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Padre disoccupato non paga alimenti

10 Luglio 2019
Padre disoccupato non paga alimenti

Assegno di mantenimento ai figli: quando scatta la condanna penale per l’omesso versamento e quando invece c’è giustificazione per chi perde il posto di lavoro.

La perdita del posto di lavoro è una valida giustificazione per non versare il mantenimento ai propri figli? Sicuramente la situazione dell’inoccupato – colui cioè che non ha mai avuto un posto di lavoro – è più vantaggiosa: in sede di separazione, infatti, il giudice deve tenere conto delle condizioni economiche attuali dei genitori onde definire il relativo obbligo di contribuzione alle spese per i bambini; chi non ha dunque, già da allora, le risorse per vivere non potrà essere obbligato a versare ciò che non ha. Peggio va per chi, al momento della sentenza di separazione o divorzio, era occupato o aveva comunque un reddito e tuttavia lo ha perso in un momento successivo. In questo caso, non è possibile compensare l’assegno mensile con i regali o con la spesa quotidiana; né tantomeno il padre può auto-sospendere il versamento dell’assegno in attesa di ottenere una nuova occupazione se prima non lo autorizza il giudice.

Se il padre disoccupato non paga gli alimenti insomma può essere ugualmente denunciato dalla madre e rischia di essere condannato penalmente. Sarà lui, nel corso del giudizio, a dover dimostrare la sua oggettiva impossibilità a fare fronte ai doveri economici. Oggettiva impossibilità che non coincide con la semplice perdita del posto di lavoro. Egli deve dimostrare di essersi dato da fare per cercare un’altra occupazione. Ecco perché meglio sarebbe agire d’anticipo e chiedere, in occasione di un licenziamento, una sentenza di revisione delle condizioni di separazione.

In questa breve guida, passeremo in rassegna le principali sentenze della giurisprudenza che si sono occupate del padre disoccupato che non paga gli alimenti. Vedremo quali tutele la legge predispone in favore della madre – cui spetta ricevere l’assegno – e dell’uomo in condizioni di difficoltà economica. Ma procediamo con ordine.

Padre disoccupato: deve pagare gli alimenti?

Non è vero che chi è senza lavoro è esonerato da qualsiasi obbligo. Ciò potrà anche valere nei confronti del fisco, ma non verso la famiglia e, in particolare, verso i figli. Chi mette al mondo una vita se ne deve occupare finché questa non è in grado di gestirsi da sola, con un proprio reddito. In pratica, l’obbligo dei genitori di prendersi cura dei figli non cessa con la maggiore età di questi, ma solo quando trovano un’occupazione stabile che li consenta di essere autonomi e indipendenti.

In caso di separazione o divorzio, il disoccupato deve versare l’assegno mensile all’ex coniuge affinché lo utilizzi per le spese occorrenti alla gestione ordinaria della prole. In più, deve versare le spese straordinarie come quelle mediche o per le gite scolastiche. È quanto chiarito dalla Cassazione con numerose sentenze [1] ridate peraltro dai tribunali di primo e secondo grado [2].

Padre disoccupato: può avere diritto all’assegno di mantenimento?

Le sentenze del giudice in materia di separazione e divorzio possono essere sempre riviste se cambiano le condizioni economiche dei coniugi o dei figli. Ad esempio, immaginiamo una coppia in cui l’uomo percepisca un reddito superiore a quello della moglie, a fronte della quale, con la separazione, il tribunale condanni il primo a pagare alla seconda un mantenimento.

Se, negli anni successivi, la situazione dovesse invertirsi – per cui l’uomo perde il posto mentre l’ex moglie ottiene una promozione – è possibile rivolgersi al giudice per “invertire l’assegno”: in buona sostanza il padre disoccupato può chiedere l’assegno di mantenimento.

Questo, però, non toglie che, nei confronti dei figli minorenni o maggiorenni ma non ancora autosufficienti, entrambi i genitori siano obbligati a contribuire ai relativi bisogno: sia che questi abbiano un lavoro che non lo abbiano. In quest’ultimo caso, infatti, esiste un dovere – giuridico e morale – di procurarsi i mezzi per sfamare la prole.

Sostituzione dell’assegno di mantenimento con beni di prima necessità

Gli acquisti per libri, vestiti e generi alimentari in favore dei figli non servono ad esonerare il genitore dalla responsabilità penale per il mancato versamento dell’assegno di mantenimento. Neanche se il padre ha incontrato un periodo di difficoltà economica che ha tentato di non far pesare sui figli provvedendo alle spese di prima necessità.

Il genitore è tenuto a rispettare la sentenza del giudice e quindi a versare l’assegno di mantenimento nella misura stabilita con la separazione o il divorzio. Diversamente, ne risponde penalmente se, dalla mancanza di tali contributi, i figli ne hanno subito un qualsiasi pregiudizio.

Padre disoccupato: deve pagare l’assegno di mantenimento? 

La linea della Cassazione è, quindi, molto rigida: il genitore divorziato paga all’altro il mantenimento per il minore anche se è disoccupato. E ciò perché l’obbligazione sorge solo per aver messo il figlio al mondo e conta in proposito soltanto la capacità generica di lavoro. D’altronde, se l’onerato è giovane e ha potenzialità specifiche che derivano dalla sua formazione deve metterle a frutto per contribuire alle esigenze dei bambini collocati presso l’altro genitore. Quando poi paga una rata fissa mensile, deve ritenersi abbia mezzi sufficienti per l’accantonamento: risulta dunque tenuto a pagare prima l’assegno ai figli, che è prioritario [3].

Con una sentenza dell’anno scorso la Cassazione [4] ha condannato un padre di appena 35 anni disoccupato che non aveva versato il mantenimento alla figlia. La giovane età rende impossibile qualsiasi giustificazione e rende ancora più grave la condotta dell’uomo, che non ha corrisposto all’ex compagna alcuna somma per il mantenimento della loro figlia. Inevitabile perciò la sua condanna per il reato di “violazione degli obblighi di assistenza familiare”.

