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Ingiuria: querela e depenalizzazione del reato

10 Agosto 2019
Ingiuria: querela e depenalizzazione del reato

Un consigliere del PD durante una trasmissione tv sull’argomento delle croci da coprire con una tendina nei cimiteri per non offendere durante una cerimonia funebre laici e appartenenti ad altre religioni, mi ha offeso.

Le ho risposto pertanto con un messaggio in privato su messenger che “ la tendina” doveva metterla lei sulla faccia per coprirla. Poco dopo ha inserito un messaggio dove minacciava di querelare Salvini e la Meloni per aver diffuso odio tra i tanti che scrivono e sostengono tali argomenti.

Sono perseguibile con querela per la mia battuta scritta in privato? Ho risposto al suo messaggio perché mi ritenevo offeso per quello che ha detto. Sono cristiano e non accetto che vengano coperte le croci. 

In virtù del quesito, è opportuno esporre sinteticamente quanto segue:

L’ingiuria e la depenalizzazione

Sino all’entrata in vigore di una recente disposizione normativa [1], chiunque ingiuriava una persona, presente fisicamente oppure offesa, ad esempio, tramite una lettera e/o una comunicazione privata, commetteva un reato per il quale poteva essere perseguito.

Attualmente, invece, la condotta ingiuriosa non è più considerata come un reato, ma un comportamento dal quale può derivare a carico del responsabile:

  • l’obbligo di risarcire il danno provocato;
  • l’obbligo di pagare una sanzione pecuniaria.

Pertanto, per “punire” il reo, la vittima dell’ingiuria, con l’ausilio del proprio legale, deve avviare un vero e proprio procedimento civile, dinanzi al giudice ordinario competente per valore (giudice di pace o tribunale), con tanto di citazione a giudizio: in buona sostanza si tratta di fargli causa.

Se dal procedimento così instauratosi dovesse emergere la responsabilità della persona citata in giudizio, per l’ingiuria o le ingiurie in contestazione, e dovesse, altresì, emergere ed essere accertato un danno a carico della vittima, la controparte sarebbe anche condannata a pagare una sanzione pecuniaria a favore dello Stato [2].

La misura di tale sanzione può variare da un minimo di cento euro a un massimo di ottomila [3].

L’importo è determinato, in concreto, basandosi su i vari parametri indicati dalla legge [4], tra i quali la gravità della violazione, l’opera svolta dal responsabile per attenuare le conseguenze dell’illecito, le condizioni economiche del reo.

La normativa che ha stabilito la depenalizzazione dell’ingiuria e la responsabilità civile per l’illecito di tale natura commesso, ha inoltre, precisato che la vittima ha cinque anni di tempo per fare causa al responsabile. Per essere più chiari, il diritto al risarcimento del danno dell’ingiuriato si prescrive dopo cinque anni [5].

CASO CONCRETO

Dalla condotta descritta dal lettore, per quanto possa essere valutata negativamente, non emergono i presupposti per poter essere querelato, essendo ormai depenalizzato il reato d’ingiuria ed essendo stato qualificato come un illecito civile.

Diverso, invece, sarebbe il discorso, se il lettore avesse rivolto delle minacce [6]. In tal caso, infatti, sarebbe emersa una responsabilità penale e con la querela entro novanta giorni ci sarebbe stata la possibilità di essere perseguito dalle autorità competenti.

Alla luce dei fatti, pertanto, la persona offesa dal messaggio ingiurioso del lettore potrebbe soltanto avviare una vera e propria azione legale nei riguardi di quest’ultimo:

  • con tanto di atto di citazione dinanzi al giudice di pace (si ritiene che sia questo l’organo competente per il presumibile valore della causa) ed anticipazione di spese per il compenso dell’avvocato e tassazioni varie;
  • durante la quale dovrebbe dimostrare l’ingiuria ricevuta (il messaggio offensivo) ed il danno subito.

Pertanto, non è improbabile che, visto il sostanziale scarso rilievo del suo comportamento, la vittima scelga di non imbarcarsi in questa azione legale e che il lettore non avrà alcuna conseguenza da quanto accaduto.

Ad ogni modo, come consiglio per il futuro ed indipendentemente da qualsivoglia motivazione, il lettore deve evitare di esprimere messaggi offensivi tramite chat private e/o pubbliche:

  • sarebbe, infatti, agevole per la vittima dimostrare i fatti;
  • rischierebbe di essere perseguito per un reato, quale la diffamazione, se le frasi ingiuriose fossero espresse all’interno di un post pubblico su Facebook oppure in un gruppo WhatsApp.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Marco Borriello

note

[1] Dl. n. 7/2016.

[2] Art. 8 Dl. n. 7/2016.

[3] Art. 4, comma 1 Dl. n. 7/2016.

[4] Art. 5 Dl. n. 7/2016.

[5] Art. 3, comma 2 Dl. n. 7/2016 – Art. 2947 cod. civ.

[6] Art. 612 cod. pen.


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