futuro, a ottenere il mantenimento, tuttavia, perderà la possibilità di rivendicare il pagamento delle mensilità più vecchie di cinque anni. Sempre per rimanere nell’ambito dell’esempio, se l’inadempimento è iniziato del 2010 e la moglie si attiva solo a fine 2016, avrà perso il diritto per tutto l’anno 2010 e 2011. Pertanto, non avremo un’unica prescrizione, ma tanti termini per quante sono le mensilità di mantenimento dovute, ciascuna delle quali inizia a decorrere dal mese successivo.

Il diritto a percepire l’assegno periodico di mantenimento, sia esso diretto al coniuge o ai figli, si prescrive nel termine di cinque anni dalla singola scadenza di pagamento. Sempre per rimanere nell’ambito degli esempi, la prescrizione della mensilità di mantenimento di gennaio 2015 inizia a decorrere da febbraio 2015 (un mese dopo) e si compie a gennaio 2020, ossia cinque anni esatti dopo; quindi a partire da febbraio 2020 non si può più chiedere l’arretrato perché prescrittosi. Invece, la prescrizione della mensilità di mantenimento dovuta per febbraio 2015 inizia a decorrere da marzo 2015 e si compie a febbraio 2020; quindi, a marzo 2020 non si può più chiedere l’arretrato; e così via.

Inadempimento di un genitore e blocco stipendio

Se uno dei genitori non adempie all’obbligo di mantenimento, l’altro o chiunque vi abbia interesse (di regola il genitore adempiente o chi in concreto sopporta gli oneri del mantenimento), può presentare istanza al presidente del tribunale: quest’ultimo, sentito l’inadempiente ed assunte informazioni, può ordinare con decreto che una quota dello stipendio dell’obbligato, in proporzione agli stessi, sia versata direttamente all’altro coniuge o a chi sopporta le spese per il mantenimento, l’istruzione e l’educazione della prole.

Il decreto, notificato agli interessati ed al terzo debitore, costituisce titolo esecutivo.

Genitore assente e risarcimento del danno

Il genitore “fantasma”, poco o per nulla presente nella vita del figlio, rischia di dovergli pagare i danni non patrimoniali. Disinteressarsi della prole, infatti, non costituisce soltanto una grave violazione degli obblighi di assistenza che la Costituzione (articoli 2 e 30) e le norme internazionali fissano in capo al padre e alla madre, ma – incidendo su beni fondamentali – integra anche un illecito civile e apre le porte a un’autonoma azione risarcitoria.

I giudici ribadiscono che la nascita di un figlio è sempre fonte di responsabilità per entrambi i genitori.

Occorre anche tenere presente che, a seguito di separazione, il genitore non convivente con i figli non si può ritenere esonerato dall’occuparsene, neanche nel caso in cui sia l’altro genitore a consentirlo o, anzi, a tentare, per desiderio di libertà o per rivalsa, di tenerlo fuori dalla vita dei figli. Questi ultimi, infatti, una volta cresciuti, potranno comunque chiamare in giudizio il genitore assente per chiedergli il risarcimento dei danni non patrimoniali. Non a caso, rischia una sanzione anche la madre che, pur senza mettere a disagio il figlio boicotti la frequentazione con il padre ledendo così il diritto del minore alla bigenitorialità.

Con la procreazione, i figli acquisiscono il diritto di essere mantenuti ed educati dai propri genitori e di condividere con loro la relazione “filiale” sia nella sfera privata e affettiva, sia in ambito sociale.

Di conseguenza, la violazione da parte del genitore di questi diritti rappresenta un inadempimento grave nei confronti dei figli e fa scattare il risarcimento dei danni provocati. Lo ha affermato la Corte d’appello di Bologna con la sentenza 697 del 2019, che ha confermato la condanna in primo grado nei confronti di un padre che non aveva riconosciuto la figlia.


note

[1] Cass. ord. n. 16404/19 del 19.06.2019.

[2] Cass. ord.. 21364/2018.

