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Controllo conti correnti bancari: come funziona

27 Giugno 2019
Controllo conti correnti bancari: come funziona

In caso di accertamento effettuato sul conto corrente del contribuente, quest’ultimo deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili fornendo a tal fine una prova analitica.

Per effettuare un controllo sul conto corrente bancario, l’Agenzia delle Entrate – e ora anche la Guardia di Finanza – non ha più la necessità di accedere presso la filiale dell’istituto di credito e farsi consegnare tutte le documentazioni con i rapporti accesi dal contribuente, i saldi e la lista movimenti. Questi dati sono già comunicati annualmente in via telematica, attraverso il cosiddetto «Archivio dei rapporti finanziari», una sorta di “cassetto” della più ampia Anagrafe tributaria. Questo archivio di informazioni costituisce la base di supporto per effettuare il controllo sui conti correnti di tutti gli italiani, a prescindere dall’attività svolta. Nel calderone finiscono, quindi, anche i titolari di lavoro dipendente, autonomo, imprenditori, pensionati e persino i disoccupati (sarebbe quantomai sospetto che sul conto di una persona senza lavoro possano essere accreditate, d’un tratto, diverse migliaia di euro). 

Quando, però, ci si chiede come funziona il controllo sui conti correnti bancari, si resta a bocca aperta dinanzi alla “dura regola” sancita in tema di versamenti di contanti e bonifici ricevuti da altri conti: una regola contenuta nel famigerato articolo 32 del Dpr n. 600 del 1973, meglio noto come Testo Unico delle imposte sui redditi. Questa norma sancisce l’obbligo, a carico del contribuente, di giustificare ogni accredito. Diversamente, ogni “ingresso” di denaro sul conto si considera “reddito imponibile” e quindi viene tassato. 

La legge stabilisce così una presunzione a favore dell’Agenzia delle Entrate: in termini pratici, a quest’ultima basta un “sospetto” per accusare di evasione fiscale il correntista, mentre spetta a quest’ultimo improntare una valida difesa. Il che non è sempre così facile. Ma qual è questo sospetto e quando rischia il contribuente? Di tanto parleremo qui di seguito. Lo faremo tenendo conto di due recenti sentenze che la giurisprudenza ha prodotto sull’argomento.

Comprenderai, dalla lettura delle seguenti righe, come funziona il controllo sui conti correnti bancari (e anche postali) e perché è così importante non essere sprovveduti: anche se sei in buona fede, infatti, potresti pagare le conseguenze di un banale errore di valutazione.

La regola sui controlli del conto corrente 

La regola sancita dall’articolo 32 del Testo Unico delle Imposte sui redditi è la seguente: 

«tutte le volte in cui versi dei contanti sul tuo conto corrente o ricevi un bonifico, l’Agenzia delle Entrate è autorizzata a ritenere che tali soldi provengano da attività lavorativa o da altro “reddito imponibile” (ad esempio un canone di affitto) e siano quindi da tassare. Di conseguenza, l’ufficio delle imposte si aspetterà che i relativi importi siano indicati nella tua dichiarazione dei redditi».

Potrebbe però succedere che il denaro che hai versato o ricevuto sul conto non sia imponibile, perché esente da tassazione (ad esempio un risarcimento o una donazione) o perché già tassato alla fonte (ad esempio una vincita alle scommesse sportive). 

Ciò nonostante, se da una analisi dell’Anagrafe dei rapporti finanziari, l’Agenzia delle Entrate si accorge che, sul tuo conto corrente, ci sono versamenti o bonifici non indicati nel 730, ti considera automaticamente un evasore e quindi ti notifica un avviso di accertamento. Spetterà a te dimostrare il contrario. Ma come?

Per salvarti dalla tassazione dovrai dimostrare la fonte di tale ricchezza e, quindi, la provenienza lecita dell’accredito. Lo dovrai fare – spiega una recente sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Firenze [1] – con riferimento ad ogni singola movimentazione.

La difesa del contribuente contro i controlli del conto corrente

Per difenderti, quindi, da un controllo sul conto corrente bancario, dal quale risultino una serie di versamenti in contanti o bonifici che non hanno un corrispondente riscontro nella dichiarazione dei redditi, dovrai dimostrare da dove proviene il denaro, qual è la ragione per cui sei in possesso di tali soldi. E non puoi dare una prova generica né orale, ma dovrai avvalerti di documenti scritti muniti di “data certa”, ossia certificata da un pubblico ufficiale. Facciamo un esempio per rendere più agevole la comprensione di questo meccanismo.

