Diritto e Fisco | Articoli

Denunciare società recupero crediti

5 Luglio 2019
Denunciare società recupero crediti

L’elevata frequenza delle telefonate quotidiane risponde alla nozione di petulanza prevista dal Codice penale.

I latini dicevano «verba volant, scripta manent», ossia le parole volano mentre gli scritti rimangono. Tuttavia, a volte sono proprio le parole a costituire la causa di una incriminazione penale per chi utilizza il telefono in modo inappropriato. Può succedere con le società di recupero crediti che, a quanto sembra, nonostante le numerose condanne riportate nelle aule giudiziarie, non hanno ancora imparato “le buone maniere”. Il debitore va trattato alla stregua di un normale cittadino, senza utilizzare mezzi aggressivi, minacciosi o petulanti. Uno qualsiasi di questi comportamenti consentirebbe alla vittima di denunciare la società di recupero crediti. 

Denuncia per stalking telefonico

Lo stalking telefonico, dunque, esiste: ne è la prova una recente sentenza della Cassazione [1] secondo cui è legittimo parlare di molestie tutte le volte in cui, pur a fronte di fatture non pagate, il debitore viene tempestato di telefonate più volte al giorno. 

Nel caso deciso dalla Corte, a farne le spese è stato l’amministratore della società incaricata del recupero crediti da un’azienda fornitrice di energia elettrica: a lui era imputabile la ben precisa strategia aziendale di ricorrere ad insistenti e pressanti iniziative finalizzate al recupero del credito, «così anteponendo gli obiettivi di profitto al rispetto dell’altrui diritto al riposo e a non essere disturbati». 

Questo non toglie che, anche quando non fosse possibile dimostrare che la tecnica telefonica aggressiva proviene “dall’altro”, ma è frutto dell’iniziativa individuale del singolo operatore del call center, il debitore molestato potrebbe, piuttosto che denunciare la società di recupero crediti, sporgere la querela contro il primo. Querela che andrà presentata – se non se ne conosce il nome e il cognome – contro «persona da identificare», ma comunque pur sempre valida.

La Cassazione ricorda a tutti che il reato di molestia e disturbo alle persone (dai più chiamato «stalking telefonico») può scattare anche in presenza della pur legittima azione di recupero crediti: la richiesta, rivolta insistentemente dal creditore e finalizzata a ottenere dal debitore il pagamento di una fattura, non può essere spinta oltre i confini della «petulanza». Un uso smodato del telefono, proprio allo scopo di infastidire l’altra parte, è infatti sufficiente per far scattare il reato. 

Leggi a riguardo Quando il recupero crediti diventa stalking.

Secondo il Codice penale, chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro [2].

In base a quanto hanno detto sino ad oggi le aule di tribunale, il reato di molestie scatta quando il creditore, nel pretendere il pagamento al telefono, usi modalità moleste e petulanti: ad esempio assillanti squilli a tutte le ore del giorno e della notte [3]. Nel caso deciso dalla sentenza in commento si trattava di ben otto telefonate al giorno.

Di conseguenza, il creditore che sconfini nella sfera privata altrui, violando il riposo, può rispondere penalmente del suo comportamento. Si pensi alle chiamate fatte durante le ore di riposo, oppure ripetute continuamente. Ai fini della configurabilità del reato non hanno rilievo le “pulsioni” che hanno spinto ad agire e, pertanto, sussiste il reato in questione anche nel caso in cui si arrechi molestia o disturbo alle persone allo scopo di esercitare un proprio diritto o preteso diritto, anche se ciò avviene con modalità arroganti, impertinenti o vessatorie (condannata, nella specie, una donna che, lamentando dei crediti non versati, tempestava di chiamate notturne i due debitori insolventi) [4].

Al contrario, la mera richiesta di pagamento di un credito, non accompagnata da assillanti telefonate o minacce non integra il reato di molestia.

Le prassi illecite

Non c’è solo il reato di molestie a essere incriminato. Spesso le condotte sfociano in vere e proprie minacce [5]. A riguardo non si deve pensare solo alle minacce di condotte violente, ma di qualsiasi altro male ingiusto. Spesso alcuni operatori di call center fanno credere al debitore che, nel caso di omesso pagamento, arriverà dopo qualche giorno l’ufficiale giudiziario a effettuare il pignoramento. Si tratta di una bugia: nessun recupero crediti può innanzitutto inviare un ufficiale giudiziario atteso che, prima di tale passaggio, è necessario l’intervento di un avvocato che richieda un decreto ingiuntivo o che avvii un normale processo volto all’accertamento del debito. Prima del pignoramento, poi, è sempre dovuta la notifica dell’atto di precetto, una intimazione di pagamento che lascia 10 giorni di tempo al debitore per recuperare i soldi. 

