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Licenziamento ritorsivo: ultime sentenze

6 Maggio 2022
Licenziamento ritorsivo: ultime sentenze

Distribuzione dell’onere della prova tra datore di lavoro e lavoratore; impugnazione del licenziamento ritorsivo.

Cos’è il licenziamento ritorsivo? Come viene ripartito l’onere della prova? Cosa occorre dimostrare? Il lavoratore ha l’onere di provare la presenza di profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo, mentre il datore di lavoro deve dimostrare l’esistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo del recesso.

Mobbing e stalking

Il mobbing integra il reato di stalking quando determina una delle conseguenze previste dall’art. 612-bis c.p. E il ruolo di sovraordinazione di chi agisce contro i lavoratori con reiterate molestie, minacce e pretestuose incolpazioni disciplinari comporta l’aggravamento del reato per essere stato commesso con abuso di autorità. Lo hanno affermato i giudici della Corte di cassazione, sezione V penale, con la sentenza n. 12827/2022. Il ricorrente era stato condannato per il reato di atti persecutori nei confronti di alcuni dipendenti della società municipalizzata nella quale rivestiva il ruolo di presidente. I lavoratori venivano apostrofati in pubblico con affermazioni offensive dall’imputato che arrivava addirittura a sfidarli fisicamente. Inoltre, le vessazioni morali venivano condite da plurime contestazioni disciplinari pretestuose che culminavano in un caso anche in un licenziamento ritorsivo.

La Cassazione però respinge l’argomento difensivo asserendo che il mobbing attuato dal datore di lavoro integra il reato di atti persecutori quando genera nella vittima una delle conseguenze previste dall’art. 612-bis c.p. Ed essendo sufficiente il solo dolo generico basta che l’autore delle reiterate molestie e minacce sia consapevole delle possibili conseguenze a carico delle vittime della sua “persecuzione”. Dalla sentenza emerge, ad esempio, che una delle finalità illecite delle ripetute contestazioni disciplinari era quello di contrastare in azienda la presenza di lavoratori appartenenti a una data sigla sindacale. Lo stalking occupazionale scatta se il datore di lavoro crea un danno all’autodeterminazione del lavoratore

Cassazione penale sez. V, 18/01/2022, n.12827

Licenziamento ritorsivo

Nell’ipotesi di licenziamento ritorsivo – quindi nullo – il motivo illecito deve essere determinante (cioè deve rappresentare l’unica effettiva e concreta ragione del recesso datoriale) e deve essere altresì esclusivo, nel senso che il motivo lecito formalmente addotto deve essere riscontrato come insussistente. L’esclusività sta quindi a significare che il motivo illecito può concorrere con un motivo lecito, ma solo nel senso che quest’ultimo sia stato formalmente addotto, ma non sussistente nel riscontro giudiziale.

Corte appello Brescia sez. lav., 08/09/2021, n.204

Licenziamento ritorsivo e indagine

Il licenziamento per ritorsione costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento interessato del lavoratore colpito o di altra persona a lui legata e conseguentemente accomunata nella reazione, con conseguenza nullità ex art. 1345 cc del licenziamento, quando la finalità ritorsiva abbia costituito il motivo esclusivo e determinante dell’atto espulsivo.

Ne segue che, allorquando il lavoratore alleghi che il licenziamento è stato intimo per un motivo illecito esclusivo e determinante ex art. 1345 cc, il datore di lavoro non è esonerato dall’onere di provare, ai sensi dell’ art.  5 L. n.  604/1966, l’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo del recesso; quindi l’indagine in ordine alla sussistenza nonché al carattere esclusivo e determinante del motivo ritorsivo addotto potrà essere successivamente a quella concernente il presupposto giustificativo posto dalla società datrice a fondamento del licenziamento intimato e solo nell’ipotesi di accertata insussistenza della stessa; diversamente, infatti, il motivo ritorsivo non sarebbe, per forza di cose, esclusivo e determinante e quindi non renderebbe nullo il negozio estintivo.

Tribunale Trento sez. lav., 22/07/2021, n.71

Motivo palesemente illecito

Non è sufficiente che il licenziamento sia anche palesemente ingiustificato per aversi un licenziamento ritorsivo, essendo piuttosto necessario che il motivo palesemente illecito (cioè contrario ai casi espressamente previsti dalla legge, all’ordine pubblico e al buon costume) sia stato l’unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche

Tribunale Cosenza sez. lav., 20/07/2021, n.1545

L’intento ritorsivo

In tema di licenziamento nullo, spetta al lavoratore indicare e provare i profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo quale motivo unico e determinante del recesso, atteso che in tal caso la doglianza ha per oggetto il fatto impeditivo del diritto del datore di lavoro di avvalersi di una giusta causa, o di un giustificato motivo, pur formalmente apparenti.

