Diritto e Fisco | Articoli

Controlli sui versamenti conto corrente

25 Giugno 2019
Controlli sui versamenti conto corrente

Si presume automaticamente un evasore chi fa un versamento di contanti sul conto corrente e non riesce a dimostrare la provenienza del denaro.

Dovresti fare molta attenzione ogni volta che versi sul tuo conto corrente dei soldi: la possibilità che scatti un controllo è tutt’altro che remota. Grazie all’anagrafe dei conti correnti, infatti, l’Agenzia delle Entrate è in grado di conoscere ogni movimentazione bancaria – sospetta e non – di qualsiasi contribuente. È finita l’epoca in cui i controlli si incentravano solo sui grandi patrimoni e sugli imprenditori. 

Peraltro, per il fisco italiano, ogni movimento in entrata sul conto – bonifico o versamento di contanti – che non trovi una corrispondente voce nella dichiarazione dei redditi, deve essere giustificato. Il che significa poter dimostrare che tale somma è esentasse o è già stata tassata prima della sua materiale erogazione. Diversamente, scatta un accertamento fiscale con conseguente tassazione dei soldi e applicazione di una sanzione. 

Può essere sintetizzata in questi termini la norma che regola i controlli sui versamenti sul conto corrente. La disposizione è contenuta all’interno del Testo Unico delle imposte sui redditi [1] ed è causa di numerosi contenziosi tra l’ufficio delle imposte e i contribuenti. Qual è il suo meccanismo e chi rischia maggiormente? Come ci si può difendere? A questi interrogativi proveremo a dare una risposta chiara e semplice qui di seguito.

Su chi vengono fatti i controlli sui versamenti sul conto corrente?

Non esiste una categoria di contribuenti più a rischio quando si parla di controlli sui versamenti sul conto corrente. Grazie, infatti, all’anagrafe dei conti correnti (meglio detta «Archivio dei rapporto finanziari»), l’Agenzia delle Entrate riceve annualmente dalle banche l’elenco delle movimentazioni dei correntisti e le sottopone a verifica.

È vero: periodicamente, vengono stilate le cosiddette «liste selettive», elenchi cioè di soggetti più a rischio evasione. Questo, però, non toglie che l’ufficio possa concentrare l’analisi della gestione del conto corrente su chiunque, anche su un soggetto titolare di reddito fisso (lavoratore dipendente o pensionato) o, addirittura, senza reddito (disoccupato o inoccupato). Del resto, nei confronti di questi ultimi soggetti è più facile scoprire l’evasione: chi, ad esempio, riceve mensilmente 2mila euro sul conto dal proprio datore di lavoro dovrà spiegare da dove provengono le altre somme che è riuscito a versare in banca. 

Le somme versate sul conto corrente da qualsiasi contribuente si considerano redditi in nero salvo si riesca a provare la provenienza.

Come avvengono i controlli sui versamenti in conto corrente?

Ogni versamento sul conto corrente deve riferirsi a una somma riportata nella dichiarazione dei redditi. Se, invece, l’importo non è stato denunciato, per il fisco scatta automaticamente una presunzione di evasione. Senonché ben potrebbe succedere che tale somma non debba essere dichiarata: si pensi al caso di un reddito non tassabile (una donazione, la vendita di un oggetto usato o un risarcimento) o a un reddito già tassato alla fonte (una vincita al gioco). Ma, in tali ipotesi, spetta al contribuente dimostrare la provenienza del denaro e, quindi, la sua natura “non imponibile”. Senza tale dimostrazione, la somma in questione si presume frutto di “nero”: viene così tassata (anche laddove non debba essere tassata) e scattano le sanzioni per l’evasione.

Tanto per fare un esempio, se Mario riceve duemila euro in contanti dalla madre come sostegno per le spese mensili e il fisco se ne accorge, il contribuente dovrà dare la prova della provenienza della somma dal genitore. Prova però che, come vedremo, non può essere fornita con testimoni.

Come ci si difende da un controllo per versamento di contanti sul conto?

Come detto, nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate si accorge di un versamento sospetto, spetta al contribuente dimostrare che i soldi sono esentasse o già stati tassati alla fonte. La dimostrazione però va data con un documento avente «data certa», certificata cioè da un pubblico ufficiale. Le forme per raggiungere tale certezza purtroppo sono limitate. Si potrebbe redigere una scrittura privata e poi registrarla (pagando la relativa imposta di registro); oppure le parti potrebbero scambiarsi una corrispondenza via Pec (posta elettronica certificata) in cui si dia atto della materiale erogazione del denaro. Lo stesso risultato si raggiunge con la raccomandata piegata su un unico foglio e spedita a se stessi: difatti, il timbro postale, in uno con il foglio della lettera, funge da attestazione di «data certa».

La data certa deve ricadere su una documentazione che certifichi la provenienza lecita del denaro come ad esempio:

  • la vendita di un oggetto usato (si pensi a un’auto di seconda mano, a un quadro, a un gioiello, ecc.);
  • un regalo in contanti ricevuto da un parente o da amici;
  • un risarcimento di un danno;
  • la vincita alle scommesse o al gioco;
  • un prestito di denaro, ecc.

Cosa succede a chi non riesce a dimostrare la provenienza dei versamenti sul conto corrente?

La norma che abbiamo appena spiegato costituisce una “presunzione” a favore del fisco: l’Agenzia delle Entrate non deve cioè dimostrare che le somme versate sul conto sono frutto di evasione; può limitarsi a presumerlo per il semplice fatto che tali somme non sono indicate nella dichiarazione dei redditi. Spetta, invece, al contribuente difendersi e fornire la prova contraria a tale presunzione. Se non lo fa, l’importo viene sottoposto a tassazione, anche se – in astratto – è già stato tassato alla fonte o non deve essere tassato.

La legge attribuisce una «presunzione di evasione fiscale» a favore del fisco, dalla quale è il contribuente a doversi difendere

Come chiarito di recente dalla Cassazione [2], chi non riesce a dimostrare da dove provengono i soldi depositati in banca rischia dunque un accertamento fiscale. 

Per comprendere meglio la questione ricorreremo a un esempio. 

Immagina di affittare una casa a una persona per il solo mese di agosto e di non registrare il contratto. A fine mese, l’inquilino ti dà 2mila euro in contanti e tu versi i soldi sul tuo conto. Dopo tre anni, l’Agenzia delle Entrate nota l’accredito che non trova alcuna giustificazione all’interno della tua dichiarazione dei redditi, così ti notifica un accertamento. A questo punto, provi a contestare l’atto dell’ufficio e, d’accodo con l’ex inquilino, sostieni che si tratta della restituzione di un prestito da te fatto in precedenza. Ma non hai alcun documento con data certa a supporto delle tue affermazione e, giustamente, l’Agenzia non ti crede, ritenendo piuttosto che, dietro il versamento sul conto corrente, si nasconde un’evasione fiscale. 

In questo caso, è legittimo il comportamento dell’Agenzia delle Entrate che notifica l’accertamento fiscale sulla base del solo versamento sul conto non giustificato. Questo perché le somme depositate sul conto corrente del professionista, dell’imprenditore o del privato (lavoratore dipendente o meno) possono essere “accertate” dall’Agenzia delle Entrate come redditi “in nero”, salvo che non se ne dimostri la provenienza. 

Leggi anche I contanti versati sul conto corrente vanno tassati.

note

[1] Art. 32, co. 1, numero 2) Dpr 600/1973.

[2] Cass. sent. n. 19806/17 del 9.08.2017.


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA