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Violenza risarcimento danni: ultime sentenze

13 Luglio 2019
Violenza risarcimento danni: ultime sentenze

Le ultime sentenze su: violenza sessuale; violenza alla persona; mobbing; demansionamento; reato di estorsione; domanda di risarcimento dei danni; risarcimento del danno morale e materiale; quantificazione del risarcimento; valutazione e liquidazione; criteri equitativi e liquidazione equitativa; onere della prova; persona offesa.

Liquidazione equitativa

La liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. “pura”, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato a dare conto, in motivazione, del peso specifico attribuito ad ognuno di essi, in modo da rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento.

Ne consegue che, allorché non siano indicate le ragioni dell’operato apprezzamento e non siano richiamati gli specifici criteri utilizzati nella liquidazione, la sentenza incorre sia nel vizio di nullità per difetto di motivazione (indebitamente ridotta al disotto del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111, comma 6, Cost.) sia nel vizio di violazione dell’art. 1226 c.c.

(Nella specie, in applicazione dell’enunciato principio, la S.C. ha cassato la sentenza di appello che aveva operato una drastica riduzione dell’importo dovuto ai danneggiati a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente a reato di violenza sessuale sulla base del rilievo, puramente assertivo, secondo cui il maggiore importo liquidato dal primo giudice era “sproporzionato” rispetto ai fatti e la riduzione dello stesso appariva “conforme a giustizia”).

Cassazione civile sez. III, 13/09/2018, n.22272

Infortunio sportivo: responsabilità e risarcimento danni

In materia di risarcimento danni per responsabilità civile conseguente ad un infortunio sportivo, la condotta dell’agente è scriminata soltanto laddove sussista uno stretto collegamento funzionale tra gioco ed evento lesivo. Non sussiste tale nesso funzionale se l’atto sia stato compiuto allo scopo di ledere l’avversario, ovvero con una violenza incompatibile con le caratteristiche concrete del gioco.

Sussiste, pertanto, in ogni caso la responsabilità dell’agente in ipotesi di atti compiuti allo specifico scopo di ledere, anche se gli stessi non integrino una violazione delle regole dell’attività svolta; la responsabilità non sussiste invece se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere e senza la violazione delle regole dell’attività, e non sussiste neppure se, pur in presenza di violazione delle regole proprie dell’attività sportiva specificamente svolta, l’atto sia a questa funzionalmente connesso.

In entrambi i casi, tuttavia il nesso funzionale con l’attività sportiva non è idoneo ad escludere la responsabilità tutte le volte che venga impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato, ovvero col contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto, o con la qualità delle persone che vi partecipano.

Cassazione civile sez. III, 10/05/2018, n.11270

Mobbing: condotte persecutorie reiterate da parte del datore di lavoro

Con il termine “mobbing” si fa riferimento all’insieme di comportamenti persecutori che tendono ad emarginare un soggetto dal gruppo sociale di appartenenza tramite forme di violenza psicologica protratte nel tempo e in grado di causare danni – di vario genere e gravità – alla vittima. Nel campo del diritto del lavoro il concetto viene riferito a quelle condotte datoriali volte a vessare sistematicamente il lavoratore dipendente.

Il lavoratore è gravato dall’onere probatorio di dimostrare: a) la realizzazione delle presunte condotte mobbizzanti (elemento oggettivo); b) il dolo dell’agente (elemento soggettivo); c) la concretizzazione del danno e d) l’esistenza del nesso eziologico tra condotte e danno subito. In assenza di prove idonee a fornire la dimostrazione del pregiudizio affermato, la richiesta di risarcimento danni -avanzata dal lavoratore- non può trovare accoglimento.

Tribunale Velletri sez. lav., 13/02/2018, n.227

Violenza sessuale: risarcimento dei danni morali e materiali

In tema di reati sessuali, il Comune nel cui territorio il reato è stato commesso è legittimato a costituirsi parte civile onde ottenere il risarcimento dei danni morali e materiali derivati dall’offesa, diretta ed immediata, dello scopo statutario.

(Nella specie è stata ritenuta legittima la costituzione del Comune di Torino in quanto finanziatore e diretto erogatore di servizi specificamente rivolti alle vittime di violenza sessuale, e statutariamente e concretamente impegnato contro la violenza alle donne).

