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Legge sfratto disabili

27 Giugno 2019 | Autore:
Legge sfratto disabili

Un soggetto invalido può essere costretto a lasciare l’abitazione perché non paga l’affitto? C’è un modo per evitare lo sgombero della casa?

Cosa faresti se il tuo inquilino disabile è in ritardo con l’affitto o non te lo paga per niente? Faresti intervenire l’ufficiale giudiziario per cacciarlo via di casa? Se ti trovi in una situazione simile o temi che la persona invalida a cui hai dato il tuo appartamento in locazione possa comportarsi in questo modo, probabilmente ti chiederai se esiste una legge sullo sfratto dei disabili. Se, cioè, ci sono delle tutele particolari nei loro confronti oppure se la normativa in vigore chiede che vengano trattati come tutti gli altri inquilini.

La risposta a questa domanda è «ni». Nel senso che non esiste una precisa legge sullo sfratto dei disabili. Semmai, esistono delle regole che distinguono tra chi paga e chi non paga l’affitto, non tra chi ha un’invalidità e chi non ce l’ha. Non, almeno, in materia di sfratti.

Tuttavia, la giurisprudenza ha tenuto conto più volte della difficoltà in cui si può trovare un disabile che riceve il provvedimento di sfratto. Il giudice, cioè, può tenerne conto e concedere qualche tempo in più all’inquilino portatore di handicap per trovarsi un altro alloggio. Qualche giorno, poi basta: se non paga quanto dovuto, dovrà lasciare la casa. A meno che abbia un handicap grave certificato da un medico.

Ma vediamo nel dettaglio, in assenza di una vera e propria legge in materia, come funziona lo sfratto dei disabili morosi.

Sfratto: quando scatta?

L’inquilino, anche se disabile, che non paga il canone di affitto può ricevere lo sfratto ed essere costretto dall’ufficiale giudiziario a lasciare l’appartamento in cui abita dopo che il giudice ha emesso la relativa ordinanza. Lo sfratto, se necessario, può avvenire con l’aiuto della forza pubblica.

Non serve che il conduttore non abbia pagato il canone per diverso tempo: basta un solo mese in cui il padrone di casa non abbia ricevuto l’affitto per poter cominciare a muovere le acque dei tribunali, purché il ritardo del pagamento abbia superato i 20 giorni dalla data di scadenza.

Significa che se l’inquilino non si è fatto vivo per pagare il mese di marzo, il proprietario può agire per chiedere lo sfratto soltanto dopo il 20 aprile.

E significa anche che non ci sono delle deroghe per gli inquilini con disabilità: se non pagano il canone, sanno a che cosa vanno incontro.

Sfratto: che cosa può fare l’inquilino?

Pagare. Se l’inquilino disabile non vuole ricevere lo sfratto oppure ha già in mano la notifica di intimazione ma vuole rimanere in quella casa, deve solo pagare quanto è dovuto. Può farlo anche dopo avere ricevuto la notifica oppure davanti al giudice durante l’udienza in tribunale. In questo modo, può evitare lo sfratto esecutivo.

Altra mossa possibile è quella di chiedere al giudice il cosiddetto termine di grazia. Consiste nell’avere 90 giorni di tempo a disposizione per corrispondere al padrone di casa la cifra dovuta. Se il magistrato è d’accordo, rinvia l’udienza a 10 giorni dopo la scadenza di quei 3 mesi, quindi in totale l’inquilino avrà 100 giorni a disposizione per trovare o i soldi o una nuova casa.

Trascorso quel periodo di tempo, se il conduttore non ha ancora pagato verrà sfrattato. Che sia o non sia disabile non cambia nulla. O forse qualcosa sì.

Sfratto: la sospensione per disabilità

Qualche scappatoia, in effetti, c’è. Non tanto per cancellare l’ordinanza di sfratto ma per cercare di guadagnare tempo.

L’inquilino portatore di handicap può chiedere al giudice in sede di opposizione la sospensione dello sfratto per disabilità, in modo tale da evitare lo sgombero dell’immobile. Questa possibilità viene riconosciuta in virtù di una legge del 2007 [2] approvata per ridurre «il disagio abitativo di particolari categorie protette».

Tra le condizioni poste per accettare la richiesta di sospensione, ci sono quelle di avere un reddito lordo inferiore a 27mila euro ed essere disabile oppure avere nel proprio nucleo familiare uno di questi soggetti:

  • una persona con più di 65 anni;
  • un malato terminale;
  • un disabile con invalidità riconosciuta di almeno il 67%.

Spetta, comunque, al giudice stabilire se il richiedente ha diritto alla sospensione oppure no. In caso affermativo, lo sfratto viene temporaneamente annullato e rinviato di un massimo di 18 mesi.

Sfratto: la sistemazione adeguata

L’inquilino disabile che rischia lo sfratto può guadagnare tempo in un altro modo: facendo valere il suo diritto a trovare una sistemazione adeguata alle proprie condizioni prima che l’ufficiale giudiziario arrivi a sgomberare l’appartamento in cui abita.

Questa soluzione si basa su una motivazione fin troppo evidente quando la disabilità costringe, ad esempio, una persona a vivere su una sedia a rotelle: non tutte le case, non tutti gli edifici sono in grado di accogliere a livello strutturale un portatore di handicap. Significa che il disabile che viene sfrattato deve trovare un appartamento al quale sia possibile accedere in carrozzina, che sia dotato di ascensore sufficientemente capiente per poter salire e scendere, che abbia una rampa di accesso all’ingresso del palazzo, ecc.

Lo stesso vale per chi ha una mobilità ridotta pur non utilizzando la sedia a rotelle: ci dovranno essere dei particolari supporti, montascale, maniglie di un certo tipo, ecc.

Tutto ciò non è facile trovare in una casa che non è mai stata abitata da una persona con una certa percentuale di invalidità e, pertanto, trovare l’immobile adeguato può richiedere più tempo. Da qui, la possibilità di chiedere al tribunale la sospensione dello sfratto finché non spunterà una nuova casa adeguata alle esigenze di un portatore di handicap.

Su questa circostanza si è espresso il tribunale di Civitavecchia con una sentenza di alcuni anni fa [3]. Ma soltanto dopo che il giudice ebbe in mano i relativi certificati medici che attestarono le condizioni fisiche dell’inquilino.

La vicenda riguardava un soggetto affetto da forte depressione a rischio di suicidio. Il fatto di permettergli di rimanere nella sua casa e di continuare ad occuparsi dell’attività rurale che svolgeva poteva contribuire a non peggiorare le sue condizioni e ad evitare che portasse a termine un gesto estremo nel caso in cui venisse sfrattato.


note

[1] Art. 5 legge n. 392/1978.

[2] Legge n. 9/2007 dell’08.02.2007.

[3] Trib. Civitavecchia sent. del 26.06.2010.


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