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Si può organizzare uno spettacolo blasfemo?

8 febbraio 2018 | Autore:


> Business Pubblicato il 8 febbraio 2018



Cosa rischia chi organizza uno spettacolo blasfemo? Cosa accade se lo spettatore si sente “leso” da una rappresentazione che turba il proprio animo o la propria sensibilità religiosa? Ecco le risposte

L’arte è generalmente concepita come rappresentazione del bello in tutte le sue forme e sfaccettature: teatro, opera, musica, danza, ecc. Ma cosa succede se andando, ad esempio, a teatro o al cinema ci si ritrova ad assistere ad uno spettacolo blasfemo ed anticristiano? Cosa accade se lo spettatore si sente “leso” da una rappresentazione artistica o teatrale, tale da poter “turbare” il proprio animo o la propria sensibilità religiosa? Sono queste le domande che spesso si pongono gli organizzatori di spettacoli e rappresentazioni. Ebbene: cosa rischia chi organizza uno spettacolo blasfemo? A tanto risponderemo nel presente articolo.

Cosa rischia chi organizza uno spettacolo blasfemo?

Cominciamo innanzitutto con il dire che gli organizzatori di balletti e spettacoli teatrali possono “dormire sonni tranquilli” e mandare in scena le proprie opere in piena tranquillità, senza temere cioè di poter essere citati in giudizio da uno spettatore “turbato” dall’aver assistito ad una rappresentazione “poco ortodossa”. Con una recente sentenza, infatti, la Corte di Cassazione [1]  ha dato una risposta a tutte le domande che ci siamo posti poc’anzi, statuendo – per dirla in poche parole – che l’arte non è mai blasfema. Può non piacere, può risultare provocatoria, creare sgomento, tanto da offendere i sentimenti e le emozioni di qualcuno. Il singolo cittadino, tuttavia, non avrà diritto di pretendere – invocando la propria sensibilità religiosa o morale – alcun tipo di risarcimento.

Spettacolo blasfemo: il principio di laicità dello Stato

Questa sentenza potrebbe non essere vista di buon occhio da quanti, seppur appassionati d’arte, spettacoli, opere, ecc., siano fervidamente ancorati ai propri valori religiosi e cristiani. Proprio per questo motivo, con la pronuncia in commento, la Corte di Cassazione ha posto l’accento sul principio di laicità dello Stato [2]. Come noto, uno Stato può essere definito  “laico” quando non fa propria una morale di matrice strettamente religiosa per affrontare e risolvere i problemi quotidiani della vita sociale, ponendosi rispetto ad essi in maniera “neutrale”. In quest’ottica esso si contrappone allo Stato “clericale” in cui i precetti propri di una fede sono seguiti dallo Stato medesimo e diventano vincolanti per tutti i consociati. Nella società contemporanea, multiculturale e multireligiosa il principio di laicità dello Stato costituisce il punto di riferimento fondamentale per evitare fenomeni di fondamentalismo e integralismo religioso e per ottenere il risultato di una civile convivenza fra tutti, a prescindere dalle diverse connotazioni di ciascuno, siano esse religiose, etiche, razziali, linguistiche, etniche, politiche, sessuali ecc.

Spettacolo blasfemo e risarcimento del danno

Posto quanto sopra, in uno Stato laico (qual è il nostro) ed in cui la sfera sociale dovrebbe essere ben distinta rispetto alla sfera religiosa, non si potrebbero in alcun modo «inibire» le manifestazioni artistiche, anche se «sospettate di offendere il sentimento religioso di qualcuno».

Con queste parola la Suprema Corte ha respinto la richiesta di risarcimento per danni morali avanzata da un cittadino nei confronti della Biennale di Venezia, ritenuta “colpevole” di aver messo in scena – nel 2007 – il balletto “Messiah Game”, lettura in chiave sadomaso della Passione di Cristo. Detto spettacolo era stato ritenuto, da molti, gravemente offensivo «del comune sentire medio del cittadino cattolico, oltre che lesivo del diritto di libertà religiosa garantito dall’articolo 19 della Costituzione».

Analoga accusa era stata mossa nel 1988 nei confronti di un film di Martin Scorsese intitolato “L’ultima tentazione di Cristo”, presentato alla Mostra del Cinema.  Film ritenuto – da molti esponenti del mondo cristiano – addirittura blasfemo.

I Giudici, tuttavia, hanno affermato che tra i «principi fondamentali della Repubblica ci sono la promozione e lo sviluppo della cultura, la libertà dell’arte e della scienza e pertanto sono pienamente consentite le manifestazioni artistiche e scientifiche, che possono svolgersi senza dover subire condizionamenti o indirizzi di sorta». «La carta costituzionale» sottolinea la Cassazione «afferma la laicità dello Stato, il che esclude il diritto di un singolo cittadino di pretendere che lo Stato impedisca manifestazioni di pensiero contrarie ai principi della religione cristiana, purché non si pongano problemi di ordine pubblico o rilevanza penale». Esiste, infatti, la libertà di manifestazione del proprio pensiero [3] (anche artistico) che in uno Stato laico non può subire condizionamenti “moralistici”.

Spettacolo blasfemo: no al risarcimento del danno

Vero è che in questi casi il pubblico ha sempre ragione. Ed infatti è sempre il “popolo sovrano”  (insieme alla critica) a decretare il successo o a stroncare un film, un’opera teatrale o una manifestazione artistica. Il pubblico, ovviamente, è liberissimo di esprimere il proprio giudizio che ben potrà essere ancorato alla propria morale o al proprio sentire religioso. A tanto però non potrà far riferimento per chiedere un risarcimento del danno morale. Ed infatti, il singolo che – invocando la propria sensibilità religiosa – pretenda di ottenere un ristoro economico dopo aver visto una rappresentazione a suo dire blasfema, oltre a non essersi goduto lo spettacolo resterà a mani vuote.

Sullo stesso tema leggi: Madonna e Gesù: lecito usarli nelle pubblicità?

note

[1] C. Cass. sez. I, sentenza n. 1468 del 23.03.2017 (presidente Bernabei, Relatore Sambito).

[2] Il principio di laicità si ricava dalla lettura combinata di numerose disposizioni della Costituzione. Come ha precisato al Corte costituzionale con la sentenza n. 203 del 1989, il principio di laicità, declinato negli articoli 2, 3, 7, 8, 19, e 22, rappresenta un principio “supremo” che non potrebbe essere eliminato neppure mediante il procedimento di revisione costituzionale.

[3] Art. 21 Cost.

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