Corte appello Bari sez. lav., 11/06/2021, n.1213

Insussistenza del motivo lecito formalmente addotto

Il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta che sia, è un licenziamento nullo, purché il motivo illecito addotto ex art. 1345 c.c. sia stato determinante, cioè abbia costituire l’unica effettiva ragione del recesso da parte del datore di lavoro oltre che ragione esclusiva, nel senso che il motivo lecito formalmente addotto risulti insussistente.

Tribunale Frosinone sez. lav., 27/04/2021, n.395

Motivo ritorsivo

Nel caso di licenziamento ritorsivo, il motivo illecito addotto ex art. 1345 cod.civ. deve essere determinante – cioè costituire l’unica effettiva ragione di recesso – ed esclusivo – nel senso che il motivo lecito formalmente addotto risulti insussistente nel riscontro giudiziale -. L’onere della prova del motivo ritorsivo incombe sul lavoratore e tale onere non può venir meno per la sola difficoltà probatoria.

Tribunale Reggio Calabria sez. lav., 30/03/2021, n.759

Licenziamento ritorsivo: caratteristiche

La nozione di licenziamento discriminatorio è ben distinta da quella di licenziamento ritorsivo ovvero determinato da motivo illecito. Nel licenziamento discriminatorio la nullità discende direttamente dalla violazione di specifiche norme di diritto interno, quali l’art. 4 della l. n. 604 del 1966, l’art. 15 st. lav. e l’art. 3 della l. n. 108 del 1990, nonché di diritto europeo, quali quelle contenute nella direttiva n. 76/207/CEE sulle discriminazioni di genere, sicché non è necessaria la sussistenza di un motivo illecito determinante ex art. 1345 c.c., né la natura discriminatoria può essere esclusa dalla concorrenza di un’altra finalità , pur legittima, quale il motivo economico . Diversamente nell’ipotesi di licenziamento ritorsivo, in cui è il lavoratore che deve indicare e provare i profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo quale motivo unico e determinante del recesso, ‘atteso che in tal caso la doglianza ha per oggetto il fatto impeditivo del diritto del datore di lavoro di avvalersi di una giusta causa, o di un giustificato motivo, pur formalmente apparente.

Tribunale Venezia sez. lav., 25/02/2021, n.139

Licenziamento ritorsivo: presupposti

In tema di licenziamento ritorsivo, per accordare la tutela prevista per il licenziamento nullo perhé adottato per motivo illecito determinante ex art. 1345, c.c., occorre che il provvedimento espulsivo sia stato determinato esclusivamente da esso, per cui la nullità deve essere esclusa se con lo stesso concorra un motivo lecito (giusta causa o giustificato motivo). Il motivo illecito può ritenersi esclusivo e determinante quando il licenziamento non sarebbe stato intimato se esso non ci fosse stato, e quindi deve costituire l’unica effettiva ragione del recesso, indipendentemente dal motivo formalmente addotto.

Tribunale Rieti sez. lav., 25/02/2021, n.44

Onere probatorio incombente sul lavoratore

L’allegazione del carattere ritorsivo del licenziamento comporta a carico del lavoratore l’onere di dimostrare l’illiceità del motivo unico e determinante del recesso, con la conseguenza che l’eventuale accertamento circa l’effettiva sussistenza del giustificato motivo oggettivo, addotto dal datore di lavoro a fondamento della propria decisione di recesso unilaterale, implicherà necessariamente l’assorbimento della diversa questione riguardante l’asserita ritorsività del licenziamento.

Tribunale Udine sez. lav., 25/01/2021, n.18

Prova del licenziamento ritorsivo

Il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta che questa sia, è un licenziamento nullo, quando il motivo ritorsivo, come tale illecito, sia stato l’unico determinante dello stesso, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1418, 2° comma, 1345 e 1324 c.c.. Esso costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito (diretto) o di un’altra persona ad esso legata e pertanto accomunata nella reazione (indiretto), che attribuisce al licenziamento il connotato della ingiustificata vendetta. Siffatto tipo di licenziamento è stato ricondotto, data l’analogia di struttura, alla fattispecie di licenziamento discriminatorio, vietato dagli artt. 4 della legge n. 604 del 1966, 15 della legge n. 300 del 1970 e 3 della legge n. 108 del 1990 – interpretate in maniera estensiva – che ad esso riconnettono le conseguenze ripristinatorie e risarcitorie di cui all’art. 18 S.L.. L’onere della prova della esistenza di un motivo di ritorsione del licenziamento e del suo carattere determinante la volontà negoziale grava, evidentemente, sul lavoratore che deduce ciò in giudizio.