Cassazione penale sez. III, 27/06/2017, n.45963

Violenza sessuale minore: risarcimento del danno morale

È corretta la statuizione con cui, nel condannare al risarcimento del danno morale chi ha commesso violenza sessuale in danno di un minore mentre si trovava in vacanza, il giudice di merito ha tenuto conto del pregiudizio correlato alla vacanza rovinata, ancorché l’episodio criminoso sia avvenuto l’ultimo giorno di vacanza, in quanto essa deve ritenersi compromessa non solo nella sua parte finale, ma anche come ricordo.

Cassazione penale sez. III, 18/03/2010, n.19523

Violenza sessuale: quantificazione del risarcimento

In ipotesi di violenza sessuale, costituisce fatto ormai notorio che la persona offesa rivesta contemporaneamente i caratteri di soggetto (passivo) e di oggetto (dal punto di vista del violentatore), specialmente se la vittima è un soggetto infraquattordicenne, con conseguentemente lesione della personalità, il cui risarcimento non può che avvenire in via equitativa, stante la ovvia difficoltà del danneggiato di proporre una precisa quantificazione.

Cassazione civile sez. III, 21/06/2011, n.13611

Reato di estorsione, violenza o minaccia grave

Il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza alla persona e quello di estorsione si distinguono non per la materialità del fatto, che può essere identica, ma per l’elemento intenzionale che, qualunque sia stata l’intensità e la gravità della violenza o della minaccia, integra la fattispecie estorsiva soltanto quando abbia di mira l’attuazione di una pretesa non tutelabile davanti all’autorità giudiziaria.

(Nella specie la S.C. ha confermato la decisione di merito che aveva qualificato come estorsione la condotta dell’imputato, consistita nell’aver costretto una persona anziana – dicendole, in luogo isolato: “Io non ci metto nulla ad ammazzare una persona” – a consegnargli una modesta somma di denaro come risarcimento dei danni asseritamente subiti in occasione di un urto tra i rispettivi autoveicoli, in realtà mai avvenuto).

Cassazione penale sez. II, 20/12/2016, n.1901

Estorsione: risarcimento del danno

I gravi fatti posti a base della sentenza penale, accertati con sentenza passata in cosa giudicata, consistenti nell’aver sottratto con destrezza all’attore il portafogli e nell’avere posto in essere ai suoi danni il reato di estorsione, sono senza dubbio generatori di risarcimento del danno, residuando nell’attore uno stato di ansia, depressione ed insicurezza determinati dal timore di essere oggetto di ulteriori episodi di violenza.

Giudice di pace Bari, 03/09/2010, n.6840

Lesione personale: risarcimento del danno

In tema di risarcimento del danno da lesione personale è integrata la fattispecie della necessaria volontà di far subire violenza fisica all’altrui persona e viene riconosciuto al danneggiato la possibilità di proporre domanda di risarcimento, essendo esaminata in sede di liquidazione.

Sulla persona offesa grava l’onere di dimostrare in nesso di causalità ex art. 40 c.p. tra la condotta dell’agente e il pregiudizio subito, al fine di imputare la responsabilità civile e penale all’autore della lesione.

Tribunale Salerno sez. II, 14/01/2015, n.124

Tutela delle condizioni di lavoro e risarcimento danni

Non si può addebitare un disegno persecutorio qualora non sia possibile desumere elementi di prova dalla illegittimità dei provvedimenti, non essendo stati, tali atti, impugnati, e non siano state provate condotte personali dei superiori del dipendente tali da manifestare il connotato della vessatorietà, delle minacce, della violenza e delle ingiurie.

Di conseguenza, la domanda di risarcimento dei danni discendenti da illecito demansionamento e mobbing non può essere accolta qualora il lavoratore non abbia tempestivamente impugnato i provvedimenti organizzativi, adottati dall’Amministrazione nell’ambito della sua attività gestionale, da cui è derivata l’asserita modifica peggiorativa del rapporto lavorativo.

Consiglio di Stato sez. VI, 04/11/2014, n.5419

Legittimazione all’azione civile

In tema di reati sessuali, il Comune nel cui territorio il reato è stato commesso è legittimato a costituirsi parte civile onde ottenere il risarcimento dei danni morali e materiali derivati dall’offesa, diretta ed immediata, dello scopo sociale.

(Nella specie è stata riconosciuta la titolarità della relativa costituzione al Comune di Milano sia in quanto finanziatore e diretto erogatore di servizi specificamente rivolti alle vittime di violenza sessuale sia in quanto statutariamente e concretamente impegnato contro la violenza alle donne).

Cassazione penale sez. III, 09/06/2011, n.29905


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