Se questo comportamento può scandalizzare, si pensi che, a volte, le discussioni al telefono finiscono in vere e proprie liti con toni aspri e violenti, in cui il debitore viene realmente minacciato. 

A volte è successo che l’operatore del call center abbia parlato con altre persone di famiglia, spiegando le ragioni della propria chiamata, così violando la privacy del debitore. Anche questo comportamento è illegittimo.

Il garante della Privacy ha più volte parlato di un divieto di chiamate ad orari irragionevoli e con frequenza superiore al dovuto. Poi, l’operatore del recupero crediti non può usare un linguaggio aggressivo e violento. In questo caso, pur non configurandosi il reato di minaccia o di violenza personale, potrebbero scattare il reato di stalking.

Tutela del consumatore dalle pratiche commerciali scorrette

Come chiarito dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato in una decisione del 2012 [6], le condotte di alcune aziende sono state ritenute pratiche commerciali aggressive in quanto attuate nei confronti di numerosi consumatori i quali ricevevano, per il tramite di studi legali, atti di citazione presso sedi di giudici di pace territorialmente incompetenti, al solo fine di intimorirli e di spingerli al pagamento di crediti, presumibilmente prescritti o di dubbia esigibilità, acquisiti da una compagnia telefonica fallita. Da quanto emerso nel corso del procedimento istruttorio, infatti, le società tentavano di recuperare crediti relativi a fatture già pagate o a fatture non pagate per la mancata attivazione dei servizi telefonici oppure relativi a consumatori che hanno dichiarato di non essere mai stati clienti della società telefonica. Si trattava, inoltre, di crediti presumibilmente prescritti e agli atti di citazione inviati ai consumatori, tra l’altro, non seguiva alcuna iscrizione della causa a ruolo. I comportamenti sono stati accertati come aggressivi in quanto le imprese di recupero crediti sanzionate, nel condizionare indebitamente i consumatori attraverso la loro attività, hanno ingenerato nei destinatari degli atti di citazione il convincimento che, a prescindere dalla fondatezza della richiesta, fosse preferibile provvedere rapidamente al pagamento dell’importo contestato piuttosto che esporsi ad un contenzioso giudiziario in realtà inesistente [7].


note

[1] Cass. sent. n. 29292/19 del 4.07.2019.

[2] Art. 660 cod. pen.

[3] Trib. La Spezia, sent. n. 132/2015.

[4] Cass. sent. n. 25033/2012.

[5] Art. 612 cod. pen.

[6] Agcm decisione n. 24135/2012.