Corte appello Roma sez. lav., 30/09/2020, n.1898

Licenziamento ritorsivo: conseguenze

Il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta, è assimilabile a quello discriminatorio e costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito, con conseguente nullità del licenziamento quando il motivo ritorsivo sia stato l’unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni.

Tribunale Brescia sez. lav., 14/08/2020, n.302

Licenziamento del dirigente: la tutela reale

La tutela “reale” è prevista per i dirigenti solo in caso di licenziamento ritorsivo e/o discriminatorio, a parte l’ipotesi dello “pseudodirigente”; di conseguenza tale tipologia di tutela può essere riconosciuta solo in presenza di (tempestive) allegazioni e istanze istruttorie idonee a fornire dimostrazione di tale natura del recesso. Perché ogni altra ipotesi di illegittimità/invalidità/inefficacia (compresa la manifesta insussistenza del fatto su cui si fonda) comunque non potrebbe mai determinare le conseguenze reintegra nel posto di lavoro e pagamento di tutte le retribuzioni maturate dal dì del recesso.

Tribunale Roma sez. lav., 03/07/2020, n.4029

Determinazione del licenziamento

In tema di licenziamento, l’intento ritorsivo deve avere avuto un’efficacia, non solo determinativa, ma anche esclusiva del licenziamento, anche rispetto agli altri eventuali fatti idonei a configurare un’ipotesi di legittima risoluzione del rapporto, senza alcuna necessità di procedere ad un giudizio di comparazione fra le diverse ragioni causative del recesso, ossia quelle riconducibili ad una ritorsione e quelle connesse, oggettivamente, ad altre inadempienze. Il motivo illecito determina, invero, la nullità del licenziamento solo quando il provvedimento espulsivo sia stato determinato esclusivamente da esso, cosicché la nullità deve essere esclusa quando con lo stesso concorra, nella determinazione del licenziamento, una giusta causa di recesso a norma dell’art. 2119 cod. Civ..

Corte appello Roma sez. lav., 19/02/2020, n.667

Quando il licenziamento è ritorsivo?

Il licenziamento – per essere considerato ritorsivo – deve costituire l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore e proprio quest’ultimo ha l’onere di indicare e provare i profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo quale motivo unico e determinante del recesso.

Cassazione civile sez. lav., 17/01/2019, n.1195

Accertamento del motivo ritorsivo di licenziamento

In tema di licenziamento nullo perché ritorsivo, il motivo illecito addotto ex art. 1345 c.c. deve essere determinante, cioè costituire l’unica effettiva ragione di recesso, ed esclusivo, nel senso che il motivo lecito formalmente addotto risulti insussistente nel riscontro giudiziale; ne consegue che la verifica dei fatti allegati dal lavoratore, ai fini all’applicazione della tutela prevista dall’art. 18, comma 1, st.lav. novellato, richiede il previo accertamento della insussistenza della causale posta a fondamento del licenziamento.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, invece di vagliare in via preliminare il giustificato motivo oggettivo addotto, aveva operato un indebito giudizio di comparazione tra i motivi ritorsivi indicati dal lavoratore e le ragioni datoriali).

Cassazione civile sez. lav., 04/04/2019, n.9468

Licenziamento ritorsivo e licenziamento discriminatorio: quali differenze?

In tema di lavoro subordinato ed estinzione del rapporto, il licenziamento discriminatorio e quello ritorsivo – accomunati dal motivo illecito determinante dell’atto recessivo – si distinguono in ragione del fatto che il primo prescinde dalla situazione personale del lavoratore, essendo intimato con riguardo al sesso, alla razza, alla religione, a motivi politici ed altre condizioni simili, mentre quello ritorsivo ha consistenza soggettiva e personale, risultando determinato da ragioni vendicative, quale frutto di tensioni ed ostilità nei confronti del singolo, con portata eziologica esclusiva.

Tribunale Milano sez. lav., 01/03/2019

Licenziamento ritorsivo: cosa deve provare il lavoratore?

In tema di licenziamento ritorsivo, il lavoratore deve indicare e provare i profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo quale motivo unico e determinante del recesso, atteso che in tal caso la doglianza ha per oggetto il fatto impeditivo del diritto del datore di lavoro di avvalersi di una giusta causa, o di un giustificato motivo, pur formalmente apparenti.

Tribunale Ravenna sez. lav., 19/02/2019, n.55

Onere della prova del lavoratore

Il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta – assimilabile a quello discriminatorio, vietato dagli artt. 4 legge n. 604/66, 15 legge n. 300/70 e 3 legge n. 108/90 – costituisce ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore e deve essere dichiarata la nullità quando il motivo ritorsivo sia stato l’unico determinante.

L’onere della prova dell’esistenza del motivo ritorsivo (che deve essere puntualmente allegato così come deve essere specificamente dedotto il fatto o atto del lavoratore che avrebbe determinato l’ingiusta reazione datoriale) e del suo carattere determinante la volontà negoziale, grava sul lavoratore.

