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Quietanza: fa prova del pagamento?

30 Giugno 2019 | Autore:
Quietanza: fa prova del pagamento?

Quietanza liberatoria: quando può essere contestata? Cos’è la quietanza atipica? Cos’è la quietanza di comodo o simulata? Quali mezzi di prova sono ammessi?

Ogni persona, nel momento in cui assolve al proprio debito, ha diritto a ricevere un documento dal quale emerge il proprio pagamento, di modo che potrà stare tranquillo nel caso in cui, in futuro, il creditore volesse nuovamente pretendere del denaro. Questo documento, che il creditore è tenuto a rilasciare su richiesta del debitore, si chiama quietanza, e serve proprio a dimostrare l’avvenuto pagamento. Con questo articolo mi vorrei soffermare su un particolare argomento, riassumibile in questa domanda: la quietanza fa prova del pagamento?

Sembrerebbe un quesito banale, al quale di fatto si è già data risposta. In realtà, non è così: solo apparentemente la quietanza è una prova invincibile del pagamento avvenuto. Esistono dei casi in cui, nonostante la ricevuta, è possibile contestare l’adempimento della prestazione. Quando? In quali casi la quietanza non fa prova del pagamento? Proprio di questo vorrei parlarti. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme cos’è la quietanza, che valore ha e quando non è prova idonea dell’avvenuto pagamento.

Quietanza: cos’è?

Partiamo subito dal dato normativo: secondo il codice civile [1], il creditore che riceve il pagamento deve, a richiesta e a spese del debitore, rilasciare quietanza e farne annotazione sul titolo (ad esempio, sul contratto dal quale è nato il debito), se questo non è restituito al debitore.

Come si evince da questa brevissima norma, la quietanza è quel documento privo di formalità che attesta l’avvenuto pagamento. Ovviamente, perché abbia un valore, la quietanza deve essere rilasciata per iscritto e deve essere firmata dal creditore: se la firmasse il solo debitore, non avrebbe alcun valore giuridico, atteso che nessuno può far valere a proprio vantaggio documenti firmati da se stesso.

Dell’avvenuto pagamento certificato dalla quietanza il creditore deve darne atto anche sul titolo dal quale scaturisce il debito oramai saldato: pensa ad un contratto oppure ad altra scrittura privata.

Funzione della quietanza di pagamento

Secondo la legge, il debitore ha un vero e proprio diritto ad ottenere la quietanza liberatoria: questo perché, secondo le ordinarie norme sulla responsabilità contrattuale, se il creditore agisce per l’inadempimento è sul debitore che grava l’onere della prova di aver adempiuto. Possiamo quindi affermare che, di norma, la quietanza fa piena prova del pagamento.

Se non ci fosse questa disposizione legislativa, il creditore potrebbe non rilasciare la quietanza ed agire contro il debitore, che si troverebbe in una posizione difficile. Il debitore, quindi, può anche rifiutare il pagamento se il creditore non intende quietanziarlo.

Quietanza e imputazione del pagamento

Lo stesso articolo che si occupa dell’obbligo, per il creditore, di quietanzare il pagamento ricevuto stabilisce che il rilascio di una quietanza per il capitale fa presumere il pagamento degli interessi. In pratica, se il creditore attesta l’avvenuta pagamento del debito originariamente dovuto e non aggiunge altro, si presumerà che anche gli eventuali interessi (dovuti per il ritardo) siano stati regolarmente pagati.

Questa norma ci offre lo spunto per parlare della quietanza e dell’imputazione del pagamento. È possibile che una persona sia più volte debitrice nei confronti di un’altra: ad esempio, Tizio si è fatto prestare del danaro da Caio e, dopo un po’ di tempo, lo ha accidentalmente tamponato con la macchina. In un caso del genere, Tizio è doppiamente debitore nei confronti di Caio: un primo debito gli deriva dal prestito, debitamente accertato mediante scrittura privata, mentre il secondo da una responsabilità extracontrattuale per circolazione dei veicoli. Se Tizio decide di pagare solo una parte dei suoi debiti, a quale di essi andrà imputato il pagamento?

Il codice civile [2] dice che chi ha più debiti della medesima specie verso la stessa persona può dichiarare, quando paga, quale debito intende soddisfare. In mancanza di tale dichiarazione, il pagamento deve essere imputato al debito scaduto; tra più debiti scaduti, a quello meno garantito; tra più debiti ugualmente garantiti, al più oneroso per il debitore; tra più debiti ugualmente onerosi, al più antico. Se tali criteri non sono utilizzabili, l’imputazione è fatta proporzionalmente ai vari debiti.

