Diritto e Fisco | Articoli

Naspi senza licenziamento

1 Luglio 2019
Naspi senza licenziamento

La legge offre una specifica tutela al lavoratore che si ritrova senza lavoro, prevedendo l’erogazione in suo favore di un contributo mensile che gli serve per mandare avanti la famiglia in attesa di un nuovo impiego.

La Costituzione italiana ha previsto la realizzazione di uno stato sociale nel quale la persona viene supportata e sostenuta nei momenti di difficoltà attravero un sistema di protezione sociale. Questo sistema deriva dalla constatazione che la persona, in alcuni momenti della propria vita, potrebbe non essere in grado, da sola, di procurarsi quanto necessario a vivere. Si pensi al lavoratore che diventa inabile al lavoro, oppure che invecchia: in entrambi i casi la persona non può lavorare e non può, dunque, guadagnarsi da vivere attraverso il lavoro.

Un’altra ipotesi nella quale la persona non è in grado di guadagnarsi da vivere è la perdita del lavoro. Se il lavoratore viene licenziato perde di colpo il proprio reddito e si ritrova senza una fonte di sostentamento. Per questo nasce la naspi che viene erogata a chi perde involontariamente il lavoro. Ma può esistere Naspi senza licenziamento?

Nel presente articolo, illustreremo in quali casi di cessazione del rapporto di lavoro è possibile avere accesso alla Naspi. Occorre, comunque, premettere che il principio generale della Naspi è che questo sostegno spetta solo se il dipendente ha perso il lavoro contro la sua volontà. Se, invece, si è dimesso per una propria scelta discrezionale non può chiedere aiuto allo Stato.

Cos’è la Naspi?

Come abbiamo detto in premessa, la Costituzione [1] afferma che quando un lavoratore, per un problema fisico, di salute, per l’invecchiamento o per la disoccupazione, perde la capacità, almeno momentanea, di lavorare deve essere aiutato dallo Stato il quale deve provvedere a farsi carico delle sue necessità.

Questo principio parte dall’idea che l’uomo attraverso il lavoro si procura le risorse necessarie alla propria vita e a quella della propria famiglia. Da ciò discende che, quando la possibilità di lavorare viene meno, la persona deve essere sostenuta altrimenti rischierebbe di precipitare in una situazione di disagio sociale ed economico.

Tra i vari eventi che possono dare diritto a questo sostegno pubblico, troviamo la disoccupazione involontaria.

La Naspi, dunque, non è altro che l’attuazione concreta di questo principio espresso dalla Costituzione. Nel corso degli anni, lo Stato ha attuato la norma costituzionale introducendo varie forme e tipologie di indennità di disoccupazione e, da ultimo, la cosiddetta Aspi e Miniaspi.

A partire dal 2015 [2] tutte queste precedenti forme di sostegno dei lavoratori disoccupati sono state sostituite dalla Naspi, acronimo di Nuova assicurazione sociale per l’impiego.

Si tratta, dunque, di un beneficio economico che viene erogato dall’Istituto nazionale di previdenza sociale (Inps) al lavoratore in caso di disoccupazione involontaria.

Naspi: spetta a tutti i lavoratori?

La Naspi non spetta indistintamente a tutti i lavoratori che perdono il lavoro. Innanzitutto occorre chiarire che la Naspi spetta solo ai lavoratori assunti con contratto di lavoro subordinato. Tutti coloro che vengono inquadrati con forme di lavoro autonomo o parasubordinato come, ad esempio, i collaboratori coordinati e continuativi, i consulenti, i lavoratori a partita iva, etc. non possono contare su questo contributo economico se l’azienda decide di mettere fine al rapporto di collaborazione. In alcuni casi potranno percepire una forma di Naspi attenuata detta dis-coll.

Inoltre, anche all’interno del lavoro dipendente, non a tutti spetta la Naspi.

Questo contributo spetta ai lavoratori subordinati, ivi inclusi:

  • apprendisti;
  • soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato con le medesime cooperative;
  • personale artistico con rapporto di lavoro subordinato;
  • dipendenti a tempo determinato delle pubbliche amministrazioni.

Viceversa, la Naspi non spetta a:

  • dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni;
  • operai agricoli a tempo determinato e indeterminato;
  • lavoratori extracomunitari con permesso di soggiorno per lavoro stagionale;
  • lavoratori che hanno maturato i requisiti per il pensionamento di vecchiaia o anticipato;
  • lavoratori titolari di assegno ordinario di invalidità, qualora non optino per la Naspi.

Naspi: spetta anche senza licenziamento?

Come detto in premessa, la Naspi non spetta in ogni caso di cessazione di un rapporto di lavoro in quanto il presupposto per la sua erogazione è che la disoccupazione sia involontaria. Ciò significa che il lavoratore deve essersi ritrovato senza lavoro non per sua scelta ma deve avere subito la perdita del lavoro da scelte altrui.

In particolare, dunque, l’evento che, senza alcuna ombra di dubbio, dà sempre diritto alla Naspi è il licenziamento.

Ricordiamo che il licenziamento si ha quando è l’azienda che decide di chiudere il rapporto di lavoro con un certo dipendente.

Come sappiamo, nel nostro ordinamento, esistono varie tipologie di licenziamento che differiscono per le ragioni sottese al licenziamento stesso.