[7] La prima decisione ha riguardato una fattispecie di pratica aggressiva attuata da una società nei cui confronti è stata imposta una sanzione di 100.000 euro di multa ciascuna. Secondo quanto verificato dall’ Antitrust, alla luce di diverse segnalazioni inviate da alcune associazioni di consumatori, le due imprese inoltravano a diversi consumatori, per il tramite di studi legali, atti di citazione presso sedi di giudici di pace territorialmente incompetenti, al solo fine di intimorirli e spingerli al pagamento di crediti, presumibilmente prescritti o di dubbia esigibilità, acquisiti da una compagnia telefonica fallita. Si trattava, inoltre, di crediti presumibilmente prescritti e agli atti di citazione inviati ai consumatori, tra l’altro, non seguiva alcuna iscrizione della causa a ruolo. Le condotte delle due aziende sono state ritenute pratiche commerciali aggressive, in quanto in grado di condizionare indebitamente i consumatori: attraverso la loro attività le imprese hanno ingenerato nei destinatari degli atti di citazione il convincimento che, a prescindere dalla fondatezza della richiesta, fosse preferibile provvedere rapidamente al pagamento dell’importo contestato piuttosto che esporsi ad un contenzioso giudiziario, molto oneroso, ma in realtà inesistente. La decisione annotata rappresenta un’occasione per definire e qualificare il carattere aggressivo di una pratica commerciale, in quanto, spesso non sono ravvisabili gli estremi né nella pratica attività di applicazione del diritto in materia di pratiche scorrette risulta agevole acquisire le prove dell’avvenuta coercizione psichica o fisica, come stabilito nell’art. 24 d. lgs. 6 settembre 2005 n. 206 (Codice del consumo). In relazione alla natura aggressiva della pratica, cfr. Codice commentato della concorrenza e del mercato a cura di CatricalàeTroiano, Torino 2010, 1753 ss. Secondo la dottrina prevalente sono state individuate due interpretazioni riguardo alla natura aggressiva delle pratica: a) molestie e coercizione fisica e/o psichica); b) indebito condizionamento, come dalla lettura testuale degli art. 8 e 9 della direttiva 11 maggio 2005 n. 29/2005/Ce, relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno e che modifica la direttiva del Consiglio n. 84/450/Cee e le direttive del Parlamento europeo e del Consiglio n. 97/7/Ce, 98/27/Ce e 2002/65/Ce e il regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio n. 2006/2004/Ce, laddove, riferendosi alle due ipotesi delle « molestie, compresa la forza fisica, o indebito condizionamento », subordina la natura aggressiva della pratica alla presenza di taluni elementi, quali, ad esempio: i tempi, il luogo, la natura o la persistenza; il ricorso alla minaccia fisica o verbale; lo sfruttamento da parte del professionista di qualsivoglia evento tragico o circostanza specifica di gravità tale da alterare la capacità di valutazione del consumatore, al fine di influenzarne la decisione relativa al prodotto; qualsiasi ostacolo non contrattuale, oneroso o sproporzionato qualora un consumatore intenda esercitare diritti contrattuali, compresi il diritto di risolvere un contratto o quello di cambiare prodotto o rivolgersi ad un altro professionista; qualsiasi minaccia di promuovere un’azione legale ove tale azione non sia giuridicamente ammessa. Le ipotesi previste circa il carattere aggressivo del comportamento di un operatore sono state trasposte nell’art. 25 del codice del consumo. In relazione alle molestia, la dottrina prevalente è nel senso di individuare il comportamento vietato dalla legge in materia di pratiche commerciali scorrette come quella condotta caratterizzata da un’insistenza superiore a quella che può considerarsi ordinaria (Di Nella, Le pratiche commerciali aggressive, in Pratiche commerciali scorrette e codice del consumo a cura di De Cristofaro, Torino 2008, 317). La natura aggressiva riguarda anche l’indebito condizionamento, ossia lo « sfruttamento di una posizione di potere rispetto al consumatore per esercitare una pressione, anche senza il ricorso alla forza fisica o la minaccia di tale ricorso, in modo da limitare notevolmente la capacità del consumatore di prendere una decisione consapevole », come indicato nell’art. 18, lett. l, d. lgs. n. 206, cit. Il concetto di « indebito condizionamento », secondo dottrina autorevole, rappresenta una categoria onnicomprensiva delle pratiche commerciali aggressive (Solinas, in Le modifiche al codice del consumo a cura di MinervinieRossi Carleo, Torino 2009, sub art. 24, p. 241). Nel caso della decisione annotata, l’indebito condizionamento era rappresentato dalla paventata citazione in giudizio dinanzi al giudice di pace per la riscossione e il recupero di crediti inesistenti da parte di società i recupero crediti, ovvero fattispecie prevista nella lett. e dell’art. 25, comma 1, d. lgs. n. 206, cit.

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 5 aprile – 4 luglio 2019, n. 29292

Presidente Di Tomassi – Relatore Cappuccio

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza dell’8 giugno 2018 il Tribunale di Teramo ha condannato St. De Ru. alla pena, condizionalmente sospesa, di 300,00 Euro di ammenda, oltre che al pagamento delle spese processuali, perché responsabile del reato di molestia o disturbo alle persone. Contestualmente, De Ru. è stato condannato al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, arrecati alla costituita parte civile ed alla rifusione delle spese legali in favore della medesima parte civile.

2. Il procedimento nell’ambito del quale è stata emessa la citata sentenza è scaturito dalla querela sporta da Lu. Li. il quale ha riferito che, a seguito dell’interruzione del contratto di fornitura di energia con il gestore Illumia, ha ricevuto, per un periodo di quasi due mesi, un numero esorbitante – nell’ordine quotidiano di 8-10 – di chiamate telefoniche, distribuite lungo l’intero arco della giornata, provenienti da diversi incaricati ed intese ad ottenere il saldo delle fatture rimaste inevase all’atto della cessazione del rapporto negoziale.