[3] Cass. sent. n. 6975/2005.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 7 maggio – 19 giugno 2019, n. 16404

Presidente Genovese – Relatore Campese

Fatti di causa

1. Con sentenza del 20 settembre 2016, resa all’esito di un procedimento introdotto da G.P. , madre del minore G.D.G.G. , con ricorso ex art. 148 c.c. e proseguito con il rito ordinario disposto dal giudice istruttore, il Tribunale di Tivoli quantificò in 500,00 mensili, oltre il 50% delle spese mediche non coperte dal servizio sanitario nazionale e di istruzione, l’entità del contributo al mantenimento di quel minore dovuto dal padre naturale, D.G.L. , e condannò quest’ultimo a corrispondere alla G. l’ulteriore somma di Euro 60.000,00, di cui Euro 10.000,00 a titolo di rimborso delle spese di mantenimento del figlio esclusivamente da lei sostenute fin dalla nascita del medesimo ed Euro 50.000,00 quale risarcimento dei danni arrecati allo stesso.

1.1. Con sentenza del 9 aprile 2018, n. 2270, la Corte di appello di Roma, adita dal D.G. , accolse parzialmente il gravame da lui proposto avverso la descritta decisione: in particolare, respinse la domanda risarcitoria formulata dalla G. , ritenendo che la stessa non avesse originariamente agito quale rappresentante del menzionato minore, qualità tardivamente invocata solo innanzi ad essa; confermò, per il resto, le statuizioni del tribunale, procedendo ad un nuovo regolamento delle spese processuali di entrambi i gradi.

2. Avverso questa sentenza D.G.L. ricorre per cassazione, affidandosi a quattro motivi, mentre la G. è rimasta solo intimata.

Ragioni della decisione

1. Le formulate doglianze prospettano, rispettivamente:

I) “Violazione e falsa applicazione del combinato disposto dell’art. 316 – bis c.c. e degli artt. 156 e ss. c.p.c. (nullità della sentenza per violazione del procedimento)”, perché la corte distrettuale, pur avendo rilevato che il procedimento instaurato dalla G. ex art. 148 c.c. avrebbe dovuto essere definito con decreto monocratico all’esito di una fase di cognizione sommaria, aveva ritenuto che non era dal mutamento nel rito ordinario che fosse derivata la prospettata lesione dell’attività processuale, ma dall’omissione, all’esito di detto mutamento, della fase istruttoria di merito. Ti suo errore giuridico era stato, dunque, quello di non considerare un tale vizio procedimentale motivo di annullamento della sentenza appellata, con conseguente rimessione del processo innanzi al giudice di prime cure (individuato nel presidente del Tribunale di Tivoli);

II) “Violazione e falsa applicazione del combinato disposto dell’art. 316 – bis c.c. e degli artt. 158 e 281 – septies c.p.c. (nullità della sentenza derivante dalla costituzione del giudice), nonché omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5”, per avere la corte capitolina omesso di pronunciarsi sullo specifico motivo di gravame relativo al fatto che il Tribunale di Tivoli, piuttosto che decidere collegialmente sul ricorso della G. , avrebbe dovuto rimetterne la decisione al giudice monocratico ai sensi dell’art. 281 – septies c.p.c.;

III) “Violazione e falsa applicazione dell’art. 148 c.c. (oggi 316 – bis c.c.). Omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5”. Si assume che le richieste delle G. riguardanti il risarcimento per i danni subiti dal figlio minorenne ed il rimborso della quota per il suo mantenimento fin dalla sua nascita erano da considerarsi inammissibili nel giudizio introdotto ex art. 148 c.c., dovendo essere formulate in un procedimento da svolgersi nelle forme ordinarie. La corte a quo, invece, pur avendo disatteso la prima di tali istanze (sebbene per carenza di legittimazione attiva della G. ), aveva invece confermato la condanna dell’appellante quanto all’importo della seconda pur essendone la corrispondente pretesa affatto sfornita di prova;

IV) “Omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5”, per non avere la sentenza impugnata considerato l’intervenuta prescrizione del diritto di regresso esercitato dalla G. con la domanda di restituzione della quota di mantenimento del figlio minorenne gravante sull’appellante.

2. I primi due motivi, esaminabili congiuntamente perché connessi, non meritano accoglimento.

2.1. Invero, la Corte di appello di Roma, dopo aver esaurientemente descritto i vizi procedimentali verificatisi in primo grado, e le loro conseguenze sul diritto di difesa del D.C. , ha ritenuto, affatto correttamente, che gli stessi non rientrassero tra le ipotesi di cui agli artt. 353 e 354 c.p.c., uniche ad imporre la rimessione del processo innanzi al giudice di primo grado, ed ha quindi, sostanzialmente, proceduto al rinnovato esame del merito delle originarie pretese della G. .

