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Quando una abitazione è di lusso?

3 Luglio 2019
Quando una abitazione è di lusso?

Iva al 10%, agevolazione fiscale sull’acquisto prima casa e divieto di pignoramento della prima casa: i tre benefici sono condizionati al fatto che la casa non sia di lusso, requisito ora collegato alla categoria catastale e non ai metri quadri.

La legge riconosce al titolare di immobile adibito a civile abitazione alcune agevolazioni di carattere prevalentemente fiscale. Queste sono, tuttavia, subordinate al fatto che la casa non sia “di lusso”. A questo punto, viene naturale chiedersi: quando una abitazione è di lusso? Confondersi è facile: la normativa che conteneva la definizione di «abitazione di lusso» è, infatti, cambiata proprio di recente. Oggi, però, proprio a seguito delle modifiche introdotte a partire dal 1° gennaio 2014, non è più possibile sbagliarsi, né ci sono – come invece succedeva in passato – zone d’ombra sull’interpretazione di tale concetto.

A questo punto, sono necessari dei chiarimenti: chiarimenti rivolti, innanzitutto, a comprendere quali sono le agevolazioni previste dalla legge sulla casa e, in secondo luogo, quando una casa è di lusso. Questi sono stati forniti dalla Cassazione in una recente ordinanza [1] che troverai commentata qui di seguito.

Leggendo questa guida, scoprirai che, per sapere se rientri tra “i fortunati” a cui si applicano tali benefici, dovrai avere sottomano un certificato catastale o l’atto di provenienza dell’immobile in questione. È proprio in uno di questi documenti che si trovano i dati necessari a capire di che tipo di abitazione si tratta. Ma procediamo con ordine.

Quali sono le agevolazioni sulla casa?

Sono principalmente due le agevolazioni collegate alle abitazioni “non di lusso”.

La prima attiene alla possibilità di ottenere un sostanzioso sconto fiscale all’atto dell’acquisto. Come di certo saprai, al momento dell’atto di compravendita, l’acquirente (e non il venditore) deve pagare le tasse. E che tasse! Se si acquista da un privato si paga l’imposta di registro al 9%; se invece si acquista da una ditta costruttrice si versa l’Iva al 10%. Qui, interviene la prima differenza: se l’abitazione è di lusso, l’Iva sale addirittura al 22%.

In più, se stai acquistando la cosiddetta «prima casa», l’imposta di registro è al 4% (non più al 9%) mentre l’Iva solo al 4% (non più al 10% o al 22%). Tuttavia, per avere il cosiddetto bonus prima casa bisogna rispettare una serie di requisiti, tra cui il fatto che l’abitazione da comprare non deve essere di lusso (per le altre condizioni consulta la nostra guida sull’agevolazione fiscale sulla prima casa).

Chi acquista una casa di lusso, non solo non beneficia del bonus prima casa, ma versa l’Iva al 22% se compra da una società.

La terza agevolazione collegata alle case non di lusso riguarda l’impignorabilità per chi ha debiti con il fisco. Saprai di certo che la legge prevede il cosiddetto divieto di pignoramento della prima casa, divieto che vale solo per i debiti dovuti a cartelle esattoriali. Questa agevolazione vale solo per chi ha un unico immobile di proprietà, adibito a civile abitazione e luogo di residenza, e a condizione che non sia di lusso.

Chi, quindi, vive in un’abitazione di lusso, se non paga l’agente della riscossione esattoriale può subire sia un’ipoteca (solo se il debito è superiore a 20mila euro) che un pignoramento dell’immobile (solo se il debito è superiore a 120mila euro).

Quando un’abitazione si considera di lusso?

Vediamo ora quali sono i requisiti per ottenere le agevolazioni in commento, ossia quando un’abitazione si considera di lusso.

Come detto, la normativa è cambiata.

Vecchia normativa valida fino al 31 dicembre 2013

In passato, il DM 2 agosto 1969 collegava la caratteristica di “casa di lusso” alla superficie dell’immobile. In particolare, erano considerate “di lusso” le unità immobiliari aventi superficie utile complessiva superiore a 240 mq. (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine).

I muri perimetrali e i divisori si facevano rientrare nel calcolo per stabilire se si tratta di abitazione di lusso.

Nel calcolo della superficie utile, per stabilire se un’abitazione era di lusso, si doveva computare quella relativa ai vani interni all’abitazione, anche se privi dell’abitabilità, da intendersi come conformità alle prescrizioni urbanistiche sotto il profilo dell’abitabilità (oggi agibilità) [2].

Nuova normativa valida dal 1° gennaio 2014

Proprio la difficoltà di individuare la superficie utile a ritenere una casa di lusso o meno ha comportato una modifica legislativa [3], modifica entrata in vigore il 1° gennaio 2014.

Ora, almeno ai fini del beneficio del bonus prima casa e dell’impignorabilità della prima casa, si parla di abitazione di lusso in base alla categoria catastale in cui è classificato o classificabile l’immobile e non più alle caratteristiche individuate dal decreto del Ministro dei Lavori Pubblici del 2 agosto 1969, così come in precedenza.

Le categorie catastali individuate per le quali non è possibile fruire delle agevolazioni “prima casa” e del divieto di pignoramento sono:

  • le abitazioni di tipo signorile ossia la categoria A/1;
  • le abitazioni in ville ossia la categoria A/8;
  • i castelli e i palazzi di eminenti pregi artistici e storici ossia la categoria A/9.

Tale modifica normativa è stata ispirata oltre che da una logica di semplificazione, anche dalla necessità di porre fine ai contenziosi generati dalla controversa interpretazione della precedente normativa in tema di “abitazioni di lusso”, in particolare per quanto concerne il requisito della metratura complessiva (che non doveva superare 240 mq).

La retroattività della nuova norma

Secondo alcuni giudici di primo e secondo grado, la nuova normativa è retroattiva specie ove più favorevole al contribuente, quindi in caso di applicazione di sanzioni per benefici non spettanti.

Secondo la Ctp di Pisa [4], il contribuente ha diritto alle agevolazioni per l’acquisto della prima casa, se si tratta di abitazione diversa da quelle considerate “di lusso” in base alla classificazione catastale. I criteri per i benefici sulla prima casa in vigore dal 2014, che fanno riferimento solo alla classificazione catastale dell’immobile, valgono anche per il passato, prevalendo su quelli di cui al DM 2 agosto 1969. Sono case di lusso quelle che sono classificate nelle categorie A/1 “abitazioni di tipo signorile“, A/8 “abitazioni in ville” o A/9 “castelli e palazzi di eminenti pregi artistici e storici“.

Come stabilire la categoria catastale di un’abitazione

Per sapere se la tua casa è di lusso o meno, prendi l’atto di provenienza (atto di acquisto, donazione o successione): in esso, il notaio ha indicato la categoria catastale. Se non lo hai sottomano puoi sempre richiedere un certificato all’Agenzia del Territorio presso l’Agenzia delle Entrate.


note

[1] Cass. ord. n. 17470/19 del 28.06.2019.

[2] cfr. Cass. n. 12942 del 2013, n. 23591 del 2012; n. 10807 del 2012; n. 22279 del 2011 e da ultimo 26801/2017.

[3] Ai sensi dell’articolo 10 del d.lgs. n. 23 del 2011.

[4] CTP Pisa, sent. n. 275/1/16.

