Diritto e Fisco | Articoli

Lavoratore parasubordinato

2 Agosto 2019
Lavoratore parasubordinato

Ci sono tante diverse tipologie di contratto che possono essere utilizzate per assumere un lavoratore e la principale distinzione è tra lavoratori subordinati e lavoratori autonomi.

Il mondo del lavoro è attraversato da una profonda linea di demarcazione che divide, da un lato, i rapporti di lavoro dipendente o subordinato e, dall’altro, i rapporti di lavoro autonomo. In realtà, nel corso del tempo, questa netta linea di confine si è attenuata e, nel mezzo delle due tipologie di lavoro, si è fatta spazio una terza categoria che è occupata dal lavoratore parasubordinato.

Si tratta di una sorta di zona grigia poiché questi rapporti non sono né pienamente autonomi né pienamente subordinati ma sono, per l’appunto, parasubordinati ossia presentano delle profonde analogie con il lavoro dipendente pur essendo, formalmente, dei rapporti di lavoro autonomo. Il lavoro parasubordinato è stato interessato da numerose riforme nel corso degli anni motivate dal fatto che, spesso, le aziende hanno usato questa tipologia di contratto in modo illegittimo e fraudolento, con il solo scopo di ridurre salario e diritti al lavoratore.

Lavoro subordinato: cos’è?

Il lavoro subordinato è la forma più diffusa di assunzione dei lavoratori in tutte le principali imprese italiane. Si tratta, in sostanza, dell’evoluzione del lavoro salariato che si è cominciato a diffondere insieme alla rivoluzione industriale quando masse di contadini si sono spostate dalle campagne alle città per essere assunti come salariati presso le prime fabbriche. Nel corso degli anni le leggi hanno introdotto tutta una serie di tutele per questi lavoratori, considerando la loro situazione di debolezza nei confronti dei datori di lavoro.

La disciplina del rapporto di lavoro subordinato è dunque oggi il frutto dello stratificarsi di tutte quelle norme che, nel tempo, hanno disciplinato il lavoro salariato e i diritti a favore dei dipendenti.

Per quanto concerne le caratteristiche del lavoro subordinato, il tratto distintivo è caratterizzato dall’elemento della subordinazione, ossia dall’assoggettamento del lavoratore alla cosiddetta eterodirezione del datore di lavoro. In poche parole, il lavoratore subordinato si impegna a collaborare nell’impresa e ad eseguire le direttive che gli vengono impartite dal datore di lavoro [1].

Questo è l’elemento qualificante della subordinazione: il dipendente svolge la prestazione di lavoro nei luoghi indicati dal datore di lavoro, con gli strumenti dell’azienda e con modalità di esecuzione che vengono fissate dal datore di lavoro. In sostanza, il dipendente non si impegna a consegnare al datore di lavoro un’opera finita o un servizio, ma mette a disposizione del datore la propria presenza temporale al lavoro e le proprie energie psico-fisiche che vengono impiegate in base alle direttive che fissa l’azienda.

Nel lavoro subordinato sono presenti tre poteri fondamentali del datore di lavoro:

  • potere direttivo; ossia il potere di dare direttive vincolanti al dipendente sulle modalità di esecuzione dell’attività lavorativa;
  • potere di controllo; il datore di lavoro ha il potere di controllare che il dipendente stia eseguendo correttamente le direttive che gli sono state impartite;
  • potere disciplinare; il potere del datore di lavoro, in caso di inadempimento dei propri obblighi da parte del lavoratore, di infliggergli delle sanzioni disciplinari che devono essere proporzionate alla gravità dell’infrazione commessa [2].

Se un rapporto di lavoro, indipendentemente dal tipo di contratto scelto dalle parti, presenta, nel suo concreto svolgimento, i tratti caratteristici del lavoro subordinato allora gli si applicherà per legge la disciplina del rapporto di lavoro subordinato e il lavoratore potrà rivendicare i relativi diritti. Ciò deriva dal cosiddetto principio di indisponibilità del tipo contrattuale [3].

Se, per fare un esempio, Tizio viene assunto dalla società Alfa con contratto di consulenza ma poi, nella realtà, è assoggettato al potere direttivo della società e non ha alcun margine di autonomia nel proprio lavoro, allora potrà chiedere ad un giudice di riqualificare il rapporto da autonomo a subordinato proprio in quanto le parti non possono disporre del tipo contrattuale e, se il rapporto è nella sostanza subordinato, scatta automaticamente l’applicazione della relativa disciplina.

Lavoro autonomo: cos’è?

Tutti i rapporti che non hanno le caratteristiche del lavoro subordinato sono, tendenzialmente, attratti nella grande categoria del lavoro autonomo [4] che ricomprende, in particolare:

  • contratto di prestazione d’opera;
  • contratto di prestazione d’opera intellettuale.

Nella prassi alcuni rapporti contrattuali vengono comunemente chiamati con altri nomi ma, in realtà, si tratta di una delle due tipologie di contratto d’opera viste sopra. In particolare, ciò accade quando si parla di contratto di consulenza oppure di contratto a partita Iva o ancora di prestazione occasionale.