L’uomo è stato ritenuto colpevole di «essersi sottratto agli obblighi inerenti la qualità di genitore, non corrispondendo alcuna somma per il mantenimento della figlia minore» a cui «faceva mancare i mezzi di sussistenza».

In Cassazione il legale dell’uomo prova a ridimensionarne la condotta, esponendone ai giudici la «precaria condizione economica», certificata dal fatto che egli, pur «impegnato in lavori saltuari», «non ha mai goduto di alcun reddito sin dall’epoca della nascita della figlia» e addirittura dall’«instaurarsi della convivenza» con l’ex compagna

Questa obiezione viene però respinta dalla Cassazione secondo cui, in materia di «obblighi di assistenza familiare», «lo stato di disoccupazione, in caso di giovane età, e la mancata dimostrazione delle cause che rendono impossibile o difficoltoso il reperimento di una occupazione» valgono ad integrare «l’estremo della colpevole incapacità di adempiere» i propri oneri. Applicando questa visione alla vicenda in esame, i magistrati ritengono evidenti le colpe del giovane genitore, il quale «non ha mai lavorato, godendo, sin dalla nascita della relazione con la madre della propria figlia, di aiuti economici» e non ha mai dimostrato «uno stato di completa impossidenza», anche perché egli «ha svolto, sia pur saltuariamente, attività lavorativa».

In un’altra pronuncia [5], la Corte ha condannato un padre che aveva provveduto solo in parte a versare alla madre la cifra prevista in Tribunale come contributo al mantenimento delle figlie. Consequenziale la sua condanna. Nessun alibi per i problemi economici provocati dalla perdita del lavoro.

I giudici non hanno dubbi sulla colpevolezza dell’uomo, che, osservano, non ha versato «l’assegno mensile stabilito dal tribunale» e così ha «fatto mancare i mezzi di sussistenza alle figlie minorenni, costringendo la madre a provvedere da sola alle loro primarie esigenze».

Anche un versamento minimo, spiegano i magistrati, è comunque punibile, poiché l’uomo ha solo sostenuto di essere stato licenziato e di «non essere riuscito a trovare lavoro», seppure inserito nelle liste di disoccupazione, ma non ha dimostrato l’esistenza di «una situazione di persistente, oggettiva e incolpevole indisponibilità di introiti». È quest’ultimo l’elemento che consente di evitare la condanna penale. Come si dimostra? Con la prova di richieste di assunzione, con la partecipazione ai concorsi, con l’invio di c.v. e l’iscrizione al collocamento.

Attenzione però: anche il padre disoccupato viene condannato se possiede proprietà come una casa, che ben potrebbe vendere per procurarsi i soldi da dare ai propri figli.

La prova del solo stato di disoccupazione è considerata irrilevante, dai giudici, per scampare alla condanna penale per omesso mantenimento dei figli, in mancanza della prova della «assoluta impossibilità di fare fronte alle proprie obbligazioni attraverso la dimostrazione di una fruttuosa attivazione» a cercare un posto di lavoro.

Quando non è responsabile il padre disoccupato che non mantiene i figli

L’incapacità di far fronte all’obbligo di versare l’assegno di mantenimento del figlio minorenne sussiste ove sia riscontrabile una situazione di incolpevole ed assoluta indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le minime esigenze di vita degli aventi diritto ed, in tal senso, è inidonea la mera prova dello stato di disoccupazione [6].

Insomma “stato di disoccupazione” non è necessariamente uguale a “impossibilità di provvedere al mantenimento” della prole. Pur a fronte dei problemi economici provocati dalla perdita del lavoro, non può venire meno il dovere del genitore. Ciò significa che la semplice «disoccupazione» non può esimere dalla «responsabilità» per non avere provveduto a garantire i «mezzi di sussistenza» ai figli.

Lavoratore in nero: obbligo di pagare gli alimenti ai figli

La Corte di Appello di Catania [7] ha condannato un muratore disoccupato perché, nonostante le sue difese, era risultato che lo stesso percepisse un reddito in nero: questa conclusione era stata desunta dal semplice fatto che erano risultate alcune consistenti spese a carico del padre.

Impossibile, rispondono i giudici d’Appello, che ritengono evidente che egli, «tenuto conto dell’età» – poco sopra i 40 anni – e «della professionalità acquisita», sia in grado di «svolgere attività lavorativa autonoma e percepire redditi sufficienti per il suo mantenimento». Peraltro, gli elementi posti in evidenza dalla moglie fanno presumere che «il marito svolga attività ‘in nero’», affermano i giudici. E questa considerazione non è affatto smentita dall’uomo, che «non ha indicato con quali mezzi riesce a soddisfare le proprie esigenze di vita e si è limitato ad affermare che non sussistono risultanze probatorie che superano le emergenze fiscali desumibili dalle sue dichiarazioni dei redditi».

Come mantenere i figli?

Se è vero che il padre disoccupato deve dare gli alimenti ai figli, sorge spontaneo chiedersi: ma da dove li prende i soldi un disoccupato? La legge però parte da una presunzione opposta: chiunque, se davvero vuole, può e deve trovare un’occupazione, salvo prova contraria.

In fin dei conti, è difficile non trovare un lavoro anche umile, come quello nei campi, andare a pulire le scale di un centro commerciale o lavare le auto in un’officina. E bisogna farlo, se la necessità chiama e i bambini hanno bisogno di mangiare.

Del resto, il fatto di essere disoccupati non significa necessariamente e in automatico non aver altri redditi: si può non avere un lavoro ma vivere con un canone di affitto per un immobile di proprietà, o campare grazie agli aiuti dei genitori o a un risparmio presente in conto corrente.


note

[1] Cass. sent. n. 39411/17 del 24.08.17.

[2] Trib. Roma, sent. n.  12394/18.

[3] Cass. sent. n. 28250/19 del 27.06.2019.

[4] Cass.sent. n. 34952/18; depositata il 23 luglio.