[5] Cass. sent. n. 19186/19; depositata il 17 luglio

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. V Civile, sentenza 7 giugno – 17 luglio 2019, n. 19186

Presidente De Masi – Relatore Penta

Ritenuto in fatto

M.A., con ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale di Roma, impugnava l’avviso di liquidazione e irrogazione di sanzioni emesso dall’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Roma (omissis), avente ad oggetto la maggior imposta di registro, ipotecaria e catastale relativa all’atto di compravendita, stipulato l’8.1.2001 e registrato il 18.1.2001, avente ad oggetto l’appartamento sito in (omissis), nonchè il locale cantina ed un piccolo cortile della superficie complessiva di circa mq 36. Con detto atto veniva dichiarata la decadenza dalle agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa, come previsto dalla D.P.R. n. 131 del 1986, art. 1, della tariffa, parte prima, allegata, trattandosi di abitazione di lusso, come accertato dall’Agenzia del Territorio.

Il contribuente deduceva, per quanto qui ancora rileva:

– la nullità della pretesa per contraddittorietà manifesta dell’avviso impugnato con un precedente atto che aveva riconosciuto all’immobile i benefici “prima casa”;

– la mancanza di motivazione dell’avviso impugnato, avendo richiamato per relationem l’allegata nota dell’Agenzia del Territorio che aveva ritenuto l’immobile “casa di lusso” sulla base di una non meglio specificata documentazione in atti.

Il contribuente precisava, poi, che nella nota dell’Agenzia del Territorio si sosteneva che l’appartamento fosse composto di “11 vani: presunti”, mentre la superficie si affermava essere superiore a 240 mq senza, però, a suo dire, giustificare e rendere comprensibile in base a quali dati o misurazioni fosse stata quantificata.

L’Ufficio, costituendosi in giudizio, sosteneva la mancanza di fondamento di tutte le censure mosse dal contribuente e, precisamente, per quanto riguardava la denunciata mancanza di motivazione dell’atto impugnato, precisava che questo non poteva ritenersi nè contraddittorio, nè immotivato, in quanto la nota dell’Agenzia del Territorio, richiamata per relationem ed allegata al predetto avviso, conteneva, a suo dire, tutte le indicazioni idonee a legittimare la pretesa contributiva.

Il ricorrente, in prossimità dell’udienza, depositava memoria nella quale sostanzialmente insisteva su quanto dedotto con il ricorso introduttivo, precisando che, come poteva rilevarsi dalla perizia giurata che allegava, la superficie dell’appartamento risultava essere inferiore a mq 240.

Dapprima la Commissione Tributaria Provinciale e poi quella Regionale accoglievano il ricorso del contribuente, ritenendo fondata ed assorbente la censura di decadenza dell’azione di riscossione Questa Corte, tuttavia, con ordinanza del 6.12.2011, accoglieva il ricorso dell’Ufficio, affermando che alla fattispecie fosse applicabile la proroga disposta con la L. n. 289 del 2002.

Con atto di riassunzione, il contribuente riproponeva tutte le censure già svolte con i precedenti atti difensivi.

L’Ufficio, con atto di costituzione, sosteneva che la perizia giurata, prodotta dal contribuente, nel quantificare la superficie dell’appartamento, non aveva considerato le mura perimetrali e le scale interne, così come invece richiesto.

Con sentenza del 14.12.2012 la CTR Lazio accoglieva l’appello sulla base delle seguenti considerazioni:

1) avuto riguardo all’intervenuta revoca delle agevolazioni fiscali per l’acquisto della “prima casa” che l’Ufficio, sulla scorta dell’accertamento effettuato dall’Agenzia del Territorio, ai sensi della L. 5 aprile 1985, n. 118, e successive proroghe e modifiche, aveva considerato di lusso, trattandosi di abitazione con superficie utile complessiva superiore a 240 mq., per considerare una abitazione di lusso doveva essere valutata la “superficie utile” attraverso misurazioni materiali delle superficie dei vani utili, cioè usabili;

2) proprio con tali modalità, nonchè con le quelle fissate dalla nota del Ministero delle Finanze – Direzione Generale Finanza Locale – (omissis) del 10.4.1963, era stata eseguita la perizia giurata per conto del contribuente, che aveva consentito di confutare le risultanze dell’accertamento dell’Agenzia del Territorio e quantificare in 237,95 mq. la superficie utile dell’appartamento in questione, al netto delle murature portanti e divisorie, degli sguinci delle finestre;

3) infine, non meritevoli di considerazione erano le argomentazioni svolte dall’Ufficio, con le note depositate il 18.7.2012, in ordine alle modalità di calcolo della “superficie utile”, in quanto prospettate per la prima volta in quel grado di giudizio.

Per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate, sulla base di tre motivi. M.A. ha resistito con controricorso.

Ritenuto in diritto

1. Con il primo motivo la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 1, parte I, della Tariffa, (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per aver la CTR escluso dal calcolo della superficie utile, necessari per individuare un’abitazione di lusso, le murature portanti e divisorie, nonchè gli squinci delle finestre che, se correttamente inserite, avrebbero, invece, portato a superare il limite massimo di 240 mq, facendo così rientrare l’appartamento nella categoria di lusso, con conseguente inapplicabilità dell’agevolazione fiscale.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 138 del 1998, art. 3, e all. c), (in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), per non aver la CTR considerato che, in base alla menzionata disposizione, la misurazione della superficie utile ai fini dell’applicazione delle agevolazioni “prima casa” avrebbe dovuto essere effettuata al lordo dei muri perimetrali ed interni.

2.1. I due motivi, da trattarsi, siccome strettamente connessi, congiuntamente, sono fondati.

In tema di agevolazioni c.d. prima casa, al fine di stabilire se un’abitazione sia di lusso e come tale esclusa da detti benefici, occorre fare riferimento alla nozione di superficie utile complessiva di cui al D.M. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, n. 1072, art. 6, per il quale, premesso che viene in rilievo la sola utilizzabilità e non anche l’effettiva abitabilità degli ambienti, detta superficie deve essere determinata escludendo dalla estensione globale riportata nell’atto di acquisto sottoposto all’imposta, quella di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina (Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 8409 del 26/03/2019; Sez. 5, Ordinanza n. 8421 del 31/03/2017).

Costituendo parametro idoneo rutilizzabilità” degli ambienti (a prescindere dalla loro effettiva abitabilità), a titolo esemplificativo, i vani, pur qualificati come cantina e soffitta ma con accesso dall’interno dell’abitazione e ad essa indissolubilmente legati, sono computabili nella superficie utile complessiva (Sez. 5, Sentenza n. 18480 del 21/09/2016). Parimenti, rientra nella superficie utile il sottotetto, trattandosi di locale non compreso nella predetta elencazione tassativa (Sez. 5, Sentenza n. 18483 del 21/09/2016).

In definitiva, ciò che assume rilievo – in coerenza con l’apprezzamento dello stesso mercato immobiliare – è la marcata potenzialità abitativa dello stesso (Sez. 5, Sentenza n. 25674 del 15/11/2013) e, più precisamente, l’idoneità di fatto degli ambienti allo svolgimento di attività proprie della vita quotidiana (Sez. 5, Sentenza n. 23591 del 20/12/2012). Ne è possibile alcuna interpretazione che ne amplii la sfera operativa, atteso che le previsioni relative ad agevolazioni o benefici in genere in materia fiscale non sono passibili di interpretazione analogica (Sez. 5, Sentenza n. 10807 del 28/06/2012. In quest’ottica, non è possibile aderire ad una soluzione ermeneutica estensiva, atteso che le previsioni relative ad agevolazioni o benefici in genere in materia fiscale non sono passibili di interpretazione analogica e, quindi, questi non possono essere riconosciuti nelle ipotesi in cui non siano espressamente previsti (Sez. 5, Sentenza n. 22279 del 26/10/2011).

