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Sequestro conto corrente cointestato

4 Luglio 2019
Sequestro conto corrente cointestato

Evasione fiscale: dalla possibilità dell’indagato di prelevare più della metà del conto deriva la sequestrabilità dell’intero rapporto bancario.

Immagina di non aver pagato, per molti anni, le tasse dovute allo Stato. La tua unica fonte di ricchezza è attualmente un conto corrente cointestato con tuo padre ove quest’ultimo percepisce la pensione e altri redditi personali. Da qui, prelevi quel che ti serve per vivere. Un giorno però, l’Agenzia delle Entrate avvia un’indagine nei tuoi confronti e, dopo aver verificato l’omesso versamento delle imposte, ti contesta l’evasione. Ti chiedi quali possibilità ci sono che scatti il sequestro del conto corrente cointestato. Il problema non è ovviamente solo tuo, ma anche del contestatario del conto (nella fattispecie, tuo padre) che potrebbe rischiare un congelamento delle proprie sostanza per un debito che non è il suo. 

La questione sulla possibilità di un sequestro del conto corrente cointestato, per giunta alimentato in prevalenza dal denaro proveniente dal soggetto non evasore, è stata affrontata dalla Cassazione. Con una sentenza pubblicata ieri [1], la Corte ha spiegato quali sono i limiti del sequestro del rapporto bancario in caso di reati tributari. Ma procediamo con ordine.

Pignoramento conto corrente cointestato

Prima di spiegarti se il saldo attivo del conto cointestato può essere sequestrato per intero, anche quando la maggior parte del denaro non proviene dal presunto evasore ma dall’altro titolare, voglio chiarirti una differenza che non è solo terminologica. Una cosa è il sequestro del conto corrente – che di solito viene emesso in caso di indagini inerenti a un illecito penale – un’altra è invece il pignoramento. Quest’ultimo provvedimento può scattare quando il contribuente – anche se non ha commesso alcun reato – è inadempiente all’obbligo di pagare le cartelle esattoriali per tasse e/o sanzioni. In tal caso, l’agente della riscossione notifica alla banca ove il contribuente conserva i propri risparmi un ordine di storno delle somme pignorate entro 60 giorni, dando lo stesso termine al correntista per pagare spontaneamente. Quest’ultimo può evitare tale drammatica conseguenza chiedendo una rateazione del debito.

È anche possibile il pignoramento del conto corrente cointestato ma, in tale ipotesi, il creditore – l’esattore – potrà bloccare solo il 50% delle somme depositate in banca, appartenendo le altre al contitolare non debitore.

Sequestro del conto corrente cointestato

Le cose non vanno meglio per il correntista nel caso di contestazione del reato di evasione. In questo caso, assume la Cassazione, è possibile il sequestro di tutto il conto cointestato anche se questo è alimentato principalmente dal reddito dell’altro contitolare, estraneo al debito fiscale.

Per capire la ragione, bisogna spiegare come funziona il conto cointestato a due o più persone. 

Nei rapporti tra i due correntisti, il denaro presente sul conto si presume essere per metà di ciascuno dei due. Sicché chi preleva o utilizza più del 50% delle somme depositate è poi tenuto a restituire all’altro la sua parte. Ma ciò non vale nei confronti della banca: l’istituto di credito è, infatti, tenuto a consentire a ciascun cointestatario l’utilizzo dell’intero deposito. Così, ad esempio, se il figlio contitolare del conto volesse spendere ben oltre la propria quota non troverebbe mai un ostacolo da parte della banca, ma tutt’al più potrebbe subire l’azione di restituzione del padre. 

La Corte ha, quindi, spiegato che, nel caso di conto corrente intestato a più persone – con facoltà per le medesime di compiere operazioni anche separatamente – gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto; gli stessi possono quindi disporre, nei confronti della banca, di tutte le somme esistenti a saldo su tale conto. Allo stesso modo in caso di debito, sono entrambi responsabili per l’intero importo e l’istituto di credito può rivolgersi indifferentemente all’uno o all’altro pretendendo la restituzione di tutte le somme dovute.

Tuttavia, al loro interno, i rapporti tra i correntisti seguono una diversa regola: crediti e debiti attinenti al conto corrente si dividono in quote uguali. Chi ritiene di aver diritto a una quota maggiore (colui cioè che ha depositato sul conto la parte principale del deposito) dovrà fornire di ciò la prova.

In pratica, l’intestatario che deduca una situazione giuridica diversa dalla perfetta parità delle quote può superare la presunzione di contitolarità purché fornisca validi indizi (in termini giuridici si tratta di “presunzioni semplici” purché gravi, precise e concordanti). 

Detto ciò, ecco la conclusione: dalla cointestazione e dalla possibilità di operare sul conto senza limitazioni deriva per entrambi i cointestatari (dunque anche per l’indagato) la piena disponibilità del saldo attivo.


note

[1] Cass. sent. n. 29079/19 del 3.07.2019.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 13 febbraio – 3 luglio 2019, n. 29079

Presidente Lapalorcia – Relatore Liberati

Ritenuto in fatto

1. Con ordinanza del 5 novembre 2018 il Tribunale di Caltanisetta, provvedendo sull’appello cautelare proposto da C.G. , quale terzo interessato, nei confronti della ordinanza del 5 ottobre 2018 del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gela, con cui era stata respinta la richiesta di restituzione delle somme risultanti a credito sul conto corrente postale n. 1034787448, sequestrate a Cr.Gi. , in relazione ai reati di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000, artt. 2 e 8, ha disposto il dissequestro di tali somme, ordinandone la restituzione a favore di C.G. , in considerazione della dimostrazione della provenienza solo da quest’ultimo delle somme a credito presenti sul conto cointestato allo stesso C.G. e al figlio G. .