[5] Cass. sent. n. 7179/2018.

[6] Cass. sent. n. 31495/2017.

[7] C. App. Catania decreto n. 289/2017.

 Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 28 maggio – 27 giugno 2019, n. 28250

Presidente Tronci – Relatore Giorgi

Ritenuto in fatto

1. Con il provvedimento in epigrafe, la Corte d’appello di Caltanissetta, in parziale riforma della sentenza in data 19/09/2016 del tribunale di Enna che aveva giudicato Gi. Ma. colpevole dei reati ascrittigli, ha dichiarato assorbito il reato di cui agli artt. 3 L. n. 54/2006 e 5, 6 e 12 sexies L. n. 898/1970 in quello di cui all’art. 570 cod. pen. e rideterminato per l’effetto la pena.

La Corte, dando atto della produzione di un decreto del Tribunale per i minorenni nel quale si affermava che l’imputato incontrava la figlia con regolarità, ripercorreva nel merito le motivazioni svolte dal primo giudice in ordine alla consistenza del reato di cui all’art. 570, comma 2 n. 2, cod. pen. e riteneva non fondati i rilievi difensivi in ordine sia all’insussistenza del fatto, per avere l’imputato provveduto almeno per un periodo al versamento della somma dovuta e contribuito comunque con acquisti di libri, vestiti e generi alimentari al mantenimento della figlia, sia all’insussistenza dell’elemento soggettivo, non avendo potuto adempiere a causa dello stato di indigenza.

2. Il difensore del Ma. ha presentato ricorso avverso la citata sentenza e ne ha chiesto l’annullamento, deducendo il vizio di motivazione in relazione alla mancata considerazione dell’accordo verbale raggiunto con la moglie (di non versare somme e di occuparsi dell’acquisto di generi alimentari, capi di abbigliamento e altri beni necessari) e trasfuso nel provvedimento del Tribunale per i minorenni prodotto in giudizio, nonché alla mancata considerazione del provato stato di indigenza.

Considerato in diritto

1. I motivi di ricorso si palesano inammissibili, in quanto non dotati della necessaria specificità, non potendosi comunque proporre, quanto al sindacato sulla motivazione, come vizio di motivazione mancante o apparente la deduzione di sottovalutazione di argomenti difensivi che, in realtà, siano stati presi in considerazione dal giudice o comunque risultino assorbiti dalle argomentazioni poste a fondamento del provvedimento impugnato.

2. La Corte territoriale, premesso di condividere la motivazione del giudice di primo grado sul giudizio di attendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa, ha infatti esaminato i motivi di appello sottoponendo a rigorosa analisi critica le dichiarazioni rese da Da. Ru. circa l’inadempimento da parte dell’imputato dell’obbligo contributivo a suo carico, evidenziando che la teste con precisione e coerenza aveva rappresentato le condizioni di “estremo disagio economico” in cui si era venuta a trovare con la figlia minore dopo la separazione tanto che avevano fatto fronte allo stato di assoluta indigenza solo grazie ai proventi derivanti dai lavori domestici da lei effettuati.

La Corte ha preso in esame, peraltro, il provvedimento del Tribunale per i minorenni citato dal ricorrente, rilevando che la procedura in questione non aveva riguardato i profili economici connessi alla separazione coniugale intervenuta fra i genitori.

3. Con motivazione altrettanto corretta, perché in linea con la giurisprudenza di questa Corte che pone a carico dell’imputato un onere di specifica allegazione (Sez. 6, n. 5751 del 14/12/2010, P., Rv. 249339; Sez. 6, n. 2736 del 13/11/2008, L, Rv. 242853), e incensurabile sul piano della logicità delle conclusioni, la Corte territoriale non ha ritenuto affatto comprovata una condizione incolpevole dell’imputato tale da esimerlo dall’obbligo di contribuzione, secondo un assunto difensivo inidoneo a dimostrare che la incapacità contributiva fosse assoluta ed esente da profili di colpa. Sotto tale specifico profilo la Corte ha evidenziato da un lato che gli acquisti saltuari in favore della figlia erano comunque sintomo di capacità economica e dall’altro che la riduzione dell’assegno da duecento a cento Euro, stabilita con provvedimento giurisdizionale del 2012, non è indice di assoluta indigenza ma riflette piuttosto la verifica effettuata dal giudice civile circa la capacità di poter sopportare un tale esborso.

4. Alla stregua di tali parametri, l’iter argomentativo della sentenza impugnata, anche con riguardo ai passaggi denunciati come viziati, non si presta a censure poiché il ricorrente, ribadendo dati meramente congetturali, si è limitato infatti a riprodurre con i motivi di ricorso le stesse censure che sono state puntualmente esaminate e disattese nella sentenza impugnata con motivazione coerente e adeguata, non sottoposta ad autonoma e argomentata confutazione.

Il ricorso va pertanto dichiarato inammissibile, con la conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed a versare a favore della Cassa delle ammende una somma, che si ritiene congruo determinare in duemila Euro.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della Cassa delle ammende.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 4– 23 luglio 2018, n. 34952

Presidente Fidelbo – Relatore Scalia

Ritenuto in fatto

1. Nell’interesse dell’imputato Ja. An. viene impugnata la sentenza della Corte di appello di Trieste del 18 ottobre 2016 con cui si è confermata quella del tribunale della medesima città che aveva condannato il prevenuto alla pena di giustizia per il reato di cui all’art. 570, secondo comma, cod. pen., per essersi egli sottratto agli obblighi inerenti la qualità di genitore non corrispondendo alcuna somma per il mantenimento della figlia minore Lo., alla quale faceva mancare i mezzi di sussistenza.

2. La difesa affida il proposto mezzo a quattro motivi di annullamento.

2.1. Con il primo motivo si fa valere la nullità della sentenza d’appello per violazione dell’art. 420-quater cod. proc. pen., in riferimento all’art. 178 lett. c) cod. proc. pen.