La prova che il recesso sia stato motivato esclusivamente dall’intento ritorsivo, configurandosi come l’ingiusta reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore, può essere fornita anche con presunzioni e certamente una di queste è la dimostrazione dell’inesistenza del motivo addotto a giustificazione del licenziamento; ciononostante, il licenziamento non può essere considerato ritorsivo per il solo fatto di essere ingiustificato, essendo necessario che il lavoratore provi, anche in via presuntiva, il motivo illecito (ossia contrario ai casi espressamente previsti dalla legge, pur suscettibili di interpretazione estensiva, all’ordine pubblico e al buon costume), unico e determinante.

Tribunale Torino sez. lav., 11/02/2019, n.281

Impugnazione del licenziamento ritorsivo

L’allegazione del carattere ritorsivo del licenziamento impugnato comporta a carico del lavoratore l’onere di dimostrare l’illiceità del motivo unico e determinante del recesso, sempre che il datore di lavoro abbia almeno apparentemente fornito la prova dell’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo del recesso.

Tribunale Bari sez. lav., 21/01/2019, n.208

Licenziamento ritorsivo: quando è nullo?

Il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta che sia, è un licenziamento nullo quando il motivo ritorsivo, come tale illecito, sia stato l’unico determinante dello stesso.

Tribunale Trieste sez. lav., 30/11/2018, n.244

Prova dell’illiceità del motivo unico del recesso

L’allegazione del carattere ritorsivo del licenziamento impugnato comporta a carico del lavoratore l’onere di dimostrare l’illiceità del motivo unico e determinante del recesso, sempre che il datore di lavoro abbia almeno apparentemente fornito la prova dell’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo del recesso, ai sensi dell’art. 5 della l. n. 604 del 1966. La prova della unicità e determinatezza del motivo non rileva, invece, nel caso di licenziamento discriminatorio, che ben può accompagnarsi ad altro motivo legittimo ed essere comunque nullo.

Cassazione civile sez. lav., 07/11/2018, n.28453

Datore di lavoro: cosa deve provare?

In tema di licenziamento, l’allegazione, da parte del lavoratore, del carattere ritorsivo del licenziamento intimatogli non esonera il datore di lavoro dall’onere di provare, ex art. 5 della l. n. 604 del 1966, l’esistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo del recesso; solo ove tale prova sia stata almeno apparentemente fornita incombe sul lavoratore l’onere di dimostrare l’illiceità del motivo unico e determinante del recesso.

(Nella specie, la S.C. ha ritenuto esente da critiche la sentenza che aveva dichiarato nullo un licenziamento collettivo effettuato nei confronti di alcuni dipendenti, desumendone il carattere ritorsivo da gravi e concordanti elementi presuntivi, quali la persistenza nella struttura aziendale dell’unità nella quale lavorava il personale licenziato, l’illegittimità della procedura di mobilità che lo aveva coinvolto e l’adozione di criteri di scelta atti a consentire una selezione assolutamente discrezionale dei lavoratori da licenziare).

Cassazione civile sez. lav., 17/10/2018, n.26035

Profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo

In tema di licenziamento ritorsivo, il lavoratore deve indicare e provare i profili specifici da cui desumere l’intento ritorsivo quale motivo unico e determinante del recesso, atteso che in tal caso la doglianza ha per oggetto il fatto impeditivo del diritto del datore di lavoro di avvalersi di una giusta causa, o di un giustificato motivo, pur formalmente apparenti.

Corte appello Milano sez. lav., 10/10/2018, n.1471

Clausola di non gradimento del datore di lavoro

Nel caso di licenziamento non ritorsivo, ma comunque riconducibile a non gradimento del datore di lavoro, il G.L. è chiamato ad effettuare un’attenta analisi della sussistenza di fatti in astratto disciplinarmente rilevanti. In mancanza, l’utilizzo della clausola di non gradimento finirebbe per integrare l’esercizio di un diritto potestativo da parte del datore di lavoro.

Peraltro tale esercizio è da sé solo, ossia se svincolato dalla ragione del non gradimento, inidoneo a configurare ipotesi di gmo in quanto ciò comporterebbe un gravissimo vulnus dei principi generali e della disciplina specifica che regolano il licenziamento (necessità di giusta causa o gmo), ossia finirebbe per dare ingresso nell’ordinamento lavoristico ad un’ipotesi di recesso datoriale rimessa all’arbitrio di un terzo a prescindere da condotte disciplinarmente rilevanti integranti giusta causa e in assenza nel contempo di una situazione impeditiva di carattere oggettivo, intrinsecamente attinente all’organizzazione del datore di lavoro.

Tribunale Venezia, 17/09/2018, n.455



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