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Assegno mantenimento figlio disconosciuto

9 Agosto 2019 | Autore:
Assegno mantenimento figlio disconosciuto

Cos’è l’assegno di mantenimento? Cos’è l’azione di disconoscimento di paternità e chi può esercitarla? Cosa succede se non c’è rapporto di filiazione?

Dal matrimonio sorgono reciproci diritti e doveri in capo ad entrambi i coniugi: ad esempio, quelli di fedeltà, di coabitazione, di assistenza morale e materiale. Ma non solo: dall’unione derivano specifici obblighi relativamente alla prole. Tali obblighi persistono anche dopo la fine della relazione: ad esempio, se madre e padre decidono di separarsi e poi di divorziare, i figli continuano a vantare precisi diritti di assistenza, educazione e mantenimento. Può accadere, però, che un genitore chieda il disconoscimento del figlio: in questo caso, che fine fa l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento è quel contributo di natura economica che il genitore non affidatario è obbligato a versare a favore della prole che vive con l’altro genitore. Cosa accade al mantenimento se il figlio viene disconosciuto oppure è egli stesso a chiedere il disconoscimento? Il genitore è obbligato a continuare a pagare il mantenimento anche se è stato accertato che il beneficiario non è il suo figlio naturale? Proprio di questo vorrei parlarti; se hai dieci minuti di tempo, mettiti comodo e prosegui nella lettura: ti parlerò dell’assegno di mantenimento nel caso di figlio disconosciuto.

Cos’è l’assegno di mantenimento?

L’assegno di mantenimento è il contributo economico che il genitore deve dare al figlio che, a seguito della separazione dall’altro genitore, non gli sia stato affidato. L’assegno di mantenimento è legato a filo doppio con il tipo di affidamento che il giudice decide:

  • se viene scelto l’affido condiviso (sempre da preferire, quando possibile), non c’è bisogno di versare alcun assegno di mantenimento, in quanto il genitore provvede direttamente alle spese necessarie al mantenimento della prole;
  • se viene concesso l’affido esclusivo, allora il genitore non collocatario dovrà versare all’altro un assegno a titolo di mantenimento per le spese ordinarie per il figlio, al di là dell’equa divisione delle spese straordinarie.

Mantenimento figlio: fino a quando è dovuto?

L’assegno di mantenimento a favore del figlio è dovuto per il semplice fatto della nascita di quest’ultimo: ciò significa che, a differenza del mantenimento dovuto all’ex coniuge, per il quale occorre che il giudice rispetti una serie di criteri al fine della determinazione (redditi percepiti, assegnazione casa familiare, eventuale responsabilità della fine della relazione, ecc.), il figlio ha sempre diritto al mantenimento.

Non si ha più diritto all’assegno di mantenimento solo quando la prole è divenuta economicamente autosufficiente: ciò significa che il raggiungimento della maggiore età non esonera il genitore non affidatario dal continuare a pagare il mantenimento, né il compimento degli studi universitari.

Tuttavia, se il figlio è colpevolmente privo di lavoro, nel senso che la sua precaria condizione economica deriva da una propria colpa, allora il genitore potrà rifiutare il mantenimento e chiederne la revoca al giudice, salvo l’obbligo di continuare a versare gli alimenti, cioè un sussidio economico di minor entità.

Azione di disconoscimento paternità: cos’è?

L’azione di disconoscimento della paternità è uno specifico rimedio previsto dal nostro ordinamento giuridico al fine di ottenere una sentenza giudiziale con la quale si stabilisce che la persona che si riteneva discendere da un’altra, in realtà, non è legata ad essa biologicamente.

Detto in altri termini, senza troppi giri di parole, il disconoscimento di paternità mira a far accertare che un individuo non sia figlio di quello che si riteneva fosse il padre.

È chiaro, dunque, che il disconoscimento di paternità potrebbe incidere pesantemente sull’obbligo di versare il mantenimento a favore di colui che si ritiene essere il figlio naturale: poiché, infatti, come detto sopra, l’obbligo al mantenimento deriva dal semplice fatto della nascita del figlio, cosa accadrebbe se si accertasse che il beneficiario dell’assegno, in realtà, non è il figlio biologico dell’obbligato?

Disconoscimento paternità: chi può chiederlo?

Secondo la legge [1], l’azione di disconoscimento di paternità del figlio nato nel matrimonio può essere esercitata dal marito, dalla madre e dal figlio medesimo. Tutte le persone coinvolte nel ménage familiare sono dunque legittimate.

L’azione di disconoscimento di paternità è particolarmente legata al matrimonio poiché, per legge [2], esiste la cosiddetta presunzione di paternità del marito. In altre parole, la legge dice che, a meno che non venga dimostrato il contrario (appunto, tramite azione di disconoscimento), il marito è padre del figlio concepito o nato durante il matrimonio.

Quando si può chiedere il disconoscimento di paternità?

Marito, madre e figlio possono chiedere il disconoscimento della paternità, ma con tempistiche e in circostanze diverse. Vediamo schematicamente quando i predetti soggetti possono avanzare azione di disconoscimento della paternità.

Disconoscimento paternità promosso dalla madre

L’azione di disconoscimento della paternità da parte della madre deve essere proposta nel termine di sei mesi dalla nascita del figlio, ovvero dal giorno in cui è venuta a conoscenza dell’impotenza di generare del marito al tempo del concepimento [3]. L’azione di disconoscimento di paternità non può essere comunque proposta oltre cinque anni dal giorno della nascita.

I predetti termini restano sospesi se la richiedente si trova in stato di interdizione dovuta ad infermità mentale ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente.

Disconoscimento di paternità promosso dal marito

Il marito può disconoscere il figlio nel termine di un anno che decorre dal giorno della nascita quando egli si trovava al tempo di questa nel luogo in cui è nato il figlio; se prova di aver ignorato la propria impotenza di generare ovvero l’adulterio della moglie al tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza. L’azione di disconoscimento di paternità, in questi casi, non può essere comunque proposta oltre cinque anni dal giorno della nascita.

Se il marito non si trovava nel luogo in cui è nato il figlio il giorno della nascita il termine di un anno decorre dal giorno del suo ritorno o dal giorno del ritorno nella residenza familiare, se egli ne era lontano. In ogni caso, se egli prova di non aver avuto notizia della nascita in detti giorni, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto notizia.

I predetti termini restano sospesi se il richiedente si trova in stato di interdizione dovuta ad infermità mentale ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente.

Va inoltre precisato che, sia per la madre che per il marito, nel caso in cui questi muoiano senza essere riusciti a promuovere il disconoscimento, ma prima che siano decorsi i termini sopra indicati, sono ammessi ad esercitarla in loro vece i discendenti o gli ascendenti; il nuovo termine decorre dalla morte del presunto padre o della madre, o dalla nascita del figlio se si tratta di figlio postumo o dal raggiungimento della maggiore età da parte di ciascuno dei discendenti.

Disconoscimento di paternità promosso dal figlio

Infine, la legge consente anche allo stesso figlio di promuovere azione di disconoscimento di paternità. In questo caso, l’azione di disconoscimento della paternità può essere proposta dal figlio che ha raggiunto la maggiore età. L’azione è imprescrittibile.

L’azione può essere altresì promossa da un curatore speciale nominato dal giudice, assunte sommarie informazioni, su istanza del figlio minore che ha compiuto i quattordici anni, o del pubblico ministero o dell’altro genitore, quando si tratta di minore di età inferiore. Lo stesso accade se il figlio si trova in stato di interdizione ovvero versa in condizioni di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi.

Mantenimento: è dovuto se il figlio ottiene il disconoscimento?

Il problema dell’assegno di mantenimento in relazione all’azione di disconoscimento di paternità si pone più che altro nel caso in cui sia il padre a promuovere tale azione, nel rispetto degli stretti termini previsti dalla legge. Vediamo dunque cosa accade all’assegno di mantenimento se l’azione di disconoscimento della paternità è esercitata vittoriosamente dal figlio.

Facciamo l’esempio del padre che decida di adire il tribunale chiedendo che venga disconosciuta la propria paternità a seguito della sua scoperta di non poter generare. Nelle more del procedimento, si scopre, ad esempio mediante test del dna, che in effetti non c’è alcun legame di sangue tra il richiedente il disconoscimento e il presunto figlio. Cosa accade in un caso del genere?

Ebbene, la Corte di Cassazione [4] si è espressa in modo molto chiaro su questo punto: l’intervenuto accertamento giudiziale dell’assenza di qualsiasi reale rapporto di filiazione, non può non rendere più che mai privo di ogni giustificazione il successivo proseguirsi di ogni tipo di mantenimento, fondato proprio su tale insussistente qualità di figlio.

Di conseguenza, il vittorioso esperimento dell’azione di disconoscimento di paternità elide ogni rapporto tra il figlio e colui che si riteneva essere il padre, con conseguente venir meno dell’obbligo, per quest’ultimo, di continuare a versare il mantenimento.

Di conseguenza, il padre non è tenuto a mantenere il figlio una volta che ha scoperto che non è suo: l’inesistenza del legame biologico, infatti, fa cadere ogni dovere di mantenimento basato proprio sul rapporto di filiazione.

Mantenimento: è dovuto se si scopre che il figlio non è proprio?

Soltanto il vittorioso esperimento dell’azione di disconoscimento della paternità fa venir meno l’obbligo di versare il mantenimento per il futuro: prima di questo momento, il presunto padre dovrà comunque ottemperare ai propri obblighi.

Secondo la Corte di Cassazione [5], chi è tenuto agli obblighi di assistenza familiare non se ne può sottrarre per il solo fatto di aver scoperto che il minore non è il proprio figlio. Ciò vuol dire che, se il padre viene a sapere con certezza, magari per ammissione della stessa madre, che il figlio non è proprio, sarà comunque tenuto a versare il mantenimento fintantoché il giudice non disconoscerà formalmente la paternità.


note

[1] Art. 243-bis cod. civ.

[2] Art. 231 cod. civ.

[3] Art. 244 cod. civ.

[4] Cass., sent. n. 23973 del 24 novembre 2015.

[5] Cass., sent. n. 8998/2010.

Autore immagine: Pixabay.com


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