L’imputato aveva eletto domicilio in Roma in data 26 dicembre 2009 e successivamente non risultando possibile procedere a notifica del decreto di citazione presso il luogo indicato la notifica si perfezionava ex art. 161, comma 4, cod. proc. pen. presso il difensore d’ufficio. Il giudice di primo grado riteneva però necessario procedere a nuove ricerche e rinviava a tal fine per due volte il processo. Nelle due udienze, in cui si disponevano nuove ricerche, l’imputato era considerato assente e solo all’udienza del 9 luglio 2012 il tribunale ne dichiarava la contumacia peraltro in ragione della notifica del decreto di citazione in origine effettuata al difensore d’ufficio.

La difesa denuncia che nel corso delle due udienze rinviate per le ricerche, mancando il tribunale di dichiararne la contumacia, l’imputato avrebbe sofferto di quella mancanza di rappresentanza che l’indicata dichiarazione avrebbe attribuito in capo al difensore.

2.2. Con il secondo motivo si deduce la nullità della sentenza impugnata per violazione di norma penale e vizio di motivazione nella parte in cui la Corte territoriale avrebbe confuso le nozioni di inadempimento all’obbligo di mantenimento e della effettiva situazione economica e personale dell’imputato.

L’effettiva situazione economica dell’imputato, ricostruita anche per le dichiarazioni della madre della minore, ex convivente del primo, avrebbe consentito di accertare che Ja., impegnato in lavori saltuari, non avrebbe mai goduto di alcun reddito sin dall’epoca della nascita della figlia e dallo stesso instaurarsi della convivenza ed avrebbe reso illogica la motivazione là dove la Corte di merito aveva ritenuto che la mancanza di allegazione sul reddito effettivo non avrebbe comunque potuto sostenere la scriminante nell’evidenza che l’imputato dovesse in qualche modo vivere.

2.3. Con il terzo motivo si denuncia violazione di legge e vizio di motivazione nella parte in cui la sentenza aveva ritenuto in re ipsa l’insussistenza dei mezzi di sussistenza in capo alla minore.

Secondo accordo intercorso con l’ex convivente, l’imputato avrebbe dovuto versare solo cinquanta Euro mensili quale contributo al mantenimento della figlia ed il giudice del merito non avrebbe accertato l’apprezzabile incidenza dell’inadempimento sulla disponibilità dei mezzi economici in capo agli aventi diritto tale da determinarne lo stato di bisogno.

2.4. La Corte di merito sarebbe poi incorsa in erronea applicazione della legge penale e vizio di motivazione in relazione denegando il beneficio della sospensione condizionale della pena, non potendo integrare il tempo di protrazione della condotta costituire un elemento significativo là dove sia contestato un reato permanente.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile per tutti i proposti motivi.

2. Quanto al primo motivo, le cui ragioni si spingono alla reiterazione di critica che ha trovato nell’impugnata sentenza corretto e congruo vaglio, la Corte di appello ha concluso, con ragionamento che non si espone a censura alcuna in sede di legittimità, nel senso che avendo il primo giudice dichiarato – dopo aver disposto due rinvii d’udienza per ricerche finalizzate al rinnovo dell’iniziale notifica, eseguita nelle forme di cui all’art. 161, comma 4, cod. proc. pen., nella ritenuta non adeguatezza della elezione di domicilio presso il quale, inutilmente, si era tentato l’adempimento – la contumacia del prevenuto in ragione della ritenuta validità dell’iniziale notifica e non essendosi svolta attività alcuna nelle due udienze in cui si era disposto rinvio per l’indicato adempimento, non si sia realizzato alcun vulnus alla difesa del primo.

3. Il secondo ed il terzo motivo sono anch’essi inammissibili perché manifestamente infondati.

3.1. In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, incombe all’interessato l’onere di allegare gli elementi dai quali possa desumersi l’impossibilità di adempiere alla relativa obbligazione, là dove lo stato di disoccupazione in caso di giovane età dell’imputato e la mancata dimostrazione delle cause che rendano al primo impossibile o difficoltoso il reperimento di una occupazione vale ad integrare l’estremo della colpevole incapacità di adempiere integrativo del reato.

L’indisponibilità da parte dell’obbligato dei mezzi economici necessari ad adempiere si configura come scriminante soltanto se essa perduri per tutto il periodo di tempo in cui sono maturate le inadempienze e non è dovuta, anche solo parzialmente, a colpa dell’obbligato (Sez. 6, n. 41697 del 15/09/2016, B., Rv. 268301).

3.2. La minore età dei discendenti, destinatari dei mezzi di sussistenza, rappresenta “in re ipsa” una condizione soggettiva dello stato di bisogno, che obbliga i genitori a contribuire al loro mantenimento, assicurando i predetti mezzi di sussistenza; il reato sussiste anche quando uno dei genitori ometta la prestazione dei mezzi di sussistenza in favore dei figli minori o inabili, ed al mantenimento della prole provveda in via sussidiaria l’altro genitore (Sez. 6, n. 53607 del 20/11/2014, S., Rv. 261871).

3.3. In applicazione degli indicati principi la Corte territoriale ha correttamente ritenuto che integri il reato contestato la condotta del prevenuto di perseverante inadempimento all’obbligo contributivo in favore della figlia minore, per non avere egli mai stabilmente lavorato, godendo sin dall’insorgere della relazione di convivenza con la madre della propria figlia di aiuti economici, e l’indimostrato stato di completa impossidenza dell’imputato, non avendo egli mai versato alcunché per il mantenimento della figlia minore pur avendo svolto, sia pure saltuariamente, attività lavorativa e tanto a fronte di una situazione di bisogno presuntivamente esistente e non vinta dalla difesa.

Là dove si tratti di obbligo di mantenimento di figli minori, la misura del contributo non può essere oggetto di accordi tra le parti non omologati o validati dal giudice, trattandosi di materia indisponibile e come tale sottratta alla libera determinazione delle parti.