In estrema sintesi, se hai più debiti della stessa specie (ad esempio, in danaro) nei confronti di una persona, sei tu che hai il diritto di stabilire a quale dei debiti il pagamento debba riferirsi; solamente se non esprimi alcuna preferenza si applicheranno gli altri criteri stabiliti dalla legge. Nella quietanza, dunque, il creditore dovrà indicare il debito a cui il pagamento si riferisce, così come stabilito dal debitore.

È possibile anche che sia il creditore ad effettuare l’imputazione [3]: in un’ipotesi del genere, la ricezione del documento costituisce prova dell’accettazione dell’imputazione operata dal creditore se il debitore non la contesti immediatamente; la mancata tempestiva contestazione assume il valore dell’acquiescenza [4].

Quietanza: può essere contestata?

Ti ho spiegato cos’è la quietanza, a cosa serve e come funziona l’imputazione di pagamento in caso di più debiti. Al termine del precedente paragrafo ti ho spiegato quando il debitore può contestare l’imputazione effettuata dal creditore. Vediamo ora il caso opposto: il creditore può contestare la quietanza? In altre parole, il creditore può sconfessare la quietanza, dicendo che, in realtà, non ha ricevuto alcun pagamento e che, quindi, il debito sussiste ancora?

La risposta sembra molto semplice: la quietanza fa piena prova del pagamento e, pertanto, non può essere contestata dal creditore, tanto più che è stato lui a rilasciarla. Sarebbe come volersi contraddire solamente per ottenere un nuovo pagamento.

In realtà, la quietanza non è sempre idonea a fare piena prova: contro di essa, infatti, il creditore potrebbe agire in giudizio per farne valere la non corrispondenza al vero. Sul punto si è espressa la Suprema Corte a Sezioni unite [5], stabilendo che la quietanza ha efficacia di piena prova del fatto del ricevuto pagamento dalla stessa attestato, con la conseguenza che, se la quietanza viene prodotta in giudizio, il creditore non può essere ammesso a provare per testi il contrario, e cioè che il pagamento non è in effetti avvenuto, a meno che dimostri che la quietanza è stata rilasciata nella convinzione, fondata su errore di fatto, che la dichiarazione rispondesse al vero, ovvero a seguito di violenza.

In sintesi, dunque, alla quietanza di pagamento si applica la stessa norma prevista in tema di confessione [6]: la quietanza, come dichiarazione di scienza attestante un fatto sfavorevole al dichiarante e favorevole al destinatario della dichiarazione, è infatti una confessione stragiudiziale in piena regola; la confessione, per legge, non è revocabile ove non sia stata indotta da errore di fatto o da violenza morale.

Pertanto, la quietanza di pagamento può essere contestata solamente nelle seguenti due circostanze:

  • se si basa su un errore di fatto del creditore che l’ha rilasciata;
  • se è stata emessa a seguito di violenza.

Quietanza: quando non fa prova del pagamento?

In pratica, la quietanza non è prova del pagamento se essa è frutto di un errore o di una violenza: in queste ipotesi, il creditore è ammesso a provare che il debitore non ha pagato anche mediante testimoni. Ma quando si può parlare di errore o di violenza?

Per errore di fatto [7] si deve intendere quello commesso a seguito della falsa percezione della realtà esterna. Ad esempio, Tizio paga a Caio cinquecento euro ma Caio, per un errore di calcolo, ne conta seicento e rilascia quietanza liberatoria per tale somma; Sempronio trova nella cassetta della posta cinquecento euro e, pensando che glieli abbia lasciati Mevio, suo debitore, gli fa pervenire quietanza liberatoria, nonostante il danaro gli fosse stato lasciato da un’altra persona.

Per violenza [8], invece, si deve intendere la prospettazione di un male ingiusto e notevole: pensa a Tizio che chiede a Caio, suo creditore, di rilasciargli quietanza liberatoria anche senza aver pagato nulla, minacciando di percuoterlo se non lo farà.

Quietanza rilasciata ad un terzo: è prova del pagamento?