Il Tribunale, ritenuta l’attitudine dei contatti, per la loro frequenza e collocazione oraria, ad integrare la petulanza richiesta dall’art. 660 cod. pen., ha individuato in St. De Ru., amministratore della società Recus S.p.a., incaricata del recupero crediti per conto di Illumia, il responsabile, quantomeno a titolo di colpa, dell’illecito, commesso in ossequio a precisa strategia aziendale e non in forza di autonome iniziative dei singoli addetti al call center.

Ha, inoltre, escluso, in ragione della sistematicità della condotta, l’applicabilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 131-bis cod. pen..

3. De Ru. ha proposto, con il ministero dell’avv. Ma. Di Pe., ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.

3.1. Con il primo motivo, deduce travisamento della prova, con riferimento al reato sanzionato dall’art. 660 cod. pen., sul rilievo che i tabulati telefonici versati in atti e la deposizione del teste Ci. concorrono nell’attestare, ad onta di quanto riferito dal querelante e dalla di lui fidanzata, che il personale della Recus chiamò Li., in relazione a tre distinte pratiche di recupero, non più di venti volte nell’arco di due mesi, mai più di due volte nella stessa giornata, in giorni lavorativi (dal Lunedi al Venerdì, con una sola eccezione di Sabato mattina) ed in orari compresi, con sole tre eccezioni (telefonate effettuate, rispettivamente, alle 18,12, alle 19,30 ed alle 20,11) tra le 9,00 e le 16,00, sicché contrastante con il dato probatorio si palesano le conclusioni esposte dal giudice di merito in ordine al carattere assillante e molesto dei contatti.

3.2. Con il secondo motivo, deduce carenza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione per avere il Tribunale trascurato come, stando alla documentazione ritualmente versata in atti ed alla deposizione del teste Br., la Recus S.p.a. avesse vincolato gli operatori al rispetto del protocollo d’intesa siglato tra le aziende del settore e le associazioni dei consumatori ed adottato un proprio codice etico e deontologico, al cui rispetto era vincolato chiunque agisse per conto della società.

Addebita, ulteriormente, al Tribunale di non avere tenuto conto delle discrasie tra i contributi della parte civile e della fidanzata in ordine all’identificabilità del chiamante, rivelatrici, unitamente ad altre risultanze istruttorie, dell’inattendibilità di Li..

3.3. Con il terzo motivo, deduce violazione della legge processuale e vizio di motivazione per essere il Tribunale pervenuto all’affermazione della penale responsabilità di De Ru., indicato nell’imputazione quale autore delle telefonate moleste, attribuendogli invece la paternità della prassi aziendale osservata da chi materialmente effettuò le chiamate, condotta radicalmente diversa da quella oggetto di originaria contestazione, con conseguente vulnus al precetto contenuto nell’art. 521 cod. proc. pen. e, più in generale, al principio di correlazione tra accusa e sentenza consacrato anche nell’art. 6, commi 1 e 3, CEDU.

3.4. Con il quarto ed ultimo motivo, deduce mancanza o mera apparenza della motivazione con riferimento all’elemento soggettivo del reato, che, a dispetto della sua natura contravvenzionale, indica quale dolo specifico.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile perché propone motivi manifestamente infondati o non consentiti.

2. Con il primo motivo, il ricorrente, nel dedurre vizio della motivazione e travisamento della prova, asserisce che il prospetto dei contatti telefonici risultante dai tabulati ed il tenore della deposizione resa in dibattimento dal M.llo Ci. smentirebbero l’assunto accusatorio, che il Tribunale ha avallato sulla scorta del contributo della parte civile Lu. Li. e della fidanzata Cr. Vi., secondo cui gli operatori incaricati dalla Illumia avrebbero contattato l’utenza di Li. per otto\dieci volte al giorno, per un torno di tempo consistente ed anche in orari serali o, comunque, ordinariamente dedicati al riposo.