La misura dell’assegno così fissato non può pertanto rientrare nel giudizio a cui è chiamato il giudice del merito per stabilire se il mancato versamento di quelle somme abbia, o meno, ove la misura sia stata irrisoriamente fissata, inciso apprezzabilmente sulla disponibilità dei mezzi economici dell’avente diritto, tanto da determinarne lo stato di bisogno.

Correttamente quindi la Corte di merito ha ritenuto integrato il reato, escluso ogni rilievo all’indicata incidenza.

4. Il quarto motivo di ricorso è manifestamente infondato avendo la Corte di appello motivato senza incorrere in vizio denunciabile nel giudizio di legittimità sulla non concedibilità del beneficio della sospensione condizionale della pena dalla reiterazione della condotta.

In tema di sospensione condizionale della pena, il diniego della concessione del beneficio può essere motivato, in ipotesi di reato permanente, con il riferimento alla persistenza della condotta criminosa là dove i profili fattuali della vicenda siano di tale pregnanza da sorreggere una siffatta motivazione (arg. a contrariis ex: Sez. 6, n. 38351 del 29/05/2014, B., Rv. 260140).

La Corte di appello ha negato il beneficio motivando dalla evidenza che l’imputato avesse tenuto per anni una condotta di totale disinteresse, morale materiale, per la figlia minore e quindi per un passaggio argomentativo che non segnato da una mera presa d’atto della struttura del contestato reato di quest’ultimo ha evidenziato, nel suo peculiare atteggiarsi, la negativa incidenza sul richiesto giudizio di prognosi.

5. All’inammissibilità del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma equitativamente stimata in ragione dei profili di colpa che connotano l’assunta iniziativa giudiziaria di Euro 2.000,00 in favore della cassa delle ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle ammende.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 D.Lgs.196/03 in quanto disposto d’ufficio e/o imposto dalla legge.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 24 gennaio – 14 febbraio 2018, n. 7179

Presidente Paoloni – Relatore Costanzo

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza n. 780 del 15/10/2015, la Corte di appello di Caltanissetta ha confermato la condanna inflitta dal Tribunale di Enna a Filippo Ca. ex artt. 570, comma 2 n. 2, cod. pen. (capo A) e 12 sexies legge 1 dicembre 1970 n. 898 (capo B) per avere fatto mancare, non versando l’assegno mensile stabilito dal Tribunale i mezzi di sussistenza alle figlie minorenni e così costringendo la loro madre a provvedere da sola alle primarie esigenze delle figlie.

2. Nel ricorso di Ca. si chiede annullarsi la sentenza deducendo: a) violazione dell’art. 570, comma 2, n. 2, cod. pen. e vizio di motivazione, avendo affermato la responsabilità del ricorrente, trascurandone la mancanza di sufficiente disponibilità di risorse economiche, e violazione dell’art. 12 sexies legge n. 898/1970 (sono così compendiati i primi 5 motivi del ricorso); b) violazione degli art. 157 e 161, comma 2, cod. proc. pen. per essere il reato ex art. 570 cod. pen. estinto per prescrizione (sesto motivo di ricorso erroneamente indicato come settimo); c) per vizio di motivazione circa la sussistenza di un danno per la parte civile (settimo motivo di ricorso).

Considerato in diritto

1. I motivi di ricorso suindicati sub 2.a) sono manifestamente infondati, avendo la Corte di appello applicata la consolidata giurisprudenza di questa Corte.

Per quanto riguarda il capo A), la sentenza impugnata correttamente considera che: a) lo stato di bisogno di un figlio minorenne, presunto dalla legge, non è eliso dal fatto che alla erogazione dei mezzi di sussistenza provveda l’altro genitore, perché persiste comunque l’obbligo di entrambi i genitori di provvedere al mantenimento dei figli minorenni (Sez. 6, n. 46060 del 22/10/2014, Rv. 260823; Sez. 6, n. 2736 del 13/11/2008, dep. 2009, Rv. 242854; Sez. 6, n. del 14/04/2008, Rv. 240558): b) Ca. si è limitato a versare la evidentemente insufficiente somma di 100 Euro mensili (non i 350 stabiliti) e questa corresponsione parziale dell’assegno di mantenimento stabilito in sede civile ha ridotto notevolmente l’entità dei mezzi economici che Ca. doveva fornire ai beneficiari (Sez. 2, n. 24050 del 10/02/2017, Rv. 270326; Sez. 6, n. 15898 del 04/02/2014, Rv. 259895); c) è l’imputato che ha l’onere di allegare gli elementi da cui desumere la sua impossibilità di adempiere alla obbligazione – senza che basti la dimostrazione di una mera flessione degli introiti o la generica allegazione di difficoltà (Sez. 6, n. 8063 del 8/02/2012, Rv. 25242), perché l’impossibilità deve essere assoluta e integrare una situazione di persistente, oggettiva e incolpevole indisponibilità di introiti (Sez. 6, n. 33997 del 24/06/2015, Rv. 264667) – invece il ricorso in esame (pagg. 4-7) richiama dichiarazioni rese da testimoni in dibattimento (allegate al ricorso) e documenti (non allegati) per dimostrare che dal 2008, dopo il suo licenziamento, Ca. non è riuscito a trovare lavoro seppure inserito nelle graduatorie e per provare la sua indigenza, ma tale documentazione rimane “priva di qualsiasi contenuto attestativo dell’asserita incapacità reddituale dell’imputato in relazione al periodo dedotto in contestazione” (pag. 3 della sentenza).

Per quanto riguarda il capo B, va rilevato che comunque il reato è integrato dal mero inadempimento dell’obbligo di corresponsione dell’assegno, prescindendo dalla prova dello stato di bisogno dell’avente diritto (Sez. 6, n. 44086 del 14/10/2014, Rv. 260717; Sez. 6, n. 3426 del 05/11/2008, dep. 2009, Rv. 242680).

2. Manifestamente infondati sono anche i residui motivi di ricorso. La sentenza della Corte di appello è stata emessa il 15/10/2015 e il tempus commissi delicti del reato decritto nel capo a) è “da dicembre 2008 sino a febbraio 2010.