Finora abbiamo parlato della quietanza liberatoria tipica, cioè di quella che il creditore rilascia direttamente al debitore su richiesta di quest’ultimo. Abbiamo detto che tal quietanza fa piena prova, a meno che essa non sia il frutto di un errore del creditore oppure di una violenza esercitata su questi.

La legge prevede un’altra forma di quietanza, definita atipica. Di cosa si tratta? La quietanza atipica è quella che il creditore non rilascia direttamente al creditore, bensì ad un terzo. Ebbene, prendendo sempre a modello la disciplina della confessione, la quietanza rilasciata ad un terzo è liberamente valutata dal giudice.

Questo significa che la quietanza atipica, poiché fatta pervenire non direttamente al debitore, può essere “revocata” dal creditore non solo nei casi di violenza ed errore, avvalendosi di ogni mezzo possibile (altra documentazione che prova l’esistenza del credito, testimonianze, ecc.).

Quietanza simulata o di comodo: cos’è?

Dopo aver parlato della quietanza tipica (impugnabile solo nel caso di errore o di violenza) e di quella atipica (sconfessabile con qualunque mezzo istruttorio), resta da analizzare solamente la quietanza di favore o di comodo. Di cosa si tratta? Semplice: viene definita di comodo la quietanza rilasciata dal creditore che attesta l’avvenuto pagamento in relazione a un debito che, in realtà, non è mai esistito.

In un caso del genere, ciò che si realizza è una vera e propria simulazione a tutti gli effetti. È vero che la quietanza è una dichiarazione confessoria, ma quando la confessione è simulata, manca la stessa volontà dell’atto e dunque non operano i limiti alla revoca previsti per la quietanza tipica. Secondo la legge [9], i limiti di ammissibilità della prova della simulazione degli atti unilaterali diretti ad una persona determinata sono gli stessi che valgono per la prova della simulazione dei contratti; conseguentemente, la prova testimoniale della simulazione della quietanza, risolvendosi nella prova testimoniale di un patto contestuale alla sua formazione e contrario al suo contenuto, non è ammessa, se non nei casi tassativamente indicati dalla legge (ad esempio, quando vi sia un principio di prova scritta) [10].

In conclusione, quindi, la quietanza simulata non è un atto unilaterale, come lo sono la quietanza tipica e quella atipica, ma il frutto di un vero e proprio accordo tra le parti, le quali fingono che tra loro vi sia un debito sa saldare. Trattandosi di una simulazione in piena regola, il creditore non potrà chiedere la revoca della quietanza con prova testimoniale, se non in casi eccezionali (leggi il testo della nota 10).

Quietanza: quando è prova e quando può essere revocata?

Tirando le fila di quanto detto sinora, possiamo dire che:

  • la quietanza liberatoria tipica, cioè quella rilasciata direttamente al debitore, fa piena prova del pagamento avvenuto, salvi i casi in cui essa sia stata concessa su errore di fatto o dietro violenza. In tali ultime circostanze, può essere ammessa prova testimoniale contraria;
  • la quietanza atipica, rilasciata ad un terzo estraneo al rapporto obbligatorio, può essere contestata con ogni mezzo istruttorio, compresa la prova testimoniale, in virtù dell’assimilazione della dichiarazione alla confessione stragiudiziale fatta ad un terzo;
  • la quietanza di comodo o simulata, invece, può essere sconfessata ma non con prova testimoniale, salvo alcune eccezioni previste dalla legge.

note

[1] Art. 1199 cod. civ.

[2] Art. 1193 cod. civ.

[3] Art. 1195 cod. civ.

[4] Cass., sent. n. 27405 del 13 dicembre 2005.

[5] Cass., sez. Un., sent. n. 19888 del 22 settembre 2014.

[6] Art. 2732 cod. civ.

[7] Art. 1428 cod. civ.

[8] Art. 1434 cod. civ.

[9] Art. 1414 cod. civ.

[10] Art. 2724 cod. civ., il quale così recita: «La prova per testimoni è ammessa in ogni caso: 1) quando vi è un principio di prova per iscritto: questo è costituito da qualsiasi scritto, proveniente dalla persona contro la quale è diretta la domanda o dal suo rappresentante, che faccia apparire verosimile il fatto allegato; 2) quando il contraente è stato nell’impossibilità morale o materiale di procurarsi una prova scritta; 3) quando il contraente ha senza sua colpa perduto il documento che gli forniva la prova».

Autore immagine: Pixabay.com


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