Ai fini della determinazione della superficie utile, non possono, invece, applicarsi i criteri di cui al D.M. Lavori Pubblici 10 maggio 1977, n. 801, (che definisce la superficie abitabile come “la superficie di pavimento degli alloggi misurata al netto di murature, pilastri, tramezzi, sguinci, vani di porte e finestre, di eventuali scale interne, di logge e di balconi”), richiamato dalla L. 2 febbraio 1985, n. 47, art. 51, le cui previsioni, relative ad agevolazioni o benefici fiscali, non sono suscettibili di un’interpretazione che ne ampli la sfera applicativa (Sez. 5, Sentenza n. 861 del 17/01/2014; conf. Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 24469 del 01/12/2015).

La giurisprudenza di questa Corte ha altresì chiarito che, ai fini per cui è causa, non si applicano le normative edilizie o igienico-sanitarie (Cass. 12942/2013; 23591 del 2012; n. 10807 del 2012, n. 22279 del 2011; 25674/2013), in quanto gli unici locali da escludersi sono quelli espressamente indicati nella su riportata normativa (Cass. 861/2014; Cass. 24469/2015; 2016/11556).

2.2. Il D.M. 2 agosto 1969, n. 1072, art. 6, per quanto qui interessa, specifica che sono considerate abitazioni di lusso “le singole unità immobiliari aventi superficie utile complessiva superiore a mq. 240 (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine)”. Le parti offrono differenti interpretazioni del concetto di “superficie utile”.

Questa Corte, con sentenza n. 21287/13, ha condivisibilmente affermato che il D.M. 2 agosto 1969, n. 1072, art. 6, va interpretato nel senso di dover escludere dal dato quantitativo globale della superficie dell’immobile indicata nell’atto di acquisto (in essa compresi, dunque, i muri perimetrali e quelli divisori) solo, i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine e non l’intera superficie non calpestatile. A suffragio di tale orientamento può altresì sottolinearsi come nella formula “superficie utile complessiva” contenuta nel D.M. 2 agosto 1969, n. 1072, art. 6, manchi l’aggettivo “netta” che, invece era presente nel testo (“superficie utile netta complessiva”) della disposizione che dettava la previgente definizione delle caratteristiche delle abitazioni di lusso (tabella allegata al D.M. 4 dicembre 1961; in questi termini, Cass. Civ., sez. VI, ordinanza 1 dicembre 2015, n. 24469).

I principi di diritto sin qui ricostruiti lumeggiano la corretta interpretazione da offrire all’art. 6, in esame: la superficie utile va considerata escludendo, dal computo metrico, solo i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchine e, in particolare, includendo nella metratura i muri, le soglie di passaggio da un vano all’altro, le nicchie, gli sguinci di porte e finestre.

Va ribadito che, al fine di individuare la superficie utile per identificare le abitazioni di lusso, è irrilevante la calpestabilità dell’area in questione.

Può essere, pertanto, formulato il seguente principio di diritto: “Ai fini della individuazione di una abitazione di lusso, nell’ottica di escludere il beneficio cd. prima casa, la superficie utile deve essere determinata guardando alla “utilizzabilità degli ambienti” a prescindere dalla loro effettiva abitabilità, costituendo tale requisito, il parametro idoneo ad esprimere il carattere “lussuoso” di una abitazione. Ne consegue che il concetto di superficie utile non può restrittivamente identificarsi con la sola “superficie abitabile, dovendosi il D.M. 2 agosto 1969, n. 1072, art. 6, deve essere interpretato nel senso che è “utile” tutta la superficie dell’unità immobiliare diversa dai balconi, dalle terrazze, dalle cantine, dalle soffitte, dalle scale e dal posto macchine e che nel calcolo dei 240 mq rientrano anche le murature, i pilastri, i tramezzi e i vani di porte e finestre”.

3. Con il terzo motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 63, n. 4, e art. 394 c.p.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 -, per aver la CTR ritenuto tardive le deduzioni difensive formulate nel corso del giudizio di rinvio al fine di contestare la perizia giurata prodotta dalla contribuente.

3.1. Il motivo resta assorbito nell’accoglimento dei primi due.

4. La sentenza impugnata, pertanto, in accoglimento del primo e del secondo motivo del ricorso, va cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito rigettando l’originario ricorso del contribuente.