Pertanto non si è prescritto prima dell’agosto 2017 e, quindi dopo la sentenza di primo grado. Il dedotto vizio di motivazione circa la sussistenza di un danno per la parte civile non risulta oggetto di appello; in ogni caso, il Tribunale si è limitato a condannare al risarcimento del danno – che sta nello stesso inadempimento delle obbligazioni civilistiche da parte dell’imputato -rimettendone la quantificazione al giudice civile.

3. Dalla inammissibilità del ricorso deriva, ex art. 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e in favore della cassa delle ammende della somma che è congruo determinare in Euro duemila.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro duemila in favore della cassa delle ammende.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 7 aprile – 26 giugno 2017, n. 31495

Presidente Conti – Relatore Mogini

Ritenuto in fatto e considerato in diritto

1. S.P. ricorre per mezzo del proprio difensore di fiducia avverso la sentenza in epigrafe, con la quale la Corte di appello di Milano ha confermato il riconoscimento del vincolo della continuazione tra il delitto di cui agli artt. 3 L. n. 54/2006 e 12 sexies L. n. 898/1970 a lui contestato in ordine al mancato versamento in favore della moglie dell’assegno per il mantenimento della figlia minorenne determinato dal giudice civile in sede di separazione dei coniugi e i fatti già giudicati con sentenza irrevocabile del Tribunale di Milano in data 21.2.2011, ed ha rideterminato la pena complessiva per i reati in continuazione in mesi tre di reclusione ed Euro 350 di multa, di cui mesi due di reclusione ed Euro 50 di multa a titolo di aumento per la continuazione sulla pena base già inflitta per il più grave reato (art. 570, comma 2, cod. pen.) oggetto della citata sentenza del Tribunale di Milano del 21.2.2011.

2. Il ricorrente censura la sentenza impugnata lamentando:

A) violazione degli artt. 523 cod. proc. pen. e 153 disp. att. cod. proc. pen. perché la condanna del ricorrente al risarcimento dei danni, con provvisionale per 5.000 Euro e rifusione delle spese in favore della parte civile, pronunciata in primo grado, è stata confermata all’esito del giudizio di appello senza che la parte civile abbia partecipato alla discussione orale;

B) omessa motivazione in ordine al motivo d’appello col quale si censurava il diniego dei benefici della non menzione e della sospensione condizionale della pena, la cui concessione era stata richiesta all’esito del giudizio di primo grado;

C) violazione dell’art. 570 cod. pen. e vizi di motivazione in punto di affermata esistenza della deliberata volontà di non adempiere all’obbligo di corresponsione dell’assegno di mantenimento, non avendo i giudici di merito considerato che il ricorrente è stato ammesso al gratuito patrocinio e che l’inadempimento ha avuto unica causa nel suo stato di assoluta indigenza;

D) con gli ultimi due motivi di ricorso, tra loro sovrapponibili, violazione dell’art. 570 cod. pen. e 12 sexies L. 898/70 e vizi di motivazione in ordine alla determinazione della pena per il contestato reato di cui all’art. 3 L. n. 54/2006, invero punibile con la pena alternativa di cui al comma 1 dell’art. 570 cod. pen..

3. Il ricorso è inammissibile.

3.1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato. Sono invero legittime le statuizioni civili di condanna pronunciate in sede di appello in favore della parte civile, ancorché quest’ultima non abbia presentato in tale sede le proprie conclusioni, poiché ciò non integra gli estremi della revoca tacita della costituzione di parte civile di cui all’art. 82, comma secondo, cod. proc. pen., essendo quest’ultima norma applicabile solo al giudizio di primo grado (Sez. 6, n. 25012 del 23/05/2013, Leonzio, Rv. 257032).

3.2. Il secondo motivo di ricorso è generico, poiché si limita a richiamare analogo motivo di appello anch’esso del tutto aspecifico, poiché formulato senza alcun riferimento a presupposti in astratto idonei a giustificare la concessione degli invocati doppi benefici, sicché la Corte territoriale non era tenuta a motivare su doglianza proposta in violazione dell’art. 581, lett. c), cod. proc. pen. in quanto mancante delle ragioni di diritto e degli elementi di fatto che sorreggono la richiesta.

3.3. Il terzo motivo di ricorso rappresenta la reiterazione di doglianze di merito alle quali la Corte territoriale ha offerto congrua risposta laddove ha ritenuto, sulla base di valutazione immune da vizi logici e giuridici, mancare nel caso di specie l’allegazione da parte del ricorrente di idonei e convincenti elementi indicativi della sua concreta impossibilità di adempiere (Sez. 6, 24.4.2013, Castiglia), ed ha ricordato che la condizione di incapacità a far fronte all’obbligo di versare l’assegno di mantenimento del figlio minore di età deve consistere in una situazione incolpevole di assoluta indisponibilità di introiti sufficienti a soddisfare le esigenze minime di vita degli aventi diritto e la cui allegazione non può ritenersi sufficiente allorché si basi sull’asserzione del mero stato di disoccupazione (Sez. 6, 22.9.2011, Galassi; Sez. 6, 10.6.2014, Mileto). Del resto, la soggettività che informa la violazione di cui all’art. 3 L. 54/2006 è integrata dalla mera consapevolezza di sottrarsi all’obbligo di mantenimento (Sez. 6, 22/9/2011, Ticozzelli e altri), sicché la motivazione della sentenza impugnata deve ritenersi sul punto adeguata nel riconoscimento della volontaria e non incolpevole violazione dell’obbligo di versamento dell’assegno protrattasi per anni senza che il ricorrente abbia mai chiesto al competente giudice civile la modifica delle condizioni economiche statuite in sede di separazione dei coniugi.