In particolare esistono due grandi aree di licenziamento che sono:

  1. licenziamento disciplinare: si ha in tutti i casi in cui la scelta dell’azienda di licenziare il dipendente deriva da un grave inadempimento posto in essere dal lavoratore stesso;
  2. licenziamento economico: ricorre quando la scelta dell’azienda di licenziare il dipendente è la conseguenza di decisioni relative all’organizzazione aziendale e ad esigenze tecniche, produttive ed organizzative del datore di lavoro.

Chiariamo subito che la Naspi spetta in tutte le ipotesi di licenziamento e dunque non è rilevante, al fine dell’ottenimento di questo beneficio, il motivo di licenziamento addotto.

Per molto tempo si è pensato che non avesse diritto alla Naspi il dipendente licenziato per giusta causa. In questo caso, infatti, il lavoratore viene licenziato a causa di un suo grave inadempimento, si pensi al caso del lavoratore che ruba merce aziendale. Secondo alcuni, in ipotesi come queste, non può dirsi che la disoccupazione sia involontaria perché il dipendente si è di fatto andato a cercare la fine del rapporto di lavoro, comportandosi in maniera scorretta.

In realtà, il ministero del Lavoro ha spazzato via ogni dubbio [3] affermando che anche il lavoratore licenziato per giusta causa ha diritto alla Naspi. Ciò in quanto il licenziamento per giusta causa non può essere considerato automaticamente una forma di “disoccupazione volontaria”, visto che la sanzione disciplinare del licenziamento adottata dal datore di lavoro non è automatica ma è sempre rimessa alla libera determinazione e valutazione del datore di lavoro.

Inoltre, come noto, il licenziamento per giusta causa del dipendente può essere impugnato e, spesso, all’esito del giudizio di fronte al giudice del lavoro, emerge che la sanzione adottata dall’azienda era illegittima.

Naspi: spetta in caso di dimissioni?

Chiarito dunque che tutte le forme di licenziamento, siano esse afferenti al licenziamento disciplinare o a quello economico, danno sempre diritto alla Naspi occorre chiedersi ora quando la Naspi spetta anche al di fuori del licenziamento.

Come noto, oltre al licenziamento del dipendente da parte del datore di lavoro, un rapporto di lavoro può cessare con altre due modalità di estinzione:

  • le dimissioni del dipendente;
  • la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro.

In teoria, in questi due casi, la disoccupazione è sempre volontaria perché le dimissioni sono un atto libero e volontario del dipendente e nella risoluzione consensuale del rapporto di lavoro è la volontà di entrambe le parti del rapporto lavorativo a porre fine al contratto di lavoro e a procurare, dunque, lo stato di disoccupazione.

Tuttavia, ci sono delle ipotesi particolari di dimissioni e di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro che danno, comunque, diritto alla Naspi poiché, anche se la cessazione del rapporto assume questa forma, la disoccupazione è comunque involontaria e contro il volere del dipendente.

Si fa riferimento a:

  • dimissioni per giusta causa: in questo caso le dimissioni non sono il frutto della libera scelta del lavoratore ma sono state di fatto indotte da comportamenti del datore di lavoro che rendono il rapporto di lavoro non più proseguibile [4]. È il caso del dipendente che si dimette poiché molestato sul lavoro, oppure perché non gli viene pagato il proprio stipendio, oppure perché vittima di mobbing o a seguito di un trasferimento presso un’altra sede di lavoro senza che sussistano le comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive che la legge richiede per poter legittimamente trasferire un dipendente;
  • dimissioni della lavoratrice madre, che siano intervenute durante il periodo tutelato di maternità, vale a dire a partire da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del bambino;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, che sia intervenuta nell’ambito della procedura di conciliazione presso l’Ispettorato territoriale del lavoro prevista in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo di dipendenti assunti prima del 7 marzo 2015 e nell’ambito di aziende che occupano più di quindici dipendenti. In sostanza, quando un’azienda con più di 15 dipendenti deve licenziare per giustificato motivo oggettivo dipendenti assunti prima del 7 marzo 2015 deve, prima di consegnare la lettera di licenziamento, inviare all’ITL e, per conoscenza, al dipendente una comunicazione con cui rende nota la sua intenzione di procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo del lavoratore. L’ITL fissa, dunque, un incontro per trovare una conciliazione tra le parti. Se in questo incontro le parti si accordano per la risoluzione consensuale del rapporto lavorativo il dipendente potrà percepire (in via di eccezione) la Naspi;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro determinata dal rifiuto del lavoratore di trasferirsi presso un’altra sede di lavoro della stessa azienda distante più di 50 chilometri dalla residenza del lavoratore e/o mediamente raggiungibile con i mezzi pubblici in 80 minuti o più.

Al di là di queste eccezioni, dimissioni volontarie e risoluzione consensuale non danno mai diritto alla Naspi poichè manca il requisito della non volontarietà della disoccupazione.

note

[1] Art. 38, Cost.

[2] Art. 1 D. Lgs. n. 22 del 4.03.2015.

[3] Ministero del Lavoro, Interpello n. 13 del 24.042015.

[4] Circolare Inps n. 163 del 20.10.2003, .


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA