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Figlio disabile: mantenimento

2 Agosto 2019 | Autore:
Figlio disabile: mantenimento

Chi deve occuparsi del ragazzo con invalidità o handicap in caso di separazione o divorzio? Basta pagare o c’è anche l’obbligo di presenza fisica?

Già una separazione o un divorzio comporta normalmente una situazione difficile da superare. Se, in più, c’è di mezzo un figlio con disabilità, la questione può diventare più delicata. La legge e, ancor prima, il buon senso, dicono che occorre garantire alla prole il necessario per vivere anche dopo la fine di un matrimonio. A maggior ragione quando fa parte della prole una persona con un’autonomia fisica o psichica limitata. Di conseguenza, viene da chiedersi come funziona il mantenimento di un figlio disabile.

Gli aspetti da considerare sono diversi. Ad esempio: che succede quando il figlio portatore di handicap diventa maggiorenne ed il suo grado di disabilità non gli impedisce di svolgere un’attività lavorativa e, quindi, di guadagnarsi uno stipendio? In questo caso, il figlio disabile ha diritto, comunque, al mantenimento?

E ancora: che succede se accanto al figlio disabile resta solo un genitore dopo la separazione? Oltre al mantenimento del ragazzo, il genitore assente deve riconoscere qualcosa a quello che è rimasto a casa con il figlio e che, pertanto, ha l’onere di accudirlo?

E se il figlio disabile è nato fuori dal matrimonio, cioè durante un rapporto di convivenza, ha diritto al mantenimento come chi è venuto al mondo da genitori sposati?

Infine: in caso di separazione o di divorzio, il fatto che ci sia un figlio disabile modifica il diritto di visita del genitore assente? Implica, cioè, l’obbligo di una maggiore frequenza?

La legge e la giurisprudenza rispondono a queste e ad altre domande su figlio disabile, mantenimento, diritto di visita e diritti del genitore che lo accudisce. Vediamo in quali termini.

Figlio disabile e mantenimento: princìpi generali

A dettare le principali regole sul mantenimento di un figlio disabile dopo la fine di un matrimonio o di una convivenza è una sentenza del tribunale di Potenza [1] relativa proprio a questo argomento. Un pronunciamento che offre diversi spunti importanti.

I giudici, innanzitutto, ricordano che per i figli disabili maggiorenni viene applicata esattamente la stessa regola che riguarda i figli minorenni [2]. Si tratta di un articolo del Codice civile secondo cui un magistrato, dopo avere fatto le opportune considerazioni in base alle circostanze del caso, può disporre in favore di un figlio maggiorenne non autonomo da un punto di vista economico il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno – conclude il Codice civile – va versato direttamente al figlio e, pertanto, è quest’ultimo l’unico e legittimo destinatario.

Quello che il giudice non può decidere, invece – sempre secondo la sentenza del tribunale lucano –, è l’affidamento del figlio disabile maggiorenne in quanto, con il compimento dei 18 anni vengono meno la presunzione legale di incapacità e la responsabilità genitoriale.

Detto questo, la sentenza dei giudici potentini ha stabilito che, quando un figlio maggiorenne presenta una disabilità assoluta e globale (che, cioè, interessa l’ambito fisico ma anche quelli intellettivo e comportamentale) è dovere dei genitori provvedere al suo mantenimento ed a garantirgli accudimento e cure.

Figlio disabile: se lavora ha diritto al mantenimento?

È sempre la giurisprudenza a stabilire che se un figlio disabile trova un’occupazione ha diritto, comunque, al mantenimento da parte dei genitori. Secondo la Cassazione, infatti [3], l’assegno non può essere escluso per il solo fatto che il ragazzo abbia trovato un lavoro. Questo perché la presenza di una determinata patologia comporta il dovere dei genitori di farsi carico (fosse anche in parte) delle esigenze del figlio in quell’ottica di solidarietà che ispira gli obblighi familiari disposti dal nostro ordinamento. In altre parole, un figlio disabile che lavora o che percepisce una pensione di invalidità o un’altra prestazione sociale resta, pur sempre, una persona bisognosa di assistenza anche economica.

Inoltre, la Suprema Corte ribadisce che il genitore che continua a farsi carico dell’assistenza del figlio non autosufficiente e diventato maggiorenne, ha diritto a pretendere dall’ex coniuge un contributo per il mantenimento del ragazzo.

Figlio disabile: il risarcimento a chi lo cura da solo

E proprio su quest’ultimo aspetto non c’è solo la citata sentenza della Cassazione, ma anche quella del tribunale di Potenza di cui abbiamo parlato all’inizio. Può capitare, infatti, che accanto al figlio disabile sia rimasto solo uno dei genitori, mentre l’altro abbia fatto mancare pesantemente la sua presenza e, di conseguenza, l’accudimento e le cure necessarie.

Per i giudici, esiste la possibilità di avviare un’azione giudiziaria estranea al procedimento di separazione o di divorzio per chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale recato dalla violazione dei doveri in materia di assistenza e di mantenimento nei confronti del figlio.

Figlio disabile: il diritto di visita

Da quanto detto fin qui appare ovvio che il mantenimento di un figlio disabile non consiste soltanto nel garantirgli un supporto economico ma anche affettivo. La qualità della vita si può misurare in euro ma anche (a volte soprattutto) nel modo in cui si è seguiti e curati quando più si ha bisogno.

È di questo avviso il giudice di Potenza quando, nella sentenza riportata in nota, ricorda che un figlio con disabilità ha il diritto di mantenere un rapporto continuativo ed equilibrato con entrambi i genitori e con ciascuno di loro e di ricevere dal padre e dalla madre l’assistenza materiale e morale di cui necessità [4]. In caso di disabilità non solo grave ma anche assoluta – si legge ancora – il magistrato deve interpretare la legge in un modo che va al di là della semplice equiparazione del figlio maggiorenne a quello minorenne, ispirandosi ai princìpi sanciti dalla Costituzione in materia di diritti inviolabili dell’uomo e dei doveri dei genitori [5].

Tradotto in parole ancor più semplici, il figlio disabile ha diritto a:

  • avere delle visite e dei rapporti frequenti con i parenti;
  • avere delle cure speciali, continuative e permanenti da parte dei genitori. Cure di cui non sempre possono occuparsi altri soggetti.

Di queste cure fa parte il sostegno economico, cioè il mantenimento destinato alla sopravvivenza fisica del figlio disabile anche se – conclude il giudice – i soldi non possono mai sostituire il rapporto personale tra il figlio ed il genitore.



4 Commenti

  1. Buona sera,vorrei sapere nel caso mio ,il padre di mia figlia mi ha lasciato, è vuole rinunciare a la patia potestà, è addirittura togliergli il cognome a mia figlia che a la trisonomia 21, è senza aiuti di manteniento,mi aiuti addirittura non vuole firmare il libretto della pensione di nostra figlia,mi può consigliare, grazie infinite.

  2. La mia compagna ha una figlia maggiorenne disabile al 100%. La ragazza è molto intelligente, ma grava sulla madre (pensionata) sia sul piano economico (poiché non bastano le indennità che percepisce dallo Stato), che per le cure e l’assistenza; esercita sulla madre una fortissima pressione psicologica, specie riguardo alla gestione del denaro, tale da trovarla spesso in lacrime e depressa. Il padre oltre che nullatenente, è totalmente assente. Esiste un sistema per “regolare” questa situazione?

    1. Nel caso descritto dal lettore, sembra di capire che non presenta, al di là dei gravi problemi di salute che le impediscono una gestione autonoma della propria vita (e, perciò, anche del denaro), problemi psichici di alcun tipo; trattandosi di persona “intelligente e capace di discernere cosa conviene e non conviene a lei stessa, acuta e sistematica nelle sue capacità di pianificare”.Il problema che, al contrario, sembra potersi ravvisare nel caso illustrato, è dato dall’indole della ragazza, la quale “esercita fortissima pressione psicologica negativa sulla madre tale da trovarla spesso in lacrime e depressa, non sente ragioni sul fatto che effettivamente la madre è l’unica che l’accudisce e sostiene spese”.Situazione questa, sicuramente in grado di compromettere nel tempo la capacità della madre di poter gestire in maniera equilibrata e serena non solo il rapporto (e quindi l’accudimento della figlia), ma anche il proprio patrimonio e quello della giovane.Per tale ragione, anche se il giudice può nominare amministratore di sostegno il coniuge, il convivente, gli ascendenti, i discendenti, i parenti entro il quarto grado (e perciò ben potrebbe nominare quale amministratore di sostegno della giovane proprio la madre della ragazza), in realtà non ritengo che questa possa rappresentare nel caso di specie una scelta opportuna, atteso che il carattere della ragazza sembra essere piuttosto “impositivo” e senz’altro questa si approfitterebbe della situazione, al pari di quanto sta facendo ora.Per tale motivo, salvo che non si possa individuare in diversi familiari (non meglio indicati nel quesito) possibili soggetti in grado di svolgere il ruolo di amministratore di sostegno, ritengo che la soluzione più idonea possa essere quella di chiedere al giudice che questi venga scelto nell’apposito elenco dei professionisti che si trova depositato presso ogni Tribunale, ossia in un soggetto terzo del quale la giovane non possa “approfittarsi”, il quale sarà tenuto ad un rendiconto periodico al giudice dell’attività di amministrazione del patrimonio svolta.L’amministratore non svolge incarichi relativi all’assistenza fisica, in quanto non ha un obbligo di tutela dell’incolumità del beneficiario (a meno che il giudice non lo preveda in modo espresso), ma alleggerire la madre nella gestione economica della figlia potrebbe sicuramente favorire i diversi compiti di assistenza fisica della giovane.

  3. Apprezzo molto i vostri articoli ma ho notato che non indicate più le sentenze citate. E’ un vero peccato anche perchè così non si può controllare la fonte.

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