3.4. Il quarto e il quinto motivi di ricorso sono manifestamente infondati, poiché il giudice di primo grado ha determinato la pena per il reato di cui all’art. 3 L. n. 54/2006 contestato in questa sede quale aumento a titolo di continuazione di quella inflitta con precedente sentenza di condanna passata in giudicato per il più grave reato di cui all’art. 570, comma 2, n. 2 cod. pen., ciò non determinando alcuna violazione del regime sanzionatorio proprio alla fattispecie in esame. Infatti, laddove, come nel caso in esame, sia stata riconosciuta la continuazione tra un reato più grave punito con la pena della reclusione e della multa e un reato meno grave punito con la sola multa, l’aumento per la continuazione deve riguardare entrambe le pene congiuntamente previste e inflitte per il reato più grave, come risulta dalla lettera dell’art. 81 cod. pen., secondo il quale, sia in caso di concorso formale, sia in caso di continuazione, l’autore dei reati è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per il reato più grave aumentata fino al triplo. (Sez. 1, n. 480 del 27/01/1997, Antonacci, Rv. 207040).

All’inammissibilità del ricorso conseguono le pronunce di cui all’art. 616 cod. proc. pen., determinate come in dispositivo tenuto conto della natura delle questioni proposte.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro millecinquecento in favore della Cassa delle ammende.


Corte di appello di Catania, decreto 26 – 31 gennaio 2017, n. 289

Presidente/Estensore Francola

Fatto e diritto

Con reclamo proposto il 6.11.2016 C.I. ha impugnato la ordinaria resa dal Tribunale di Ragusa di cui in epigrafe, con la quale il Presidente delegato, in esito alla comparizione personale dei coniugi nel giudizio di separazione, ha imposto alla moglie l’obbligo di versare al marito un assegno mensile di euro 200,00 per il suo mantenimento.

La reclamante sostiene che non vi sono i presupposti per la concessione del contributo di mantenimento in favore del marito, che lavora in nero, come ha già fatto in passato, come si evince dal fatto che dopo la cessazione della convivenza continua a fare fronte alle spese per il mantenimento dello immobile in contrada Livia, ove era fissata la residenza coniugale, ed ha pure acquistato una vettura per il prezzo di €. 7.800,00.

In particolare, deduce che doveva essere il marito a dimostrare di essere privo di mezzi sufficienti al proprio sostentamento e di non essere, per ragioni di salute o per altre ragioni, in condizione di procurarsi un reddito attraverso l’impiego delle proprie risorse, non essendo sul punto rilevante l’iscrizione del D. nelle liste di collocamento (che non costituisce prova della dedotta impossibilità di procurarsi redditi propri).

D.M., costituitosi in giudizio, ha chiesto il rigetto del reclamo e la conferma del provvedimento impugnato.

All’udienza del 19 gennaio 2017, sentiti i procuratori delle parti, la Corte ha assunto la causa in decisione.

Preliminarmente si osserva che lo strumento del riesame di cui all’art. 708 c.p.c. ha la funzione di rimedio sommario a determinazioni presidenziali di prima delibazione, che, alla luce del materiale allo stato acquisito in primo grado, appaiano sperequate o ingiustificate e gli approfondimenti istruttori devono essere svolti innanzi al giudice di primo grado il quale ha facoltà, eventualmente, di modificare i provvedimenti provvisori. Il presente procedimento ha natura incidentale ed in questa sede non può svolgersi istruttoria né sono ammissibili nuove prove, anche documentali, non esaminate dal primo giudice; diversamente, si darebbe luogo ad una irrituale e inammissibile duplicazione dell’istruttoria con il contemporaneo svolgersi del processo di primo e secondo grado.

Ciò premesso, il Collegio osserva che il reclamo proposto da C.I. è fondato e deve essere accolto.

Come è noto, la separazione instaura un regime che tende a conservare il più possibile gli effetti propri del matrimonio compatibili con la cessazione della convivenza e, quindi, anche il tipo di vita di ciascuno dei coniugi e l’assegno deve essere idoneo a conservare, sia pure come obiettivo tendenziale, il tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale (Cass. 2197/2012, Cass. 16481/2012 e Cass. 1673/ 2011). A tale fine, rileva che il coniuge richiedente assegno non abbia redditi propri adeguati e la sua capacità lavorativa deve essere valutata in concreto e non in astratto (Cass. 4178/2013, Cass. 3502/2013, Cass. 15086/2008, Cass. 13169/2004 e Cass. 294/1991).

Nella fattispecie in esame il D. ha dichiarato innanzi al Presidente del Tribunale di Ragusa di avere fatto il muratore fino al 2013 e di essere disoccupato mentre la C. è impiegata presso Poste Italiane S.p.A. con una retribuzione mensile di circa €. 1.500,00.

Tenuto conto dell’età (anni 43) e della professionalità acquisita (muratore), la Corte ritiene che D.M. sia nelle condizioni di svolgere attività lavorativa autonoma e percepire redditi sufficienti per il suo mantenimento. Le argomentazioni svolte al riguardo dalla reclamante (il coniuge continua a far fronte alle spese per il mantenimento dell’immobile in contrada (…), ove i coniugi avevano fissato la residenza, ed ha acquistato una vettura per il prezzo di €. 7.800,00) a sostegno della tesi secondo cui il marito svolge attività lavorativa in nero hanno un fondamento logico e sono condivisibili; peraltro, il D. non ha indicato con quali mezzi riesce a soddisfare le proprie esigenze di vita e si è limitato ad affermare che “non sussistono risultanze probatorie che superano le emergenze fiscali come desumibili dalle dichiarazioni dei redditi”.

Per quanto riguarda il periodo in cui è stata acquistata la vettura, il Collegio rileva che all’epoca la coppia era già in crisi, come si evince dalla lettera inviata dall’avv. R.A., nell’interesse di C.I., a D. M., che reca la data del 10 luglio 2013.

L’iscrizione nelle liste di collocamento indica che il marito in atto non è assunto da una impresa come lavoratore dipendente ma ciò non esclude che egli svolga lavoro autonomo, fiscalmente non dichiarato (anche al fine di non perdere l’eventuale indennità per lo stato di disoccupazione).

