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Acquistare un oggetto rubato: cosa rischio?

9 Luglio 2019
Acquistare un oggetto rubato: cosa rischio?

Ricettazione o incauto acquisto: due reati per chi compra merce rubata o di provenienza sospetta.

Su internet è possibile spuntare ottimi prezzi rinunciando, però, ad alcune garanzie. Capita non di rado di finire su di un sito che pubblicizza la vendita di oggetti scontati di oltre un terzo rispetto al valore di mercato. Quando si è sicuri che non si tratta di prodotti falsi, viene il dubbio che si tratti di merce rubata o comunque di provenienza dubbia. Ecco che allora, prima di procedere all’acquisto, anche il consumatore più inesperto e ingenuo dovrebbe porsi una domanda: cosa rischio nell’acquistare un oggetto rubato? Come avremo modo di chiarire qui di seguito, la buona fede non sempre salva dal rischio di un’incriminazione penale. Perché mai? Prima di procedere a un acquisto dobbiamo verificare la provenienza dell’oggetto? Quali obblighi ha il consumatore? 

A spiegare i rischi di chi compra oggetti rubati è, per la seconda volta in poche settimane, la Cassazione [1]. In entrambi i casi, la Corte si è trovata a giudicare il comportamento di un giovane che aveva acquistato un cellulare non da un negozio “ufficiale”. Lo stesso ragionamento, però, potrebbe essere fatto per chi compra un paio di scarpe di marca o una borsa firmata da una bancarella ambulante o nel corso di una “svendita” fatta per strada. Sono le condizioni ambientali in cui avviene l’acquisto che devono far desistere dal concludere il contratto. Basta un ragionevole “sospetto” per far passare un brutto guaio all’acquirente sprovveduto. 

Ma procediamo con ordine e vediamo cosa rischia chi acquista un oggetto rubato. Come avremo modo di vedere, comprare un oggetto rubato è un comportamento punito dalla legge penale: esso può integrare il reato di ricettazione oppure quello di incauto acquisto.

Il reato di ricettazione per chi compra oggetti rubati

Partiamo subito dal dato normativo. Il Codice penale [2] prevede il reato di ricettazione a carico di chi acquista cose provenienti da qualsiasi delitto, ivi compreso il furto. La punizione consiste nella reclusione da 2 a 8 anni e nella multa da 516 a 10.329 euro. Il reato scatta a prescindere dallo scopo perseguito dal compratore: basta che questi intenda procurarsi un profitto. Profitto che può, quindi, consistere anche nel semplice risparmio ottenuto rispetto al prezzo praticato dai “canali ufficiali”. 

La legge richiede, infatti, che l’imputato acquisti o, comunque, riceva cose di provenienza delittuosa al fine di trarne profitto. Pertanto, elemento essenziale per la configurabilità del reato è, da un lato, l’acquisto del possesso di tali cose di illecita provenienza e, dall’altro, la consapevolezza della provenienza delittuosa del bene in proprio possesso.

Il reato di incauto acquisto per chi compra oggetti rubati

C’è poi un secondo reato: quello di incauto acquisto, previsto anch’esso dal Codice penale [3]. Qui non conta la conoscenza della provenienza illecita. Basta il sospetto. Stabilisce la norma: «Chiunque, senza averne prima accertata la legittima provenienza, acquista o riceve a qualsiasi titolo cose, che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per la entità del prezzo, si abbia motivo di sospettare che provengano da reato, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda non inferiore a euro 10». La punizione è più lieve della ricettazione dove l’elemento psicologico – il dolo – è sicuramente più grave.

Non occorre, nell’incauto acquisto, che l’agente abbia effettivamente avuto sospetto che il materiale sia provento del crimine, poiché si tratta di un requisito di natura oggettiva che, quindi, sussiste tutte le volte che la situazione è tale da ingenerare dubbi in chi fa uso della normale prudenza.

Chi acquista oggetti rubati in buona fede è colpevole?

Tanto il reato di ricettazione, quanto quello di incauto acquisto sono commessi non solo da chi vende ma anche da chi compra. A riguardo di quest’ultimo soggetto, la legge sembra non fare distinzione tra chi è in buona fede o in malafede. Non conta tanto la “consapevolezza” circa la provenienza dell’oggetto quanto il comportamento poco prudente da parte dell’acquirente. «L’incauto acquisto» è, in sé, elemento sufficiente per far scattare il reato. Il semplice sospetto di avere a che fare con la refurtiva deve far desistere dalla conclusione dell’affare. Chi “fa finta” di non sapere – pur potendo benissimo accorgersi che la merce è rubata – è punito al pari di chi agisce con dolo. 

Ecco che allora sono proprio le condizioni concrete con cui si svolge la compravendita a fare la differenza. Se compri, ad esempio, un Rolex in una bancarella non potrai mai giustificarti; lo stesso dicasi per un cellulare avuto da un privato in possesso dell’oggetto con tutto l’imballaggio, ma senza garanzia.

E se l’oggetto è stato smarrito?

L’appropriazione di cosa smarrita era un tempo un reato. Oggi, invece, è stata depenalizzata. Quindi, chi si impossessa di un oggetto che altri hanno perso per strada o dimenticato da qualche parte non commette più un illecito penale. Ma, in determinati casi, la scusa di avere tra le mani un oggetto smarrito non regge e non salva dal reato di ricettazione. Come già chiarito in precedenza [3], secondo la Cassazione compie ancora un vero e proprio furto chi prende per sé il cellulare “perduto da altri”: l’appropriazione di cosa smarrita è esclusa perché il telefonino ha stampato dentro il vano batteria il codice Imei, che consente di identificarlo in modo univoco. E, dunque, l’imputato che ne è trovato in possesso rischia la condanna per ricettazione se non riesce a fornire una spiegazione attendibile sull’origine del possesso. 

Dunque, la depenalizzazione del reato di “appropriazione di cosa smarrita” non può essere estesa a quelle situazioni in cui è da escludere la consapevolezza dell’acquirente circa la provenienza dell’oggetto. Come nel caso del cellulare perduto visto che, con l’international mobile equipment identity (il codice composto da quindici cifre che consente di riconoscere senza alcun dubbio il telefonino), l’apparecchio conserva chiaro segno di un legittimo possesso altrui. 

Leggi anche Acquisto smartphone usato: quali rischi.

Bisogna fornire una spiegazione dell’origine del prodotto

La ricettazione può essere esclusa solo se l’acquirente riesce a fornire una spiegazione attendibile delle modalità con cui ha ricevuto l’oggetto e del fatto che, in tale circostanza, questi non potesse sospettare che si trattasse di merce rubata. Diversamente risponde del reato l’imputato trovato nella disponibilità di refurtiva di qualsiasi natura.

La Cassazione [4] è, sul punto, molto rigorosa: per far scattare la ricettazione, la mancata giustificazione del possesso di una cosa proveniente da delitto costituisce essa stessa già una prova della conoscenza dell’illecita provenienza. In pratica, senza tale motivazione si rischia la condanna. 

Ma se per far scattare il reato di ricettazione è necessaria la malafede, consistente nell’impossibilità di dimostrare la provenienza dell’oggetto (il che è già prova del fine illecito), nell’incauto acquisto viene punita la semplice colpa, l’indifferenza da parte dell’acquirente circa le ragioni per cui gli è stata proposta una vendita “sospetta”. In quest’ultimo caso, infatti, l’acquirente accetta il rischio di comprare qualcosa di illegale, senza farsi troppe domande. 

Differenza tra ricettazione e incauto acquisto

Non è facile distinguere tra ricettazione e incauto acquisto. In linea di principio, la giurisprudenza è costante nel ritenere che ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo possa essere raggiunta anche sulla base dell’omessa – o non attendibile – indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale è sicuramente rivelatrice della volontà di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede [5]; mentre si ricade nell’incauto acquisto quando il soggetto abbia agito con negligenza nel senso che, pur sussistendo oggettivamente il dovere di sospettare circa l’illecita provenienza dell’oggetto, egli non si è posto il problema ed ha, quindi, colposamente realizzato la condotta vietata [6].

Ciò in quanto con la violazione di “incauto acquisto” intende punire la mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della merce quando vi sia una oggettiva ragione di sospetto in ordine alla relativa provenienza; laddove, invece, quando la situazione fattuale sia tale da far ragionevolmente ritenere che non vi sia stata una semplice mancanza, ma una consapevole accettazione del rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, correttamente viene ravvisato l’elemento soggettivo del delitto di ricettazione.


note

[1] Cass. sent. n. 29627/19 dell’8.07.2019.

[2] Art. 648 cod. pen.

[3] Art. 712 cod. pen.

[3] Cass. sent. n. 27927/19 del 25.06.2019.

[4] Cass. sent. n. 47129/2014.

[5] Cass. pen., Sez. 2, 21/03/2003, n. 15757; Sez. 2, 27/02/2003, n. 16949, Sez. 2, 10/12/2002, n. 4227

[6] Cass. pen., Sez. 2, 15/01/2001, n. 14170.

Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 28 maggio – 8 luglio 2019, n. 29627

Presidente De Crescienzo – Relatore Pazienza

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 09/10/2018, il Tribunale di Brescia assolveva S.H. dal reato di cui all’art. 647 c.p. (così diversamente qualificata l’originaria imputazione di un telefono cellulare di cui V.M. aveva denunciato lo smarrimento) perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.

2. Propone ricorso immediato per cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Brescia, deducendo violazione di legge con riferimento al fatto che, secondo la più recente giurisprudenza di legittimità, la qualifica di ricettazione doveva essere tenuta ferma, configurandosi quale reato presupposto il furto nella condotta di chi si impossessi di un bene – come il cellulare – che conserva chiari segni di un legittimo possesso altrui (nella specie, il codice IMEI).

Considerato in diritto

1. Il ricorso è fondato.

2. Secondo la più recente e condivisibile elaborazione giurisprudenziale in materia, “integra il reato di furto – e non quello di appropriazione di cosa smarrita, depenalizzato dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7 – la condotta di chi si impossessi di un telefono cellulare altrui oggetto di smarrimento, trattandosi di bene che conserva anche in tal caso chiari segni del legittimo possessore altrui e, in particolare, il codice IMEI stampato nel vano batteria dell’apparecchio” (Sez. 5, n. 1710 del 06/10/2016, dep. 2017, Corti, Rv. 268910; in senso analogo, cfr. anche Sez. 5, n. 57485 del 20/10/2017, Garofalo). In tale ottica ricostruttiva, conseguentemente, “risponde del reato di ricettazione l’imputato, che, trovato nella disponibilità di refurtiva di qualsiasi natura, e quindi anche di telefoni cellulari, in assenza di elementi probatori indicativi della riconducibilità del possesso alla commissione del furto, non fornisca una spiegazione attendibile dell’origine del possesso” (Sez. 2, n. 20193 del 19/04/2017, Kebe).

3. Il Tribunale di Brescia non si è attenuto ai principi appena richiamati. Ciò impone l’annullamento della sentenza impugnata, e la trasmissione degli atti alla Corte d’Appello di Brescia, ai sensi dell’art. 569 c.p.p., comma 4, per l’ulteriore corso.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Brescia.


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