2. Avverso tale ordinanza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Gela, affidato a un unico motivo, mediante il quale ha denunciato la violazione e l’erronea applicazione dell’art. 321 c.p.p., e D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 12 bis, e la contraddittorietà della motivazione, ai sensi dell’art. 606 c.p.p., comma 1, lett. b) et e).

Ha lamentato il travisamento da parte del Tribunale della nozione di disponibilità dei beni che possono essere sottoposti a sequestro per equivalente, potendo estendersi la misura ai beni che siano a qualsiasi titolo nella disponibilità dell’indagato, anche nel caso di conto corrente cointestato, con la conseguente improprietà del rilievo attribuito dal Tribunale alla provenienza delle somme depositate sul conto dal padre dell’indagato, estraneo al procedimento e alla contestazione, in quanto l’indagato, per effetto della cointestazione, aveva la possibilità di disporre di tutte le somme a credito risultanti dal conto.

Considerato in diritto

1. Il ricorso del pubblico ministero è fondato.

2. Va premesso che, ai sensi dell’art. 1854 c.c., nel caso di conto corrente intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere operazioni anche separatamente, gli intestatari sono considerati creditori o debitori in solido dei saldi del conto, cosicché gli stessi possono, legittimamente, disporre, nei confronti della banca o del diverso ente creditizio presso cui sia istituito il conto, di tutte le somme esistenti a saldo su tale conto (essendo, simmetricamente, obbligati per l’intero in relazione alle somme a debito).

Solamente al loro interno i rapporti tra i correntisti sono regolati dall’art. 1298 c.c., comma 2, secondo cui il debito e il credito solidale si dividono in quote uguali, salvo che non risulti diversamente, cosicché è consentito superare la presunzione di contitolarità derivante dalla cointestazione, attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – da parte dell’intestatario che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa (Cass. civ., Sez. 3, Sentenza n. 4496 del 24/02/2010, Rv. 611861; Cass. civ., Sez. L, Sentenza n. 18777 del 23/09/2015, Rv. 637049; v. anche Cass. civ., Sez. 2, Sentenza n. 77 del 04/01/2018, Rv. 646663).

Proprio in considerazione della facoltà per il cointestatario di disporre dell’intero saldo attivo esistente sul conto corrente comune, fatti salvi i suoi rapporti con l’altro contitolare, la giurisprudenza di questa Corte ha, da tempo, affermato che può essere disposto il sequestro preventivo, funzionale alla confisca per equivalente di cui all’art. 322 ter c.p., dell’intera somma di denaro depositata su un conto corrente bancario cointestato con un soggetto estraneo al reato, senza che assumano rilievo le presunzioni o i vincoli posti dal codice civile (artt. 1289 e 1834) per regolare i rapporti interni tra creditori e debitori solidali o i rapporti tra banca e depositante, ferma restando la successiva possibilità di procedere a un effettivo accertamento dei beni che siano di esclusiva proprietà di terzi estranei al reato (v. Sez. 2, n. 36175 del 07/06/2017, Cismondi, Rv. 271136 – 01, che ha rigettato il ricorso del terzo interessato evidenziando, peraltro, che nel caso di specie l’indagato, in forza di una delega ad operare senza limitazioni, aveva la possibilità di disporre dell’intera provvista delle somme e dei valori depositati sul conto corrente cointestato; nel medesimo senso Sez. 3, n. 45353 del 19/10/2011, Calgaro, Rv. 251317, menzionata anche nel ricorso del pubblico ministero; Sez. 6, n. 40175 del 14/03/2007, Squillante, Rv. 238086).

È stato, inoltre, sottolineato come la libera disponibilità dell’intero compendio di deposito in conto corrente, sia pure da parte di un terzo di buona fede, può determinare la protrazione del fatto criminoso nel tempo o l’aggravamento delle sue conseguenze, né, per converso, l’imposizione del vincolo sottrae all’interessato strumenti idonei al recupero di ciò di cui sia stato privato (sia nei confronti dell’altro intestatario, onde ottenere la restituzione delle somme prelevate dal conto in misura eccedente la quota di spettanza dell’altro titolare; sia per evitare la confisca), con la conseguente piena legittimità del sequestro preventivo dell’intero saldo attivo di conto (v. Sez. U, n. 25933 del 29/05/2008, Malgioglio, Rv. 239700; conf. Sez. 6, n. 42819 del 22/10/2008, Di Pace, Rv. 241878).

Ne consegue l’erroneità del rilievo attribuito dal Tribunale dell’appello cautelare alla prevalente provenienza dal padre dell’indagato delle somme che hanno concorso a determinare il saldo attivo del conto, in quanto dalla cointestazione e dalla possibilità di operare sul conto senza limitazioni deriva per entrambi i cointestatari (dunque anche per l’indagato) la piena disponibilità del saldo attivo, e, con essa, la sottoponibilità a sequestro dell’intero compendio, sia perché esso è nella disponibilità dell’indagato, sia per evitare la protrazione del fatto criminoso nel tempo o l’aggravamento delle sue conseguenze, ferme restando sia la possibilità di dimostrare la spettanza di tutte le somme al terzo estraneo al reato (o per una quota maggiore rispetto a quella discendente dalla cointestazione secondo quote uguali), onde evitarne la confisca, sia l’eventuale esercizio dell’azione di regresso nei confronti dell’indagato.

3. L’ordinanza impugnata deve, pertanto, essere annullata, con rinvio al Tribunale di Caltanisetta, per nuovo esame, da condurre alla stregua dei principi ricordati.

P.Q.M.

Annulla il provvedimento impugnato, con rinvio al Tribunale di Caltanisetta per nuovo esame.


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