Infine, va osservato che non vi è prova che la coppia avesse un tenore di vita elevato, per cui è ragionevole ritenere che le somme che il D. riesce a guadagnare con lavori precari e saltuari sono sufficienti per conservare un livello di vita analogo a quello goduto durante la convivenza con la moglie, senza aver bisogno di un contributo di mantenimento da parte del coniuge. Pertanto, è da escludere, salvi gli approfondimenti istruttori che saranno compiuti nel giudizio pendente innanzi al Tribunale di Ragusa, che vi siano i presupposti di legge per concedere un assegno mensile di mantenimento, in via provvisoria, in favore del D..

Ne consegue l’accoglimento del reclamo.

Tenuto conto della questione esaminata, vi sono gravi ragioni per disporre la totale compensazione fra le parti delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accogliendo il reclamo proposto da C.I. avverso l’ordinanza emessa dal Presidente del Tribunale. di Ragusa il 10 maggio 2016 e nei confronti di D.M., revoca l’assegno mensile posto a carico della moglie per il mantenimento del marito.

Compensa per intero fra le parti le spese del giudizio.


Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 16 marzo – 12 aprile 2016, n. 15432

Presidente Ippolito – Relatore Gianesini

Ritenuto in fatto

1. II difensore di S.G. ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza 11 gennaio 2016 con la quale la Corte di Appello di PALERMO, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha assolto l’imputato limitatamente alla condotta realizzata fino al marzo 2007 riducendo conseguentemente la pena inflitta e confermando per il resto la sentenza di primo grado con condanna al risarcimento del danno.

1.1 II G. è accusato dei reato di cui all’art. 570 cod. pen. per aver fatto mancare i mezzi di sussistenza alle figlie minori omettendo di versare la somma di 230.000,00 euro mensili alla moglie, come disposto dal Tribunale di Termini Imerese.

2. II difensore ha dedotto due motivi di ricorso.

2.1 Con il primo motivo, il ricorrente ha lamentato che la Corte territoriale non avesse valorizzato, omettendo quindi la doverosa motivazione sul punto, gli elementi a discolpa dell’imputato che era in realtà disoccupato, come era stato dimostrato documentalmente, e che non poteva quindi adempiere ai suoi obblighi di versamento; non era quindi stato dimostrato da parte del Giudice di appello l’elemento soggettivo dei reato, tanto più che il G., quando aveva potuto e quando aveva degli introiti economici, aveva sempre onorato il suo debito di contribuzione.

2.2 Con altri motivi subordinati, poi, il ricorrente ha lamentato l’eccessività della pena inflitta, l’immotivata negazione di attenuanti generiche e, infine, l’illegittima sottoposizione della sospensione condizionale della pena alla liquidazione dei danno liquidato senza un preventivo accertamento, sia pure sommario, delle condizioni economiche dell’imputato e della sua concreta possibilità di sopportare l’onere dei risarcimento.

Considerato in diritto

1. II ricorso è infondato e va rigettato, con condanna al pagamento delle spese processuali.

1.1 II primo motivo di ricorso si risolve nella riproposizione di una questione di fatto, quella dello stato di disoccupazione dell’imputato e della sua conseguente impossibilità di adempiere all’obbligo di mantenimento, già valutata e disattesa dal Giudice di merito; in particolare, la Corte palermitana, in uno con il Giudice di primo grado la cui motivazione, come è noto, costituisce un corpo argomentativo unitario con quella di appello (si veda sul punto, da ultimo, Cass.

sez. 6 del 8/10/2013 n. 46742, Rv 257332) ha esaurientemente e persuasivamente motivato circa la mancanza di prova univoca e certa in merito alla condizione di disoccupazione dell’imputato affermatamente dipendente dal discredito diffuso ai suoi danni nell’ambiente di lavoro, disoccupazione che, in ogni caso, non esime da responsabilità per l’omessa prestazione dei mezzi di sussistenza come correttamente ricordato dalla Corte territoriale sulla base della giurisprudenza di legittimità secondo la quale l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen. deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti (così Cass., sez. 6 del 21/10/2010, n. 41362, Rv 248955).

1.2 II secondo motivo di ricorso, poi, si articola in diversi profili di critica della sentenza; per quanto riguarda la negazione di attenuanti generiche, la Corte si è correttamente richiamata alla assenza di elementi rilevanti ex art. 133 cod. pen. valutabili ai fini della richiesta difensiva mentre, per quanto riguarda l’entità della pena, il Giudice di appello, con il riferimento al disvalore complessivo del fatto e al tenore e durata dell’inadempimento, ha dimostrato di avere valutato concretamente gli elementi di cui all’art. 133, primo comma n. 1 cod. pen..

In merito infine al fatto, stigmatizzato dal ricorrente, che la sospensione condizionale della pena è stata subordinata, ex art. 165 rimo comma cod. pen., al pagamento della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno senza un positivo accertamento delle condizioni economiche dell’imputato e della sua concreta possibilità di adempiere come pure richiesto da parte della giurisprudenza di legittimità (si veda in merito e da ultimo Cass. sez. 2 del 15/2/2013 n. 22342, Rv 255665 contrastata però da Cass. sez. 6 del 8/5/2014 n. 33020, Rv 260555) va rilevato che in ogni caso l’accertamento, contenuto nella motivazione della sentenza impugnata, della inesistenza dello stato di assoluta e protratta impossidenza dei G. vale per l’affermazione positiva della sussistenza della concreta possibilità, da parte di quest’ultimo, di sopportare l’onere del risarcimento.

1.3 Al rigetto del ricorso consegue infine la liquidazione, a favore del difensore ammesso al patrocinio a spese dello Stato e per l’attività espletata, della somma complessiva, già ridotta dei terzo, di 2.400,00 euro oltre Iva, Cpa e spese generali al 15%.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali; liquida a favore dei difensore S.C. per l’attività espletata la somma di 2.400.00 euro oltre Iva, Cpa e spese generali al 15%.

 


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