Invero, alla stregua dei dati peritali ricavabili dalla perizia giurata nonchè dei rilievi tecnici svolti dall’Agenzia, applicando il calcolo della metratura secondo i criteri sin qui richiamati, la superficie utile dell’immobile per cui è lite risulta essere di oltre 240 mq.

Pertanto, in relazione alla consistenza della detta unità abitativa, l’immobile de quo rientra in quelli definiti di lusso ai sensi del D.M. 2 agosto 1969, art. 6.

5. Il consolidamento dell’orientamento di questa Corte in epoca successiva alla definizione dei gradi di merito giustifica, quanto a questi ultimi, la compensazione integrale delle spese di lite, laddove quelle relative al presente grado di giudizio seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

Ricorrono i presupposti di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), per il raddoppio del versamento del contributo unificato.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo e il secondo motivo del ricorso, dichiara assorbito il terzo, cassa la sentenza impugnata con riferimento ai motivi accolti e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso originario del contribuente. Compensa per intero le spese relative ai gradi di merito e condanna il resistente al rimborso, in favore della ricorrente, delle spese del presente grado di giudizio, che liquida in complessivi Euro 7.500,00, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.


Corte di Cassazione, sez. VI Civile – T, ordinanza 12 aprile – 28 giugno 2019, n. 17470

Presidente Iacobellis – Relatore Mocci

Rilevato

che l’Agenzia delle Entrate propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale dell’Abruzzo che aveva respinto il suo appello contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Pescara. Quest’ultima, a sua volta, aveva accolto l’impugnazione di B.A. avverso un avviso di liquidazione per l’imposta di registro, per l’anno 2012.

Considerato

che il ricorso è affidato a ad un unico motivo, col quale l’Agenzia assume la violazione del D.M. 2 agosto 1969, art. 5, richiamato nel D.P.R. n. 131 del 1986, art. 1, nota II bis, Tariffa parte I allegata, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3;

che, ai fini della qualificazione come non “di lusso” dell’abitazione della contribuente, la CTR avrebbe erroneamente escluso dal calcolo lo spazio occupato dai muri perimetrali e divisori;

che il motivo è fondato;

che, in tema di imposta di registro, ipotecarie o catastali, per stabilire se un’abitazione sia di lusso e, quindi, esclusa dai benefici per l’acquisto della prima casa ai sensi del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 1, nota II bis, tariffa I, la sua superficie utile va calcolata alla stregua del D.M. Lavori Pubblici 2 agosto 1969, n. 1072, che va determinata in quella che dall’estensione globale riportata nell’atto di acquisto sottoposto all’imposta – residua una volta detratta la superficie di balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina, non potendo, invece, applicarsi i criteri di cui al D.M. Lavori Pubblici 10 maggio 1977, n. 801, richiamato dalla L. 2 febbraio 1985, n. 47, art. 51, le cui previsioni, relative ad agevolazioni o benefici fiscali, non sono suscettibili di un’interpretazione che ne ampli la sfera applicativa (Sez. 5, n. 861 del 17/01/2014; Sez. 6-5, n. 24469 del 01/12/2015);

che, pertanto, il D.M. 2 agosto 1969, n. 1072, art. 6, va interpretato nel senso di dover escludere dal dato quantitativo globale della superficie dell’immobile indicata nell’atto di acquisto (in essa compresi, dunque, i muri perimetrali e quelli divisori) solo balconi, terrazze, cantine, soffitte, scale e del posto macchina, e non l’intera superficie non calpestabile (Sez. 5 n. 8421 del 31/03/2017);

che la CTR non si è attenuta ai predetti principi;

che, pertanto, in accoglimento del ricorso la sentenza va cassata ed il giudizio rinviato alla CTR Abruzzo, in diversa composizione, affinché si attenga agli enunciati principi e si pronunzi anche con riguardo alle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Regionale dell’Abruzzo, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.


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