Il ricorrente, tuttavia, non allega al ricorso copia degli atti indicati e non ne trascrive in forma integrale il relativo contenuto, sicché l’impugnazione risulta, per questa parte, inammissibile per difetto di specificità ed autosufficienza (Sez. 2, n. 20677 del 11/04/2017, Schioppo, Rv. 270071; Sez. 4, n. 46979 del 10/11/2015, Bregamotti, Rv. 265053; Sez. 1, n. 25834 del 04/05/2012, Massaro, Rv. 253017), non potendosi apprezzare la sussistenza della denunziata divergenza tra il dato documentale e quello dichiarativo né scrutinarsi, sotto l’indicato angolo prospettico, la conformità a logica del giudizio di attendibilità riservato dal Tribunale ai testimoni di accusa, il cui apporto è stato ritenuto dal giudice di merito idoneo a fondare, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’addebito, in quanto rappresentativo di una condotta che, per le modalità con cui è stata posta in essere, soddisfa gli elementi costitutivi della contravvenzione sanzionata dall’art. 660 cod. pen..

3. Analoghe considerazioni devono essere dedicate al secondo motivo di ricorso, con il quale si lamenta che il Tribunale non abbia dato conto della produzione documentale effettuata dalla difesa di De Ru., attestante la vigenza di una policy interna all’azienda da lui amministrata, diretta a garantire la limitazione dei contatti telefonici a determinati orari e giorni della settimana ed a mantenere le iniziative nei binari corretti dell’interlocuzione negoziale.

Tanto, a riprova, oltre che dell’inattendibilità dei testi di accusa, del fatto che l’eventuale violazione dei protocolli sarebbe stata frutto di autonoma iniziativa degli addetti e non espressiva di apposita strategia aziendale né ascrivibile, neanche a titolo di colpa, all’odierno ricorrente.

Anche in questo caso, invero, il ricorrente omette di suffragare la censura con la prescritta esibizione del compendio documentale evocato, si da incorrere nel vizio di genericità e difetto di autosufficienza.

Avuto riguardo, poi, alla doglianza che si appunta sull’avere il Tribunale, nella motivazione del provvedimento impugnato, omesso di esaminare quanto dedotto con la memoria difensiva depositata, nel corso della discussione, all’udienza dell’8 giugno 2018, è sufficiente segnalare l’intempestività della produzione, eseguita – secondo quanto risulta dal verbale di udienza – dopo che il pubblico ministero aveva già rassegnato le proprie richieste finali, ciò che, stando al consolidato e condiviso della giurisprudenza di legittimità (cfr., tra le altre, Sez. 6, n. 38757 del 22/06/2016, Alibani, Rv. 268093), esclude la nullità della sentenza che non abbia valutato la memoria e non incide sulla correttezza della motivazione che ne abbia pretermesso i contenuti.

Tendente ad una rivalutazione del materiale probatorio non consentita nella sede di legittimità è, infine, la censura incentrata su presunte discrasie tra le dichiarazioni rese dai testimoni Li., Vi. e Br. in ordine, specificamente, all’identificabilità del numero chiamate e sull’intrinseca inattendibilità dell’apporto della persona offesa, profili già posti all’attenzione del giudice di merito a da questi risolti nel contesto di un iter argomentativo esente da crismi di manifesta illogicità.

4. Manifestamente infondato è il terzo motivo, con il quale si deduce la violazione degli artt. 521 cod. proc. pen. e 6 Cedu per essere stato l’imputato indicato, in rubrica, quale autore delle telefonate in realtà effettuate dagli incaricati della società da lui amministrata.

Sul punto, va premesso che la violazione del principio di correlazione tra accusa e sentenza postula che la diversità – lungi dall’afferire ad elementi marginali, secondari o di valenza aggiuntiva, che non risultano decisivi per la struttura della contestazione e per il tema della prova – attinga, attraverso l’istruttoria, un rapporto di eterogeneità o di incompatibilità sostanziale e strutturale con una trasformazione, sostituzione o variazione dei contenuti essenziali dell’addebito nei confronti dell’imputato, posto, così, di fronte ad un fatto del tutto nuovo senza avere avuto possibilità di effettiva difesa (Sez. 6, n. 17799 del 06/02/2014, M., Rv. 260156; Sez. 6, n. 899 del 11/11/2014, dep. 2015, Isolan, Rv. 261925).

Nel caso di specie, contestandosi a De Ru. di avere, «nella sua qualità di amministratore della Recus S.p.a.», recato disturbo o molestia a Lu. Li. «inviando numerose telefonate all’utenza 08611990712», è stata descritta una condotta che, tenuto conto del ruolo assunto dall’imputato in seno all’azienda ed alla composizione di quest’ultima, era senz’altro riferito, come percepibile a semplice lettura, alla promozione di politiche di impresa suscettibili di ledere il bene protetto dalla norma penale ovvero all’inadempimento dei prescritti doveri di vigilanza.