In verità, con questi nomi si valorizza il regime fiscale di questi rapporti ma, dal punto di vista del loro inquadramento giuridico, sono sempre e comunque dei rapporti di lavoro autonomo.

Nel lavoro autonomo, il lavoratore si impegna a erogare un certo servizio al committente (come ad esempio la consulenza in un determinato ambito) oppure a realizzare una certa opera per il committente (si pensi all’artigiano che si impegna a realizzare un certo manufatto).

Definito il servizio o l’opera da rendere, il corrispettivo che il committente verserà e la tempistica di consegna, il lavoratore è del tutto autonomo nel decidere le modalità di esecuzione del lavoro, quante ore al giorno dedicare all’opera, se avvalersi o meno di collaboratori, se lavorare di giorno o di notte, il luogo di lavoro, gli strumenti di lavoro, etc.

Questa è, dunque, la differenza di fondo: l’autonomia nella determinazione delle modalità di esecuzione del lavoro da svolgere.

Ovviamente, al lavoratore autonomo non si applica la disciplina di legge relativa al lavoro subordinato e le relative tutele come, ad esempio, la disciplina dell’orario di lavoro, delle ferie, della malattia, del licenziamento, delle mansioni, del trasferimento di sede, etc.

Il lavoro parasubordinato

Spesso si dice che le cose non sono mai né tutte nere né tutte bianche. E questo motto è applicabile anche ai rapporti di lavoro. Ci sono, infatti, molti casi nei quali un rapporto di lavoro autonomo prevede una forte integrazione tra lavoratore autonomo e committente e numerosi momenti di coordinamento che, in un certo senso, avvicinano il rapporto alla subordinazione.

Per questo è nata la definizione di lavoratore parasubordinato.

Nell’unica definizione legislativa presente nell’ordinamento giuridico italiano, i rapporti di lavoro parasubordinato sono definiti rapporti di collaborazione che si concretizzano in una prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato. La legge specifica che la collaborazione si intende coordinata quando, nel rispetto delle modalità di coordinamento stabilite di comune accordo dalle parti, il collaboratore organizza autonomamente l’attività lavorativa [5].

In sostanza si passa dal lavoro autonomo puro al lavoro parasubordinato, quando il lavoratore autonomo si impegna a realizzare un’opera a favore del committente in modo personale e continuativo e l’esecuzione del servizio prevede uno stretto coordinamento tra prestatore d’opera e committente.

Questa zona grigia è stata, spesso, il terreno di elezione per operazioni fraudolente e illegittime. Ci si riferisce a tutti i casi in cui l’azienda, dovendo assumere un lavoratore dipendente per svolgere un’attività che ha tutti i caratteri del lavoro subordinato, sceglie comunque di inquadrare quel dipendente come lavoratore parasubordinato al fine di disapplicare al lavoratore la disciplina di tutela prevista per il lavoratore dipendente (come, ad esempio, la disciplina dell’orario di lavoro, delle ferie, della malattia, del licenziamento, delle mansioni, del trasferimento di sede, etc.) e di poter concordare con lui un compenso senza dover rispettare i minimi di stipendio previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro, oltre a ottenere un risparmio sui contributi Inps ed Inail.

Per frenare l’uso distorto del lavoro parasubordinato la legge ha introdotto, nel tempo, una serie di tutele minime anche a favore del lavoratore parasubordinato e in particolare:

  • l’obbligo di iscrizione all’Inps ed il pagamento dei contributi previdenziali alla Gestione separata Inps per 2/3 in carico al committente e per 1/3 in carico al collaboratore coordinato e continuativo;
  • la tutela contro gli infortuni attraverso l’assicurazione all’Inail;
  • la tutela in caso di malattia;
  • la tutela in caso di maternità;
  • la tutela in caso di cessazione della collaborazione con l’erogazione al collaboratore, se ricorrono determinati presupposti, di una indennità simile alla disoccupazione chiamata Dis-coll.

Lavoratore parasubordinato: quando può chiedere di essere considerato subordinato?

Oltre alle tutele che abbiamo visto, il Jobs Act ha voluto anche introdurre una norma [6] che, di fatto, blocca la stipula di contratti di lavoro parasubordinato in tutti quei casi in cui i tratti di somiglianza con il lavoratore dipendente sono particolarmente evidenti. In un certo senso si è dunque venuta a creare una ulteriore sottocategoria di lavoro parasubordinato che viene spesso definito lavoro etero-organizzato.

Tale norma prevede, infatti, che a far data dal 1° gennaio 2016, si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di
lavoro.

In questo modo, se il contratto di consulenza si traduce in una collaborazione che perdura nel tempo, resa personalmente dal consulente e in cui il committente organizza il modo di lavorare del consulente, dicendogli anche con che tempi e dove deve operare, allora il consulente potrà invocare automaticamente l’applicazione del rapporto di lavoro subordinato, con tutte le relative tutele.


note

[1] Art. 2094 cod. civ.

[2] Art. 2106 cod. civ.

[3] Corte Cost. sent. nn. 121/1993 e n. 115/1994; più di recente si v. sent. n. 76/2015.

[4] Art. 2222 e ss. cod. civ.

[5] Art. 409, num. 3) cod. proc. civ.

[6] Art. 2, D.lgs. n. 81/2015.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube