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Prescrizione cartelle esattoriali non impugnate

8 Luglio 2019
Prescrizione cartelle esattoriali non impugnate

Quando scadono le cartelle esattoriali divenute definitive: le sentenze della Cassazione che aderiscono alla prescrizione breve di cinque anni.

Chi non paga le tasse non va automaticamente in galera (il reato di evasione fiscale scatta solo al superamento di determinate soglie) ma riceve quasi certamente una cartella esattoriale. La cartella è un “titolo esecutivo” ossia un documento che consente all’Agente per la riscossione di avviare un pignoramento senza l’autorizzazione del tribunale. Anzi, a dirla tutta, l’Esattore non ha neanche bisogno dell’ufficiale giudiziario potendo egli stesso notificare il pignoramento dello stipendio, della pensione, del conto corrente o degli immobili di proprietà del debitore.

Una volta decorsi 60 giorni dalla sua notifica, la cartella di pagamento diventa “definitiva”, non più impugnabile, e il contribuente non ha più possibilità di contestare la pretesa dell’Agente della riscossione. A questo punto, per lui, c’è un’unica speranza: la prescrizione.

Grazie alla prescrizione, infatti, è possibile liberarsi una volta per tutte dal debito senza corrispondere nulla. Ma affinché si possa realizzare tale effetto è necessario che, nell’arco di un tempo predefinito, il creditore non si faccia vivo: non invii cioè intimazioni di pagamento, preavvisi di fermo o di ipoteca, pignoramenti o altre diffide per lo stesso debito. A quanto corrisponde questo tempo? In buona sostanza, qual è la prescrizione cartelle esattoriali non impugnate?

Esiste una sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione, emessa a fine 2016 [1], che ha fatto storia. C’è chi, infatti, in questa pronuncia ha voluto leggere una improntate indicazione in materia di prescrizione delle cartelle di pagamento: quella secondo cui tutte le imposte avrebbero una prescrizione di cinque anni (tranne il bollo auto per il quale la prescrizione è di tre anni).

Tale orientamento è stato poi ribadito da numerosi altri giudici e, di recente, dalla Commissione Tributaria Provinciale di Roma [2]. Facciamo allora il punto della situazione e vediamo qual è la prescrizione cartelle esattoriali non impugnate.

La prescrizione per le cartelle non impugnate

La regola vuole che la prescrizione ordinaria sia di 10 anni. Così è anche per le sentenze di condanna emesse dal giudice e divenute definitive.

Alcuni hanno sostenuto, in passato, che una cartella di pagamento non impugnata nei 60 giorni avrebbe la stessa natura di un provvedimento del giudice definitivo e, quindi, si prescriverebbe in 10 anni.

Tale tesi è stata rigettata dalle Sezioni Unite della Cassazione [1]. La Corte ha precisato che una cartella esattoriale è un atto amministrativo e tale rimane anche dopo la scadenza del termine per impugnare. Il fatto che sia divenuto un credito “irretrattabile” non fa mutare la sua natura di atto emesso da una pubblica amministrazione. 

Risultato: la cartella di pagamento ha un termine di prescrizione differente da una sentenza. 

Se impugni una cartella e perdi la causa, il giudice ti condannerà a versare l’imposta con la propria sentenza che sostituisce, quindi, la cartella: in tale caso, la prescrizione è sempre di 10 anni, a prescindere dal tipo di imposta non pagata. Ciò perché il titolo esecutivo non è più la cartella, ma la sentenza.

La prescrizione ordinaria delle cartelle esattoriali

Esistono termini di prescrizione diversi a seconda del tipo di imposta:

  • 10 anni per tutte le imposte dovute allo Stato (Irpef, Irap, Iva, Irap, Ires, imposta di bollo, di registro, canone Rai, contributi alle camere di commercio, imposta catastale e ipotecaria, ecc.);
  • 5 anni per tutte le imposte dovute agli enti locali (Imu, Ici, Tasi, Tari, Tosap);
  • 5 anni per i contributi di previdenza dovuti all’Inps e di assistenza dovuti all’Inail;
  • 5 anni per le sanzioni amministrative come le multe stradali o le sanzioni per gli assegni protestati;
  • 3 anni per il bollo auto.

La legge non dice quale debba essere la prescrizione delle cartelle di pagamento. Sicché numerosi giudici, sino a qualche tempo fa, hanno ritenuto che le cartelle “ereditassero” la stessa prescrizione dell’imposta in esse richieste. Per cui una cartella che richiedeva il pagamento di Irpef e contributi Inps si sarebbe prescritta per la prima parte in 10 anni e per la seconda in 5.

La prescrizione delle cartelle esattoriali è sempre di 5 anni

Contrariamente a questa tesi si sta affermando sempre più un’altra di tipo opposto: tutte le cartelle esattoriali si prescrivono in 5 anni, a prescindere dal tipo di imposta richiesto. Ne avevamo già dato atto nell’articolo Cartella esattoriale: prescrizione sempre di cinque anni. In quella sede, abbiamo citato una pronuncia della Cassazione [3] che aderirebbe alla tesi pro-contribuente

Oggi, la stessa conclusione è condivisa anche dalla Ctp di Roma secondo cui le cartelle di pagamento non impugnate contenenti le richieste di imposte erariali (Iva Irpef, Irap e ritenute alla fonte) si prescrivono in cinque anni (mentre il bollo auto sempre in tre anni). Tale termine di prescrizione decorre dalla notifica delle cartelle. 

La Commissione tributaria regionale del Lazio ha rigettato l’appello dell’Agenzia delle Entrate, confermando l’applicazione della cosiddetta «prescrizione breve». 

«Deve preliminarmente osservarsi», osserva il collegio, «che vi sono due tipi di prescrizione: i) prescrizione ordinaria 10 anni solo per le sentenze passate in giudicato; ii) prescrizione breve 5 anni per tutti i tributi esclusa la tassa auto che si prescrive dopo tre anni». La Commissione precisa poi che, anche la Cassazione nel 2015 [4] ha stabilito che i crediti di natura fiscale e contributiva (Iva, Irpef, Ilor, Inps ed Inail) vanno in prescrizione dopo solo cinque anni e non dieci come affermato in passato.

L’interruzione della prescrizione

La prescrizione della cartella esattoriale si verifica però solo se, nell’arco dei cinque anni, non arriva una raccomandata a.r. o una pec con intimazione di pagamento o con notifica di un’ulteriore cartella per gli stessi importi, un preavviso di fermo o di ipoteca in cui venga dettagliato il credito fatto valere, un atto di pignoramento. Uno qualsiasi di tali atti, infatti, varrebbe a interrompere la prescrizione e a far decorrere il termine nuovamente da capo. 

Quindi, prima di cantare vittoria, bisognerà guardare attentamente nel proprio archivio e verificare eventuali notifiche intervenute medio tempore. E se qualcosa è andato perso, si può presentare una domanda di accesso agli atti amministrativi.


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 23397/2016.

[2] CTP Roma, sent. n. 1725/2019.

[3] Cass. sent. n. 30362/2018 del 23.11.2018.

[4] Cass. ord. n. 20213/2015.

La presente controversia ha come oggetto il ricorso (…) riguardante l’estratto ruolo (…) di cui era venuto a conoscenza il 26/02/2016 solo a seguito di un suo accesso presso gli uffici dell’Agente della Riscossione, lamentando la mancata notifica della stessa e intervenuta prescrizione del credito, trattandosi di un’imposta Irpef relativa all’anno d’imposta 1998.(…) Con la sentenza n. (…) la Commissione tributaria provinciale di Roma accoglieva il ricorso (…) ritenendo che, nel caso di specie, il credito tributario fosse ormai prescritto. (…)

Questa Commissione ritiene che l’appello dell’Agenzia delle entrate DP I di Roma sia infondato e non possa, pertanto, essere accolto. E, invero, la presente controversia deve essere risolta alla luce dell’intervenuta prescrizione dei termini.

Deve, preliminarmente, osservarsi che vi sono due tipi di prescrizione: Prescrizione ordinaria 10 anni (2946 c.c.) solo per le sentenze passate in giudicato. Prescrizione breve 5 anni (2948 c.c.) per tutti i tributi escluso la tassa auto che si prescrive dopo 3 anni.

Ebbene, il 17/11/2016 è finalmente intervenuta la Cass. civ. Sez. unite, con sentenza n. 23397, stabilendo che: «La cartella esattoriale pur avendo le caratteristiche di un “titolo esecutivo”, resta un atto amministrativo privo dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato, il che significa che la decorrenza del termine per l’opposizione, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito, mentre non determina alcun effetto processuale, sicché non può trovare applicazione l’art 2953 c.c. ai fini dell’operatività della conversione del termine di prescrizione breve (quinquennale) in quello ordinario decennale.

Deve ritenersi in ogni caso esclusa, per le imposte erariali, come definitivamente sancito dalle Sezioni unite della Cassazione con la citata sentenza, l’applicazione acritica del termine di prescrizione decennale proprio dei soli provvedimenti giudiziari divenuti definitivi.(…)

Giova ripetere che la prescrizione per tutte le cartelle è di 5 anni, quello di 10 si applica, infatti, solo alle sentenze, come previsto dalla Cassazione a Ss.uu. del 2009 (Cass. Ss.uu. n. 25790/2009). Secondo la nuova interpretazione, sancita da una ordinanza depositata di recente Cass. ord. n. 20213/2015 dell’8/10/2015 i crediti dell’erario vanno in prescrizione dopo solo cinque anni e non più dieci (…). Si tratta in particolare dei crediti di natura fiscale, come l’Irpef, l’Iva, l’Ilor, ecc. e di quelli di natura contributiva e previdenziale, come le somme dovute all’Inps o all’Inail».(…)


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