2.2. Nessun seguito, pertanto, possono trovare le doglianze ancora oggi formulate, sul punto, dal ricorrente, che mostrano, evidentemente, di non aver colto, in parte qua, la effettiva ratio decidendi del provvedimento impugnato.

3. Miglior sorte non merita il terzo motivo.

3.1. Infatti, qualsivoglia doglianza dell’odierno ricorrente riferita all’originaria domanda risarcitoria della G. sarebbe qui inammissibile per carenza di interesse, non essendo quest’ultimo rimasto soccombente, sullo specifico punto, innanzi alla corte capitolina (cfr. Cass. n. 6894 del 2015; Cass. n. 658 del 2015; Cass. n. 7057 del 2010).

3.2. Quanto, invece, al rimborso delle spese di mantenimento del minore, rileva il Collegio che ove ad esse abbia provveduto integralmente uno soltanto di suoi genitori (come pacificamente accaduto nella specie), a questi spetti il diritto di agire in regresso, per il recupero della quota relativa al genitore inadempiente, secondo le regole generali sul rapporto fra condebitori solidali: come si desume, in particolare, dall’art. 148 c.c. (richiamato dall’art. 261 c.c., entrambi nei rispettivi testi, qui applicabili ratione temporis, vigenti anteriormente al D.Lgs. n. 154 del 2013, entrato in vigore il 7 febbraio 2014), che, prevedendo l’azione giudiziaria contro tale genitore, postula il diritto del genitore adempiente di agire (appunto, in regresso) nei confronti dell’altro (cfr. Cass. n. 15063 del 2000; Cass. n. 10124 del 2004).

3.2.1. A tanto deve soltanto aggiungersi che: i) il procedimento in esame, benché introdotto con ricorso ex art. 148 c.c., è comunque proseguito con il rito ordinario disposto dal giudice istruttore (benché con i vizi rilevati dalla corte distrettuale che, pertanto, ha provveduto al riesame del merito delle domande della G. ); ii) il prospettato vizio motivazionale è radicalmente inammissibile, perché riferito ad una sua nozione non riconducibile ad alcuna delle ipotesi previste dal codice di rito, ed in particolare non sussumibile nel vizio contemplato dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (nella formulazione disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ratione temporis, risultando impugnata una sentenza resa il 9 aprile 2018), atteso che tale mezzo di impugnazione può concernere esclusivamente l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti; iii) le argomentazioni oggi esposte dal ricorrente quanto all’entità del rimborso impostogli si risolvono, invece, sostanzialmente, in una critica al complessivo governo del materiale istruttorio operato dal giudice a quo: ciò non è ammesso, però, nel giudizio di legittimità, che non può essere surrettiziamente trasformato in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere gli esiti istruttori espressi nella decisione impugnata, non condivisi e, per ciò solo, censurati al fine di ottenerne la sostituzione con altri più consoni alle proprie aspettative (Dott. Cass. n. 21381 del 2006, nonché la più recente Cass. n. 8758 del 2017).

3. Il quarto motivo, infine, è inammissibile.

3.1. La sentenza impugnata nulla contiene quanto all’eccezione di prescrizione come oggi invocata dal D.C. .

3.1.1. Per giurisprudenza pacifica di questa Corte, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorso deve, a pena di inammissibilità, non solo allegare l’avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito, ma anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto in virtù del principio di autosufficienza del ricorso. Invero, i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, nè rilevabili d’ufficio (Cfr., ex multis, Cass. n. 20694 del 2018; Cass. n. 15430 del 2018; Cass. n. 23675 del 2013; Cass. n. 7981 del 0707; Cass. n. 16632 del 2010). In quest’ottica, il ricorrente ha l’onere di riportare, a pena d’inammissibilità, dettagliatamente in ricorso gli esatti termini della questione posta in primo ed in secondo grado (cfr. Cass. n. 9765 del 2005; Cass. n. 12025 del 2000): onere rimasto, nella specie, assolutamente inadempiuto.

4. Il ricorso va, dunque, respinto, senza necessità di alcuna pronuncia in ordine alle spese del giudizio di legittimità, essendo la G. rimasta solo intimata, altresì rilevandosi che, dagli atti, il processo risulta esente dal contributo unificato, sicché non trova applicazione il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17.

5. Va, disposta, da ultimo, per l’ipotesi di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del D.Lgs. n. 196 del 2003.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Dispone, per l’ipotesi di diffusione del presente provvedimento, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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