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Caso Sea Watch 3: ecco il testo dell’ordinanza del tribunale Agrigento

4 Luglio 2019
Caso Sea Watch 3: ecco il testo dell’ordinanza del tribunale Agrigento

Carola Rackete ha agito in stato di necessità per salvare vite umane. In più, il decreto Sicurezza bis voluto da Salvini non si applica alle motovedette della Finanza che non sono navi da guerra.

Tutti conosciamo il caso di Carola Rackete, la “capitana” della nave Sea Watch 3. Abbiamo anche appreso dalla stampa le ragioni che hanno portato il gip di Agrigento a liberare la donna dall’accusa di aver violato il Decreto Sicurezza Bis voluto da Salvini: ha agito «nell’adempimento di un dovere» sui salvataggi in mare.

Ecco il testo dell’ordinanza del tribunale di Agrigento che scagiona il comandante.

Con questo provvedimento si chiude il primo “capitolo” della Sea Watch 3: il 2 luglio, il gip non ha convalidato l’arresto di Carola Rackete, eseguito dalla Guardia di Finanza il 29 giugno 2019, e ha rigettato la richiesta di misura cautelare emessa dal pubblico ministero di Agrigento il 30 giugno 2019, in relazione al divieto di dimora nella provincia di Agrigento.

Carola Rackete risultava indagata per il delitto di cui all’art. 1100 del Codice della navigazione, perché, in qualità di comandante della Sea Watch 3 «compiva atti di resistenza e di violenza nei confronti della nave da guerra “Vedetta V.808” della Guardia di Finanza», e, in particolare, a fronte di più ordini di fermare il mezzo, la stessa avrebbe intrapreso «manovre evasive ai reiterati ordini di alt imposti dalla vedetta, azionando i motori di bordo ed indirizzando la rotta verso il porto». Una volta avuto accesso al porto, l’indagata avrebbe effettuato manovre non consentite e rischiose, urtando la motovedetta della Guardia di Finanza: per tale condotta, la stessa è dunque indagata per il delitto di resistenza e violenza a pubblico ufficiale, di cui all’art. 337 c.p. (tutti fatti avvenuti il 29 giugno 2019).

Il gip ritiene che non possa configurarsi in capo all’indagata il delitto di cui all’art. 1100 cod. nav., non essendo tecnicamente qualificabile la motovedetta della Guardia di Finanza transitante nel porto di Lampedusa, e, quindi, nelle acque territoriali, una nave da guerra.

In più, c’è la scriminante prevista dall’art. 51 c.p., avendo Carola Rackete agito in adempimento di un dovere in relazione all’insieme degli obblighi internazionali di salvataggio in mare di soggetti naufraghi. Si legge nel provvedimento: «La decisione di Carola Rackete risulta supportata dall’art. 18 convenzione del mare e legge 98 nella parte in cui fa obbligo di prestare soccorso e prima assistenza allo straniero giunto sul territorio nazionale a seguito di salvataggio in mare…non c’erano obblighi derivanti da direttive ministeriali in materia di porti chiusi o dal provvedimento del 15 giugno del ministro dell’Interno», che altro non è che il decreto Sicurezza bis.

Un passaggio chiave del provvedimento sono poi le dichiarazioni rese da Carola Rackete in sede di interrogatorio. La dottoressa Vella ne ritiene alcune particolarmente rilevanti: «Il gommone (dei naufraghi, ndr.) era in condizioni precarie, nessuno aveva il giubbotto di salvataggio, non avevano benzina, non potevano andare da nessuna parte». Scartati Libia e Tunisia in quanto ritenuti porti non sicuri, ecco la decisione di dirigersi a nord, ma «Quando abbiamo detto alle persone che l’esito era negativo (a proposito dello sbarco a Lampedusa, ndr) la pressione psicologica era intensa, non avevamo nessuna soluzione e le condizioni mediche a bordo peggioravano». Ma soprattutto «abbiamo cercato per 14 giorni di non infrangere la legge».

Per leggere la decisione per esteso clicca qui


note

[1] Trib. Agrigento: ufficio Gip ord. del 2.07.2019.


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