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Come uscire dalla dipendenza affettiva

31 Luglio 2019 | Autore:
Come uscire dalla dipendenza affettiva

Cos’è la dipendenza affettiva? Come si può guarire? E’ possibile uscirne da soli? In quali casi ricorre la responsabilità penale dello psicologo? Scoprilo nel mio articolo.

Quante volte ti è capitato di innamorarti e sentirti un po’ “dipendente” dalla tua dolce metà. Magari il tuo umore potrebbe essere legato alle piccole attenzioni ed ai momenti felici che trascorri con il tuo partner. Probabilmente, nonostante i mille impegni quotidiani, cerchi di farti in quattro per trovare un attimo di tempo da trascorrere con il tuo lui o con la tua lei, perché non riesci ad affrontare bene la giornata senza vederlo/a anche solo per un bacio fugace o senza sentirlo/a per una telefonata al volo o per un messaggio su WhatsApp. Altrimenti, è come se ti sentissi soffocare. Fin quando la vostra è una relazione sana, in cui tutto fila liscio e va per il verso giusto, nonostante qualche piccola discussione, allora si tratta di una “dipendenza sana”. Parliamoci chiaro: l’amore crea sempre un po’ di dipendenza. L’importante è che nella coppia ci siano reciprocità, arricchimento, crescita e si viaggi sulla stessa lunghezza d’onda.

I problemi iniziano a presentarsi quando si innesca una relazione tossica o quando dall’altra parte c’è una persona narcisista che sottomette, umilia, ferisce il partner dipendente. In casi “normali”, la persona che non si sente amata e/o desiderata, potrebbe alzare i tacchi e lasciare il partner. Che senso avrebbe condividere la vita con una persona che non ti apprezza e non ti lascia libertà di scelta. Eppure, c’è chi non riesce proprio ad andare via e non riesce a rinunciare ad una relazione nonostante non sia completamente felice. Le ragioni? La paura dell’abbandono e la dipendenza affettiva.

Cos’è la dipendenza affettiva? Si tratta di una sindrome da astinenza per l’assenza della persona amata, senza la quale si perderebbe il senso della propria vita. Come puoi capire se soffri di questa dipendenza comportamentale o se hai accanto a te una persona che ne soffre? Per cominciare, potresti valutare la quantità di tempo investita nella relazione (anche solo nel pensiero); la riduzione di importanti attività professionali, sociali o di svago; gli sforzi impiegati per controllare il vostro rapporto, nonostante la presenza di gravi problemi causati dalla relazione stessa; la difficoltà di attaccamento.

Perché chi soffre di dipendenza affettiva non riesce a lasciare il partner? Come uscire dalla dipendenza affettiva? A chi bisogna rivolgersi? Per approfondire questo argomento, a seguire potrai leggere l’intervista al dr. Maurizio Cottone, specialista in psicoterapia psicoanalitica.

Dipendenza affettiva: cos’è?

La dipendenza affettiva è ormai considerata una vera e propria patologia, infatti è inserita nel catalogo delle varie dipendenze. In realtà, è la prima in assoluto (in quanto originaria) da cui poi, a cascata, seguono le altre, ben più note: dipendenza alimentare, dipendenza da sostanze stupefacenti, dipendenza dall’alcol, dipendenza dal gioco d’azzardo, ecc. A livello di definizione nosografica, la dipendenza affettiva è una malattia in cui l’oggetto d’amore diventa l’oggetto di un’ossessione.

Come riconoscere la dipendenza affettiva? Quali sono i comportamenti tipici di chi ne soffre?

Le modalità in cui si può manifestare il disturbo da dipendenza affettiva possono essere molteplici: da una ossessivo controllo dell’altro attraverso telefonate e messaggi telefonici ad una patologica gelosia immotivata che porta il partner a non potere più frequentare nessuno, neppure con la propria compagna; ad una ricerca continua di attenzioni attraverso la trasmissione di angosce persecutorie e disturbi fisici di varia natura (somatizzazioni).

Perché si sviluppa la dipendenza affettiva? Quali sono le cause?

La dipendenza affettiva è una problematica molto profonda che nasce nei primi mesi di vita dell’individuo. Solitamente, è dovuta a carenze affettive importanti a causa di una madre depressa, anaffettiva o fisicamente assente per vari motivi.

Quindi, è come se il soggetto conservasse in sé una parte infantile neonatale, bisognosa di nutrimento, bisognosa di avere un legame fusionale con un altro immaginario che è sempre un sostituto della madre, a prescindere che sia donna o uomo. Si crea così un rapporto, come dicono anche i pazienti che ho in terapia, in cui un cordone ombelicale “immaginario” unisce un “doppio gemellare speculare”.

Quali sensazioni prova il paziente affetto da dipendenza affettiva?

Il paziente affetto da dipendenza affettiva, fondamentalmente, si sente mancante, carente, incompleto per via di certi traumi infantili legati all’assenza di una madre, Detto in senso winnicottiano: “sufficientemente buona”. Queste persone fanno anche fatica a legarsi a qualcun altro, perché nel momento in cui si legano sentono che si apre una ferita, una voragine interiore in cui emerge questo bambino neonato che ha bisogno di attenzioni continue. È ovvio che è un rapporto segnato da questa dipendenza da parte di uno dei due partner è un rapporto destinato a fallire, perché per quanto l’altro sia presente, per quanto dia tutto quello che può dare, non saranno mai sufficienti la sua presenza e il suo affetto, non riusciranno mai a riempire questo vuoto affettivo che vive nel partner.

In queste situazioni particolari, appare quindi fondamentale un’analisi con un terapeuta qualificato. Ovviamente, occorre più di una seduta settimanale, perché è fondamentale intervenire con una cura, un accudimento, un “maternage” di questa parte bambina per un po’ di tempo.

C’è un caso che vuole condividere con i nostri lettori?

In passato, ho seguito i casi di alcune ragazze che facevano con me tre sedute settimanali proprio perché avevano questa carenza di fondo e richiedevano più di una seduta settimanale, in quanto non riuscivano a tollerare il distacco tra una seduta e l’altra per più di qualche giorno. Ovviamente, la dipendenza affettiva non è amore, ma una malattia che, inizialmente, nasce come “illusorio amore puro totalizzante” e, di colpo, si trasforma nel suo opposto, vale a dire “dolore e sofferenza infinita”. Chi è affetto da dipendenza affettiva, solitamente, trova partner narcisisti cosiddetti “maligni”.

Dipendenza affettiva dal narcisista: perché nasce e come uscirne?

Il narcisista maligno è anche egli una persona profondamente ferita che capisce benissimo di cosa ha bisogno il dipendente affettivo, poiché rappresenta la sua immagine speculare dipendente da cui è riuscito a sfuggire con tecniche perverse particolari.

Il narcisista maligno riesce così a creare, in breve tempo, un ambiente ideale con l’unico scopo di sedurre e catturare la preda. Questo tipo di rapporto si trasforma velocemente in un rapporto sadomasochistico. Infatti, chi è affetto da dipendenza affettiva, inconsciamente, cerca proprio la persona adatta a confermargli che lui non potrà mai avere quello che vuole, semplicemente perché quello che vuole non l’ha avuto nei primi mesi di vita e nessuno potrà più darglielo.

Ecco, allora, che un’analisi personale di stampo freudiano può integrare questi aspetti regressivi così infantili e permettere a queste persone, lentamente, di sentire di potercela fare anche da soli, attraverso la lenta costruzione di fondamenta interiori soggettive, non di altri.

Dipendenza affettiva e amore: che relazione c’è? Come distinguerli?

Un’altra questione fondamentale in casi di questo tipo è la concretezza del pensiero, cioè la difficoltà di simbolizzazione e, di conseguenza, il bisogno di percepire a livello visivo, uditivo, olfattivo, l’altro oggetto del desiderio, inteso non in senso lacaniano ma come “bisogno”, cioè desiderio di sopravvivenza. Questo perché la persona affetta da dipendenza affettiva non sa cos’è l’amore, infatti il bisogno di accudimento non è amore. Come diceva Lacan: «l’amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non la vuole». Quindi, tradotto: l’amore maturo è la capacità di entrambi i partner della coppia di vivere l’assenza, la mancanza, che è in realtà una mancanza atavica, senza andare in persecuzione, in angoscia e riuscendo a non fare del male all’altro.

Dipendenza affettiva: come lasciare il partner che ne soffre?

Lasciare il partner che soffre di questa dipendenza affettiva non è facile se l’altra persona è minimamente sensibile e se il rapporto non è occasionale, perché si percepisce la sofferenza dell’altro. Quindi, quando non si riesce a chiudere il rapporto da parte di entrambi, questi vira velocemente sul versante sadomasochista dove quello che si assume il ruolo, e anche la fatica, di essere il persecutore, umilia la vittima in continuazione, perché in realtà vorrebbe essere lasciato dal partner per “consunzione”.

Qual è la soluzione migliore in questi casi?

La cosa migliore in questi casi sarebbe quella di invitare il proprio partner a iniziare una terapia psicologica, anche molto approfondita. Io lavoro sempre sulla dipendenza affettiva attraverso quello che noi psicoanalisti chiamiamo “transfert”. Nel momento in cui il grado di dipendenza è tollerato dal paziente, il lavoro che si può fare è ottimo. Con altri pazienti, invece, è molto difficile riuscire a mantenere un setting stabile ed è consigliabile, come detto in precedenza, un setting a più sedute settimanali.

Nello stesso tempo, è anche facile che il paziente crei dei trabocchetti all’analista perché il suo unico scopo è quello di averlo con sé per sempre, non come oggetto d’amore, ma come oggetto “feticcio”.

Cosa cerca il dipendente affettivo nello psicanalista?

Le persone affette da dipendenza patologica, solitamente, pongono un sacco di domande a livello razionale all’analista. Hanno bisogno di qualcuno che gli risolva insicurezze pratiche, cosa che non è il compito dell’analista perché, invece, il suo compito è quello di riuscire, anche se con molta fatica, ad infondere loro sicurezza.

Queste persone che chiedono sicurezza solo con risposte concrete e pratiche, stanno in realtà chiedendo all’analista un riferimento vitale: “ci sei?”, “mi vuoi bene?”, “sei sempre con me?”.

Dipendenza affettiva dal terapeuta: è possibile?

Si! Una maniera per concretizzare, e quindi sabotare la terapia e rimanere nella dipendenza affettiva, col cordone ombelicale attaccato, non reciso, è innamorarsi del terapeuta. Ovviamente, il terapeuta che ha una formazione accurata si accorge subito di questa potenzialità negativa e distruttiva che mette in atto la parte bambina del paziente, il quale non vuole crescere, ma vuole solo stare tranquilla nel proprio stato regressivo, perché crescere significa soffrire e apprendere dall’esperienza.

Come può gestire la situazione uno psicanalista esperto?

Lo psicoanalista preparato, che ha svolto un’analisi personale importante, dovrebbe accorgersi subito, prima che il transfert erotizzato si manifesti nella sua violenza, di situazioni che possono risultare problematiche e, quindi, portare sempre il paziente a livello di realtà: “noi siamo qua, ci vediamo nel tempo e nello spazio dedicato al lavoro analitico, nella garanzia professionale del setting terapeutico”.

Quindi, è anche importante trovare analisti qualificati per pazienti con questo tipo di problematica, perché solitamente sono molto seduttivi e l’unico loro scopo è non far crescere questa parte bambina bisognosa di un amore totalizzante, fusionale ed esclusivo. Sedurre l’analista equivale a sabotare la loro possibilità di cambiamento. Per sempre.

Dopo aver analizzato la dipendenza affettiva nell’intervista al dr. Maurizio Cottone, ti parlerò delle circostanze in cui ricorre la responsabilità penale dello psicologo.

Poniamo il caso che tu soffra di dipendenza affettiva e, dopo esser stato/a lasciato/a dal/dalla tuo/a amato/a, decidi di fargliela pagare e commetti un reato procedibile d’ufficio. Morso/a dai sensi di colpa, non riesci a tenere il segreto per te e ti rivolgi al tuo psicologo confessandogli il misfatto. Oppure, ipotizziamo che tu sia stato/a vittima di un reato commesso dal/dalla tuo/a partner (narcisista o dipendente affettivo) e decidi di confidarlo al tuo psicologo.

Sei convinto/a che sia tenuto al segreto professionale e mai potrà tradire la tua fiducia. Ma è davvero così? Cercherò di spiegartelo in poche parole. In deroga alla norma deontologica secondo cui lo psicologo è tenuto a mantenere il segreto professionale, su di lui può incombere l’obbligo di denuncia ovvero quello di referto, qualora rivesta o meno la qualifica di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio.

Pertanto, se lo psicologo:

  • è un dipendente di una struttura ospedaliera pubblica o in convenzione con il Servizio sanitario nazionale, sarà obbligato a denunciare il reato di cui è venuto a conoscenza nell’esercizio delle sue funzioni [1]. Pena: il rischio di andare incontro al reato di omessa denuncia;
  • esercita la professione nel suo studio privato, non è considerato un pubblico ufficiale, ma ha l’obbligo di segnalare all’autorità giudiziaria qualsiasi reato procedibile d’ufficio che ha appreso dai casi a cui ha prestato assistenza.

Analizziamo un’altra ipotesi. Una persona affetta da una dipendenza affettiva soffre per la fine della sua relazione, tanto da arrivare al suicidio. In tal caso, lo psicologo è responsabile penalmente? Avrebbe potuto evitare la morte del paziente? Si è discusso tanto sull’argomento e si è giunti alla seguente conclusione: a meno che non ricorrano gli estremi del reato di istigazione o aiuto al suicidio (vale a dire quei casi in cui il professionista riesca a determinare o rafforzare l’intento suicidario del paziente), siamo in presenza della responsabilità civile dello psicologo, in quanto l’esperto non ha svolto adeguatamente il proprio lavoro [2].

note

[1] Artt. 361 e 362 cod. pen.

[2] Art. 580 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com.


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