È sufficiente, d’altro canto, scorrere le pagine della sentenza impugnata e del ricorso per comprendere come la trama del processo, a partire dall’istruttoria, abbia investito sia l’effettuazione delle telefonate, da parte di soggetti diversi dall’odierno ricorrente, che le azioni promosse dalla dirigenza al fine di evitare l’eccessività invasività delle iniziative finalizzate al recupero dei crediti nei confronti degli utenti morosi, e come la responsabilità di De Ru., mai indicato, neanche implicitamente, quale autore delle telefonate, sia stata esaminata esclusivamente sotto il secondo aspetto, che la sentenza impugnata ha cura di analizzare con sufficiente livello di approfondimento.

Priva di pregio si palesa, pertanto, l’obiezione difensiva che ipotizza un vulnus al diritto di difesa del tutto insussistente, essendo stata affermata la penale responsabilità di De Ru. per il fatto compiutamente descritto nell’imputazione ed accertato attraverso un’istruttoria sviluppatasi in perfetta coerenza all’originario, assunto accusatorio.

5. Con l’ultimo motivo, il ricorrente si duole che il Tribunale abbia rinunziato ad accertare la sussistenza, nella condotta dell’imputato, della petulanza o altro biasimevole motivo che costituisce elemento costitutivo della contravvenzione.

La censura muove dal presupposto, avallato da un risalente orientamento giurisprudenziale (Sez. 5, n. 2766 del 09/01/1989, Adamo, Rv. 183515; Sez. 1, n. 1460 del 21/06/1974, Manfredini, Rv. 129249; Sez. 6, n. 960 del 15/04/1970, Tinti, Rv. 114987), che il reato sanzionato dall’art. 660 cod. pen., a dispetto della sua natura contravvenzionale, richieda il dolo specifico, in tal senso dovendosi interpretare il riferimento alla petulanza o ad altro biasimevole motivo.

Tale indirizzo appare, tuttavia, frutto di una concezione da tempo superata (già Sez. 1, n. 12230 del 25/10/1994, Mammoli, Rv. 199682 inseriva la petulanza o l’altro biasimevole motivo all’interno dell’elemento oggettivo del reato) perché frutto di una non ancora matura consapevolezza della distinzione tra una determinata finalità dell’azione illecita, ad essa esterna, nella quale si traduce la specificità del dolo, ed il motivo che ha originato la condotta.

Nel caso di specie, appare indubbio che l’illiceità dell’azione posta in essere con il decisivo concorso di St. De Ru. è derivata dalla scelta, presumibilmente compiuta dalla governance aziendale, di ricorrere ad insistite e pressanti iniziative finalizzate al recupero del credito, così anteponendo gli obiettivi di profitto al rispetto dell’altrui diritto al riposo ed a non essere disturbati, ciò che integra il biasimevole motivo richiesto dalla norma incriminatrice; il Tribunale, del resto, è esplicito nell’attestare, sul punto, che già l’elevata frequenza delle telefonate quotidiane risponde alla nozione di petulanza richiesta dalla disposizione applicata.

Non può allora dirsi, conclusivamente, che il Tribunale sia incorso, in proposito, nell’evocato deficit motivatorio, avendo il giudice di merito spiegato, sia pure sinteticamente, che De Ru. era sicuramente a conoscenza delle violazioni dei codici interni di comportamento, ciò che vale a qualificare il suo contegno in termini quantomeno colposi ed attesta la manifesta infondatezza della deduzione sottesa all’impugnazione.

6. Sulla base delle considerazioni che precedono il ricorso deve essere, pertanto, dichiarato inammissibile. Alla luce della sentenza 13 giugno 2000, n. 186, della Corte costituzionale, rilevato che, nella fattispecie, non sussistono elementi per ritenere che «la parte abbia proposto il ricorso senza versare in colpa nella determinazione della causa di inammissibilità», alla declaratoria dell’inammissibilità medesima consegue, a norma dell’art. 616 cod. proc. pen., l’onere delle spese del procedimento nonché quello del versamento della somma, in favore della Cassa delle ammende, equitativamente fissata in 3.000,00 Euro.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube