Online i nomi dei debitori: il ministero Giustizia viola la privacy

24 Giugno 2019 | Autore:
Online i nomi dei debitori: il ministero Giustizia viola la privacy

I dati personali di migliaia di debitori con i beni messi all’asta sono visibili sul portale delle vendite pubbliche e su Google: come è successo e perché.

Potrà apparire assurdo e paradossale che proprio il ministero della Giustizia non conosca la legge e che sul suo stesso sito si compiano violazioni della privacy. A quanto sembra, infatti, sul portale delle aste giudiziarie risultano presenti online i nomi ed i cognomi dei debitori che hanno subìto una procedura esecutiva. I dati erano stati cancellati, ma non ha funzionato: quei nomi che sembravano oscurati sono rimasti, in realtà, ben visibili.

Se vuoi farti gli affari degli altri o hai tu stesso un problema con i creditori, puoi facilmente trovare queste informazioni sul portale delle vendite pubbliche del ministero sfogliando le varie procedure immobiliari. Puoi fare ancora prima cercandole tutte insieme direttamente su Google, che ti restituirà migliaia di risultati completi.

Cos’è successo di preciso? Il ministero della Giustizia carica sul suo sito tutti i dati delle procedure esecutive. Il sistema consente di visionare i beni pignorati, sottoposti ad esecuzione forzata e, infine, messi all’asta: serve a consultare gli immobili messi in vendita (si possono vedere le foto, le planimetrie, le perizie di stima, ecc.), ma non certo  a prendere visione dei dati personali dei debitori esecutati e così curiosare nella vita delle persone che hanno subito queste vicende.

Invece, ora si è scoperto che consultando il portale delle vendite pubbliche (Pvp), attraverso le inserzioni di vendita all’asta è possibile arrivare facilmente ai nominativi dei cittadini che sono stati colpiti dalle esecuzioni immobiliari: dati anagrafici completi di indirizzo e codice fiscale. Non è neppure necessario andarli a cercare apposta, uno per uno, nel sito delle vendite giudiziarie, ma è possibile reperirli addirittura con una ricerca su Google.

Com’è accaduto tutto questo? Il motivo è banale e sconcertante: gli addetti ai lavori non si erano dimenticati di cancellare i dati, ma lo avevano fatto in maniera artigianale, evidenziando in nero o colorando in bianco tutte le parti del provvedimento che riportavano i dati anagrafici e identificativi.

Insomma, ci avevano messo una pecetta sopra. Sembrava fatto, ma non è stato così: trattandosi di documenti digitali, non basta colorare certe parti per renderle invisibili. Infatti, basta selezionare con il cursore o con il mouse quelle parti annerite, o imbiancate, ed incollarle altrove – sulla pagina di Google, ad esempio – per leggerle in chiaro e ricercarle subito.

L’anonimizzazione c’era stata, ma è stata fatta in maniera casareccia e non è servita a nulla: quei dati oscurati alla buona hanno continuato a rimanere visibili ed esposti al pubblico. Il danno è stato fatto e riguarda migliaia di persone.

Il caso è emerso dalla segnalazione inviata a febbraio di quest’anno dall’avvocato Enrico Ferraris, all’Autorità garante per la protezione dei dati personali: il professionista ha evidenziato che la diffusione illecita perdurava da anni e riguardava almeno 26.000 casi. Secondo una recente ricerca della testata Wired, negli ultimi mesi il fenomeno si è aggravato ed oggi ci sarebbero almeno 37.000 nominativi completi, tutti disponibili su internet in violazione delle regole sulla privacy.

Il Garante non ha preso provvedimenti in merito: il suo potere di intervento è precluso dal fatto che il trattamento dei dati effettuato dalle autorità giudiziarie nell’esercizio delle loro funzioni esula dalla sua competenza. Dunque, non può intervenire direttamente; però ha provveduto a segnalare la vicenda al ministero della Giustizia, invitandolo ad adottare i provvedimenti necessari: anonimizzare di nuovo quei documenti, stavolta però facendolo in modo valido.

Il ministero della Giustizia, d’altronde, ha già avuto un precedente analogo di grave violazione della privacy: fino al 2015 le sentenze della Corte di Cassazione pubblicate avevano i nomi delle parti coinvolte oscurati con il “pennarello digitale” che si limitava a cambiare il colore e a coprirli; così quei dati potevano essere tranquillamente ricercati, arrivando a identificare casi estremamente sensibili come i nomi delle vittime di reati di violenza sessuale.


1 Commento

  1. forse alla luce degli ultimi scandali e per aumentare la trasparenza si è arrivati a rendere più visibile questa cosa!!!!!!! forse…….

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA