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Maltrattamento animali: quali sono più tutelati?

2 Luglio 2019
Maltrattamento animali: quali sono più tutelati?

Maggiore la tutela penale dei “quasi-umani”, gli animali antropizzati: i cani e i gatti sono in cima alla lista. Poi gli animali da compagnia e affezione.

«Tutti gli animali erano uguali. Ma alcuni animali erano più uguali degli altri». È uno degli incisi più famosi del libro “La fattoria degli animali” di George Orwell. A sorpresa, questo stesso pensiero – che, nelle intenzioni dell’autore britannico del ‘900 aveva un risvolto politico – viene oggi sposato dalla Cassazione in chiave giuridica [1]. Secondo la Corte, esiste un gradino intermedio tra l’uomo e la bestia: quello degli “animali antropizzati”, ossia gli animali con cui l’uomo ha stabilito un particolare rapporto affettivo. Su tutti, il cane. Risultato: nel caso di maltrattamenti agli animali, la soglia dell’illegalità scatta prima per i cani che non, ad esempio, per le lumache o le trote. Cosa significa nella pratica? Che chi maltratta un cane viene punito di più di chi maltratta una mucca? No. Le pene sono sempre le stesse. È il metro di giudizio che cambia. Vediamo allora cosa è stato detto dalla Suprema Corte e, in caso di maltrattamento animali, quali sono più tutelati.

Uomini e animali a confronto con la legge

Non c’è bisogno di studiare giurisprudenza per intuire che, in base alla legge, non è la stessa cosa uccidere un uomo piuttosto che un animale. Non solo perché le pene per l’omicidio sono superiori rispetto a quelle previste per l’uccisione dell’animale (ed anche la terminologia utilizzata fa intuire la maggiore gravità della prima condotta); ma anche perché l’omicidio colposo nei confronti dell’uomo è sempre sanzionato (salvo la legittima difesa) mentre, nel caso dell’animale, il reato di maltrattamento o di uccisione scatta solo nei casi più gravi: quando avviene «per crudeltà o senza necessità». 

I sostenitori dell’esistenza di un «diritto naturale», ossia immanente con l’uomo – uguale in ogni tempo e latitudine a prescindere dalla legge formale – ritengono infatti che, nei precetti tipici di ogni popolo, vi sia il divieto di uccidere un altro uomo. Questo stesso divieto non viene, invece, avvertito per gli animali, la cui storica sottomissione all’uomo (per fini alimentari, lavorativi, ecc.) ha purtroppo alimentato la presunzione, da parte del genere umano, di possedere un primato sulla natura e sui suoi componenti. 

Insomma, il sentimento di umana empatia verso l’uomo è decisamente più mitigato verso gli animali. 

Il senso di pietà verso gli animali

Poco alla volta, giurisprudenza e legislatore hanno scardinato questa visione verticistica della natura, accordando maggiore tutela all’animale. Inizialmente, questa tutela era un riflesso dei diritti dell’uomo: veniva protetto l’animale solo nella misura in cui produceva un’utilità economica al suo padrone (greggi, mandrie, animali da allevamento, ecc.). 

Tale concezione è stata poi traslata anche su un piano affettivo. È stata così riconosciuta protezione al sentimento di pietà verso gli animali, sentimento però che è sempre l’uomo a nutrire. In buona sostanza, non si è trattato ancora di un riconoscimento del diritto all’animale in sé, ma dell’affezione e della pietà che l’uomo nutre verso questi. È chiaro che, in questa concezione, ammazzare uno scarafaggio solo perché fa schifo non è come ammazzare un cane brutto. Nessuno ti fermerà per strada se calpesti volontariamente una formica, ma lo farà se tirerai dei sassi a un gatto.

L’uomo resta sempre il centro di riferimento. Il bene offeso è la “pietà”: sentimento umano che induce alla “ribellione” nei confronti di coloro che incrudeliscono ovvero infliggono sofferenze agli animali, invocando la tutela penale. 

Gli animali sono esseri senzienti 

Finalmente, la Cassazione è arrivata ad ammettere che anche gli animali possono soffrire: sono cioè «esseri senzienti». Si è così evoluta anche la giurisprudenza sul maltrattamento degli animali. Ai fini della condanna penale per maltrattamento degli animali, assumono rilievo non più soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà verso gli animali, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psico-fisica dell’animale stesso procurandogli dolore e afflizione, anche interiori. 

Gli animali ottengono così un ufficiale riconoscimento: sono considerati esseri suscettibili di tutela diretta e non mediata dalla pietà degli esseri umani. 

Anche qui, però, la differenza rispetto all’uomo è notevole: l’uccisione o il maltrattamento dell’animale viene punito solo se la condotta viene considerata “disumana” e “insensibile”. Se ammazzo una persona credendo che voglia minacciarmi, probabilmente non potrò invocare la legittima difesa; se, invece, sparo a un cane che si avvicina digrignando i denti, non sarò mai colpevole. La legge, come detto, punisce solo chi uccide o maltratta gli animali «per crudeltà o senza necessità».

Gli animali quasi-umani

Se ti parlo di animali «quasi-umani» penserai di certo alla scimmia. Invece, per la giurisprudenza si tratta di quegli animali che hanno raggiunto un legame intimo con l’uomo. Si tratta di un gradino intermedio di animali, gli animali antropizzati. Sono gli animali da compagnia o da affezione. Tra questi, vi è per eccellenza il cane, rimarca la Cassazione quasi a voler intendere che il sentimento di umana capacità di «mettersi nei panni» dell’altro, per natura più mitigato verso gli animali, ha uno scalino intermedio nei «quasi-umani», gli animali che condividono con l’uomo spazi comunicativi e familiari, e perciò stessi sentimenti e, dunque, tutele anche penali, prima riservati alla sola specie umana.

Ecco, sembra che per questi animali la tutela sia superiore, nel senso che il concetto di maltrattamento scatta ad una soglia inferiore rispetto a quella di tutti gli altri animali. 

In un allevamento di lumache o di bachi da seta, è difficile immaginare un controllo sulle condizioni di vita degli animali. Così come non scatterà alcuna condanna se lasci per due giorni una pecora da sola nella stalla. Non sarà così con un cane, la cui costrizione in una gabbia, magari insieme ad altre specie, può essere considerata una violazione del Codice penale.

Insomma, non tutti gli animali sono uguali. E, se è vero che anche l’uomo è un animale, il principio è dimostrato! 

Perché i cani sembrano a volte tristi?

Leggendo questo articolo avrai probabilmente condiviso il pensiero dei giudici della Cassazione. Si vede a occhio nudo che un cane soffre di più di un serpente. Ma è davvero così? Secondo uno studio coordinato dall’Università di Portsmouth e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, sembrerebbe che i cani e i gatti suscitano la nostra tenerezza perché, negli anni, stando con l’uomo, hanno imparato a usare l’espressione facciale e, in particolar modo, a muovere le sopracciglia. È proprio questa capacità di utilizzare la muscolatura facciale che darebbe loro la tradizionale espressione triste a cui noi riconduciamo un sentimento. 

La natura ha reso gli occhi – e dunque l’espressione – di questi animali via via, nei secoli, sempre più dolci e amorevoli, veri catalizzatori della nostra attenzione. L’anatomia facciale dei cani è, quindi, cambiata grazie all’esempio umano, favorendo una migliore comunicazione con l’essere umano, un compito in cui riescono benissimo.


note

[1] Cass. sent. n. 16755/19 del 17.04.2019.


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