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Rinuncia eredità figlio convivente

27 Giugno 2019
Rinuncia eredità figlio convivente

L’obbligo di inventario nei tre mesi successivi alla morte è condizione per la separazione del patrimonio dell’erede da quello del defunto.

Immagina di aver vissuto insieme a tua madre, in casa di quest’ultima, fino all’ultimo giorno della sua vita. Dopo le esequie, all’atto dell’apertura della successione, hai deciso di rinunciare all’eredità: la donna aveva, infatti, accumulato un grosso debito che non ha mai pagato e vuoi pertanto evitare di subire azioni esecutive e pignoramenti. Senonché, dopo qualche anno, ti viene notificato un atto giudiziario: si tratta di una citazione che, in qualità di erede, il creditore rivolge nei tuoi confronti per ottenere i soldi che tua madre non gli ha mai restituito. Che possibilità hai di difenderti da un’azione legale di questo tipo? Perché mai, sebbene hai rifiutato l’eredità del tuo genitore, viene messa in ballo la tua responsabilità?

Ti devo dare una brutta notizia: la rinuncia all’eredità del figlio convivente segue delle regole speciali che, se ignorate, possono comportare grossi pregiudizi per il familiare superstite.

A ricordare come deve avvenire la rinuncia all’eredità del figlio convivente è una recente sentenza della Cassazione [1] di cui parleremo qui di seguito.

Rinuncia all’eredità per chi è in possesso dei beni del defunto

Chi vuol rinunciare all’eredità o accettarla con beneficio di inventario deve depositare la dichiarazione entro 10 anni dall’apertura della successione.

Se però tale persona è nel possesso dei beni del defunto i termini si riducono. Difatti:

  • entro 3 mesi dall’apertura della successione, deve redigere un inventario di tutti gli oggetti e gli altri beni che si trovano nella sua disponibilità materiale;
  • nei successivi 40 giorni deve poi depositare la dichiarazione con la rinuncia o l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.

Pertanto, chi dimentica di fare l’inventario e presenta direttamente la rinuncia o l’accettazione con beneficio di inventario è considerato “erede puro e semplice”: egli cioè acquista sia l’eventuale attivo che il passivo lasciato dal defunto. In buona sostanza, risponderà dei debiti ereditati, sicché i creditori del defunto potranno pignorare il suo personale patrimonio.

Rinuncia all’eredità: l’inventario è obbligatorio?

La legge [2] sembra imporre l’inventario come condizione per rinunciare all’eredità o accettare con il beneficio solo per chi, al momento della morte del de cuius, aveva il possesso dei suoi beni. È proprio il caso del figlio convivente con il genitore deceduto. Tale obbligo ha una precisa funzione: l’inventario serve per separare il patrimonio del defunto da quello dell’erede in modo da definire i confini netti tra l’uno e l’altro e per tutelare i creditori (affinché abbiano un’esatta rappresentazione del patrimonio ereditario ed evitare così che la materiale apprensione dei beni ereditari da parte del chiamato possessore determini un’agevole sottrazione di questi ultimi). In verità, l’inventario serve soprattutto all’erede per valutare la convenienza di un’accettazione con beneficio di inventario o meno.

Anche la Cassazione ha ribadito la necessità dell’inventario [3]. Ed anche la pronuncia in commento lo conferma. Nel caso di specie, infatti, un uomo, alla morte della madre con la quale conviveva, era rimasto nell’abitazione di quest’ultima senza redigere l’inventario dei beni della defunta nei termini stabiliti dalla legge (tre mesi). In questo modo, pertanto, aveva conseguito il titolo di «erede puro e semplice» e la dichiarazione di rinuncia all’eredità effettuata dopo un anno e mezzo dal decesso non poteva più garantirgli alcuna tutela.

Stando tuttavia a un recente studio del notariato [4], l’inventario non sarebbe condizione per la validità della rinuncia. Secondo questa interpretazione, dunque, per la rinuncia all’eredità l’inventario non sarebbe obbligatorio. Maggiori approfondimenti in Rinuncia all’eredità: inventario non obbligatorio.

In cosa consiste l’inventario?

In particolare, cos’è l’inventario e come si fa? L’inventario è un atto pubblico, predisposto dal cancelliere o dal notaio delegati, e contiene l’elenco e la descrizione dei beni ereditari, nonché gli elementi utili alla loro individuazione e valutazione. È sufficiente la descrizione dell’attivo, non essendo necessaria l’indicazione delle passività.

L’inventario viene pubblicato nel registro delle successioni, ma non va trascritto nei registri immobiliari.

L’inventario va fatto anche se non c’è eredità, ossia se il defunto non ha lasciato alcun bene. In tal caso, sarà sufficiente la dichiarazione di assoluta mancanza di massa ereditaria.

Il pubblico ufficiale incaricato non può accontentarsi della semplice dichiarazione dell’erede, limitandosi a riprodurla, ma deve accertarsi personalmente della sussistenza e della consistenza dei beni, recandosi personalmente nel luogo in cui gli stessi si trovano; diversamente risponde anche disciplinarmente per la propria lacunosa attività [5].

Per chiedere la nomina del notaio o del cancelliere che rediga l’inventario, è necessario presentare:

  • ricorso al giudice della successione con relativa nota di iscrizione e dichiarazione di valore;
  • copia accettazione beneficiata o dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante la qualità di erede o copia del testamento nel caso di erede testamentario quando l’inventario precede l’accettazione.

A che serve l’inventario?

Come accennato, l’inventario permette di tenere il patrimonio ereditato separato e distinto da quello personale dell’erede. Esso è, quindi, condizione per eseguire una rinuncia all’eredità oppure una accettazione dell’eredità con beneficio di inventario.


note

[1] Cass. sent. n. 17044/19 del 26.06.2019.

[2] Art. 485 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 4845/2003.

[4] Studio n. 406-2017/C

[5] Cass. 28 agosto 2015 n. 17266.


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