Se, sul tuo conto corrente, ogni mese compare un bonifico di 500 euro, il fisco può presumere in automatico che si tratta di un reddito imponibile (magari stai facendo un lavoro in nero o hai dato in affitto un appartamento senza registrare il contratto e dichiarare i canoni). Spetta a te dimostrare che invece si tratta di soldi provenienti da attività già tassata alla fonte (prima cioè dell’erogazione del denaro) o esentasse. Se volessi sostenere che si tratta di un regalo “periodico” dei tuoi genitori, dovresti però procurarti un contratto di donazione regolarmente registrato. Non basterà la dichiarazione di tuo padre e di tua madre a confermare la ragione dell’accredito. Ecco perché è sempre meglio operare con bonifici: la tracciabilità del pagamento infatti consente di risalire alla fonte del denaro anche a distanza di molti anni.

Dice la CTR Firenze: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’amministrazione è già soddisfatto attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti; mentre si determina una inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili, fornendo, a tal fine, una prova non generica, ma analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili».

Ben potrebbe essere che il versamento di contanti sia il frutto di una serie di vendite di piccolo importo, tutte regolarmente “scontrinate” o fatturate. Anche in questo caso è il contribuente però a dover fornire la prova [2].

Le varie giustificazioni per salvarsi dai controlli del conto corrente

Fermo restando che la “prova contraria” fornita dal contribuente deve sempre risultare da un documento scritto, munito di data certa, per evitare la tassazione questi deve dimostrare che il denaro – se non riportato nella dichiarazione dei redditi – proviene da fonte esente o con trattenuta alla fonte.

Ecco alcune possibili giustificazioni:

  • vendita di oggetti usati: ad esempio è il caso di chi vende l’auto di seconda mano per comprarne una nuova;
  • prestito ottenuto da parenti o amici;
  • donazione di denaro;
  • vincita al gioco, alle scommesse, alle lotterie, al casinò, ecc.;
  • regali ottenuti in occasione di ricorrenze come compleanni, matrimonio, ecc.;
  • risarcimento ottenuto dal datore di lavoro, da un’assicurazione o da qualsiasi soggetto privato (ad esempio all’esito di una causa in tribunale).

note

[1] Comm. trib. reg. , Firenze , sez. IV , 12/04/2019 , n. 632: «In tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, secondo l’ art. 32 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 , attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, mentre si determina un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili, fornendo, a tal fine, una prova non generica, ma analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ciascuna delle operazioni effettuate sia estranea a fatti imponibili».

[2] Comm. trib. prov.le , Caserta , sez. VI , 03/05/2019 , n. 1866: L’ art. 32, comma 1, numeri 2 e 7, D.P.R. n. 600 del 1973 , pone a carico del contribuente l’onere di fornire la prova dell’estraneità, delle movimentazioni finanziarie, ad operazioni imponibili.

Ne consegue che qualora lo stesso dimostri che i versamenti sul conto corrente contestati dall’ufficio sono ascrivibili a incassi per contanti relativi a gruppi di fatture di vendita o di scontrini emessi di modico importo, l’avviso di accertamento è illegittimo.


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5 Commenti

  1. Avete scritto:
    “Se, sul tuo conto corrente, ogni mese compare un bonifico di 500 euro, il fisco può presumere in automatico che si tratta di un reddito imponibile (magari stai facendo un lavoro in nero o hai dato in affitto un appartamento senza registrare il contratto e dichiarare i canoni). Spetta a te dimostrare che invece si tratta di soldi provenienti da attività già tassata alla fonte (prima cioè dell’erogazione del denaro) o esentasse. Se volessi sostenere che si tratta di un regalo “periodico” dei tuoi genitori, dovresti però procurarti un contratto di donazione regolarmente registrato. Non basterà la dichiarazione di tuo padre e di tua madre a confermare la ragione dell’accredito. Ecco perché è sempre meglio operare con bonifici: la tracciabilità del pagamento infatti consente di risalire alla fonte del denaro anche a distanza di molti anni.”
    Qui all’inizio avete detto che se compare un bonifico bisogna spiegarlo e finite col dire che per questo è sempre meglio operare con un bonifico.
    Quindi se i miei genitori mi fanno un bonifico ogni mese con la causale “donazione” devo spiegarlo?

  2. Buonasera,

    io mio proprietario di casa ha affittato casa sua a me e mio fratello con contratto per i primi 4 anni a 600 euro al mese (300 a testa). Successivamente mio fratello si è trasferito e io ho trovato una persona al posto suo. Nel frattempo dopo i 4 anni il mio proprietario non ha più registrato il contratto ed io nella demenza più totale ho continuato a farmi bonificare da questo ragazzo (in realtà più di uno, per via dei vari cambi) 350 euro al mese (perchè gli comprendevo le utenze). Io da parte mia ho sempre pagato il proprietario tramite assegno (appunto di 600 euro). Secondo voi rischio accertamenti? E in caso come posso difendermi? Il fatto che giravo i soldi ogni mese tramite assegno può far capire che non sono un evasore? è sufficiente come prova? Grazie

    1. Giovanni ti suggeriamo la lettura dei seguenti articoli:
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