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Debito pubblico italiano: cosa dice la Corte dei Conti

8 Luglio 2019 | Autore:
Debito pubblico italiano: cosa dice la Corte dei Conti

I paletti fissati dalla Corte dei Conti non debbono passare inosservati

Il 26 giugno 2019 si è tenuta a Roma la cerimonia di parificazione del rendiconto generale dello Stato. Il Procuratore Generale, Alberto Avoli, della Corte dei Conti ha depositato una memoria di 220 pagine che vi consiglio di leggere con la massima attenzione.

Riporto solo alcuni dati che ritengo fondamentali.
I flussi finanziari tra Italia e Unione Europea, nel corso del 2018, presentano versamenti complessivi per 15,77 miliardi e accrediti per 8,85 miliardi, con una differenza in negativo di 6,92 miliardi.

La differenza conferma la posizione di “contribuente netto” per l’Italia. Per quanto attiene all’ambito delle “irregolarità e frodi” nel settore agricolo, per l’anno 2018, vi sono stati complessivamente 574 casi irregolari, per un corrispettivo finanziario irregolare di € 57.284.061.
Per quanto attiene ai fondi strutturali, nel 2018, sono stati segnalati 248 casi, per un importo complessivo di € 74,6 milioni di fondi UE.
Permane criticità nella gestione e nel controllo delle erogazioni.
Sulle modifiche medio tempore apportate al codice degli appalti, la Procura segnala i pericoli di una cultura dell’emergenza, foriera di una deregulation rischiosa, accompagnata da una marcata riduzione dei controlli e delle garanzie, in grado di favorire spinte mai sopite verso la corruzione e ciò è frutto di un pregiudizio ideologico verso le opere pubbliche, che consiste nel ritenere che, per essere speditamente attuate, occorre chiudere un occhio sulla trasparenza.
Si tratta, invero, di una resa determinata dal fatto che il prodotto interno lordo sta precipitando e che occorre, quindi, consegnare gli appalti alle procedure di emergenza, ritenute a torto la panacea di tutti i mali.
Il processo d’integrazione che ha dato vita all’unione economica e monetaria, ossia l’insieme dei paesi europei che adottano la moneta unica, ha assunto, quale criterio di riferimento, il rapporto tra il prodotto interno lordo, il disavanzo e il debito pubblico.
Il Trattato di Maastricht dell’11 dicembre 1991 ha, infatti, previsto, al fine della partecipazione all’Unione, una serie di parametri da rispettare, allo scopo di assicurare la massima convergenza fra le economie degli Stati aderenti.
Tra questi spiccano, soprattutto in quanto devono essere rispettati anche dopo l’introduzione dell’Euro, i seguenti due:
rapporto indebitamento netto / PIL non superiore al 3% (ovvero superiore in via eccezionale e temporanea), laddove per indebitamento netto s’intende il saldo globale del conto economico consolidato delle Pubbliche Amministrazioni;
rapporto debito pubblico / PIL inferiore al 60%, o comunque tendente ad avvicinarsi a questo valore con questo valore con ritmo adeguato.
Un ulteriore irrigidimento dell’obbligo del rispetto dei vincoli deficit / PIL e debito / PIL è conseguito al Fiscal compact, com’è comunemente chiamato il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria, sottoscritto a Bruxelles il 02.03.2012.
L’elevato debito pubblico dell’Italia rimane una delle principali criticità evidenziate, tale da costituire un grave fattore di vulnerabilità.
La contrazione della quota di spesa pubblica destinata agli investimenti porta, poi, a un deterioramento della dotazione esistente, rendendo ancora più gravosa per le prossime generazioni la sostenibilità del debito pubblico.
Il contrasto alla corruzione deve riuscire ad evitare che la sua diffusione venga percepita come condizione normale, trasformando l’onestà in disonestà e attribuendo una giustificazione necessitata a questo passaggio.
Di frequente, si alza il grido “al lupo, al lupo” incutendo paura agli amministratori, ai dirigenti e funzionari pubblici.
Un “al lupo, al lupo”, paventato perché ci sono i TAR, ci sono i Pubblici Ministeri penali, c’è la Corte dei Conti.
E così tutti si ritraggono, chiudendosi nelle loro stanze, dando spazio all’amministrazione difensiva.
Amministrazione difensiva è l’esatto opposto di quella consapevole e coraggiosa, tanto necessaria al Paese per uscire dalla palude della crisi.
L’amministrazione difensiva favorisce la corruzione e su questo collegamento non esiste il sia pur minimo dubbio.
Dai dati contabili emerge con chiarezza la grave situazione d’indebitamento che grava sul nostro Paese, indebitamento che ha origini lontane e che, nella sostanza, continua a crescere.
L’indebitamento ha un costo finanziario gigantesco in senso di corresponsione d’interessi, di perdita di credibilità del sistema Paese, di ostacolo alle politiche di sviluppo.
Sui limiti di sostenibilità del debito italiano si scontrano ogni giorno politici, economisti, finanzieri, offrendo ciascuno una risposta diversa, purtroppo talora infarcita di buone dosi di ideologica demagogia.
Il primo passaggio, per venire a capo dell’ingrovigliato problema, dovrebbe essere il ricorso alla buonafede e al buonsenso in tutti i processi valutativi e decisionali.
Intanto bisogna cominciare a prendere coscienza del fatto che l’indebitamento, in valore assoluto, non  può essere incrementato a dismisura.
Il debito italiano ha probabilmente raggiunto i limiti massimi di sostenibilità, non tanto con riferimento ai parametri europei, di per sé fin troppo rigidi, quanto per le ragioni indefettibili proprie dell’economia e della storia.
Il debito attuale finirà con il colpire le generazioni future, forse addirittura tre o quattro, violando quel patto intergenerazionale che la Corte Costituzionale ha avvertito essere un preciso valore tutelato dalla medesima Carta.
Tuttavia, è evidente che per recuperare il debito occorre produrre la ricchezza necessaria e per produrre la ricchezza necessaria occorre impiegare delle risorse.
Un circolo solo apparentemente vizioso e senza uscita.
Il nostro Paese ha certamente le capacità di fronteggiare la grave situazione finanziaria e di bilancio.
Queste capacità hanno bisogno di scelte coraggiose, coerenti con una strategia che preveda una serie di misure tra loro interconnesse, sapientemente cadenzate nel tempo e articolate in una pluralità di passaggi intermedi.
Coloro che si avventurano per i sentieri delle Dolomiti e hanno come meta, sul Catinaccio, il Rifugio Re Alberto, a quasi 3.000 metri di quota, sanno molto bene che devono distribuire le forze e l’impegno, partendo con cautela e prendendo fiato e velocità lentamente. Sanno che devono fermarsi nei rifugi intermedi e sanno che ogni tornante del sentiero rappresenta una piccola indispensabile meta per la vetta.
Dunque, il debito diventa sostenibile se accompagnato da scelte che diano certezza al Paese e agli investitori chiamati a sostenerlo, in attesa che si produca la ricchezza necessaria.
La diminuzione dell’indebitamento si concretizza in un’operazione di medio – lungo periodo, con tappe ben modulate nel tempo, realistiche e misurabili.
Soprattutto non velleitarie.
Rottamazioni e condoni hanno portato utilità finanziaria su breve termine, ma non vi è dubbio che sul lungo termine non contribuiscono certo a dare spessore alla cultura dell’onestà fiscale.
La flat tax non può essere fatta in deficit.

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Fonte: Diritto e Giustizia



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