Diritto e Fisco | Articoli

Diritto di abitazione coniugi separati

11 Luglio 2019
Diritto di abitazione coniugi separati

Separazione, divorzio e assegnazione della casa: cosa succede in caso di morte del marito o della moglie?

A chi va a finire la casa di una persona che, al momento in cui è deceduta, era già legalmente separata dal coniuge? Immaginiamo un uomo che, dopo essere stato sposato per molti anni, decida di separarsi dalla moglie. I figli sono autonomi e indipendenti, sicché la casa resta nella disponibilità del legittimo proprietario, in questo caso il marito (leggi Separazione: a chi va la casa?). Quest’ultimo però, dopo neanche un anno, muore lasciando eredi i figli e, chiaramente, l’ex coniuge (i diritti di successione, difatti, cessano solo con il divorzio, a meno che, in sede di separazione, sia stato riconosciuto l’addebito). A questo punto la donna, oltre a reclamare la sua fetta di eredità, pretende di poter vivere all’interno di quella che, poco tempo prima della separazione, era la casa familiare. Può farlo? Cosa prevede la legge in merito al diritto di abitazione per coniugi separati?

La questione è stata decisa dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco cosa è stato deciso in questa occasione.

Diritto di abitazione: cos’è?

Prima di spiegare qual è la sorte del diritto di abitazione in caso di coniugi separati, è opportuno spiegare brevemente cos’è il diritto di abitazione. Ne avevamo già parlato in una guida dedicata all’argomento (leggi Diritto di abitazione). Si tratta di un concetto semplicissimo. Quando muore una persona che, alla data del decesso, è ancora sposata, al coniuge superstite (ossia colui o colei rimasto/a ancora in vita) spetta il diritto di continuare a stare e vivere – fino alla propria morte – all’interno dell’abitazione usata dalla coppia come dimora del nucleo familiare [2]. 

Ad esempio, immaginiamo una coppia qualsiasi che abbia la proprietà di due immobili: il primo, quello adibito a residenza durante gran parte dell’anno, è situato in città mentre il secondo è, invece, situato in una località balneare ed usato come “seconda casa” nei periodi estivi. Alla morte del marito, comproprietario di entrambi i beni insieme alla moglie, a quest’ultima spetta il diritto di rimanere all’interno dell’abitazione in città finché non muore anch’ella o non decide di trasferirsi; gli altri eredi, contitolari di quote sugli immobili, non potranno mandarla via.  

Il diritto di abitazione si estende anche ai beni mobili che arredano la casa, il cui utilizzo spetta a chi vi rimane dentro.

Il problema dei coniugi separati

Quando una coppia si separa, i diritti successori non vengono meno. Questo significa che, fino a quando non procedono al divorzio, il marito continua a restare erede della moglie e quest’ultima erede del marito. Solo il divorzio cancella ogni ulteriore rapporto giuridico tra i due. Per cui, se dovesse morire uno dei due coniugi nel lasso di tempo che intercorre tra la separazione e il divorzio, quest’ultimo è erede legittimo dell’altro e, anche se non menzionato nel testamento, ha sempre diritto a una quota del suo patrimonio (proprio come se i due fossero ancora regolarmente sposati).

Ci si è chiesto, allora, se questo diritto comprende anche il diritto di abitazione della casa coniugale. A favore della tesi contraria vi è la constatazione che la coppia, anche se da poco tempo, non vive più assieme per cui non c’è bisogno di tutelare la relazione di fatto tra il coniuge superstite e la dimora familiare, relazione che ormai si è interrotta quando i due hanno deciso di interrompere la convivenza. 

Di parere contrario è chi, invece, mette in risalto il fatto che, se è vero che i diritti di successione non vengono meno, non può venir meno neanche il diritto di abitazione che è una stretta conseguenza dei primi. 

Qual è la soluzione corretta? Ecco cosa ha deciso in merito la Cassazione.

Ex coniuge superstite: ha diritto ad abitare nella casa coniugale?

Come avevamo già spiegato in Ex coniuge superstite: spetta il diritto di abitazione?, secondo la giurisprudenza il diritto di abitazione non può più essere richiesto nel momento in cui la coppia decide di separarsi.

In sostanza, a detta della Cassazione, il diritto del coniuge superstite di abitare la casa già adibita a residenza familiare – se di proprietà del defunto o di proprietà comune a entrambi i coniugi – e di usare i mobili che la corredano, non spetta nel caso i due fossero legalmente separati. 

Il Codice civile [2] attribuisce al coniuge superstite il diritto di abitazione «sulla casa adibita a residenza familiare», ma la Cassazione ravvisa nella separazione dei coniugi «un ostacolo insormontabile» al sorgere del diritto di abitazione.

Infatti, in caso di separazione personale dei coniugi, e di conseguente cessazione della convivenza, diventa impossibile individuare una casa adibita a residenza familiare e ciò fa venire meno il presupposto per l’attribuzione del diritto di abitazione. Difatti, il diritto di abitazione può avere a oggetto esclusivamente l’immobile in concreto utilizzato prima del decesso come «residenza familiare»; dunque, l’applicazione di tale norma è subordinata al fatto che, al momento dell’apertura della successione, vi sia ancora una casa adibita a residenza familiare. Tale situazione però non ricorre per i coniugi separati, essendo venuta meno la convivenza.

È già la seconda volta che la Cassazione afferma questa tesi [3], ma la dottrina del diritto ha sposato invece l’altra interpretazione.

Il problema non si pone invece nel caso di coppia divorziata: come detto il divorzio recide ogni residuo legame tra marito e moglie, sicché nessuno dei due può più vantare alcun diritto successorio, ivi compreso anche il diritto di abitazione della casa.

Coniuge separato e assegnatario della casa familiare: ha il diritto di abitazione?

Discorso diverso dovrebbe essere fatto nel caso in cui il coniuge superstite è quello che ha ottenuto l’assegnazione della casa coniugale per essere anche il collocatario dei figli. Immaginiamo una coppia con figli ancora piccoli; per cui, al momento della separazione, il giudice dà i bambini alla madre costringendo il padre a fare le valigie. Se quest’ultimo dovesse morire, l’ex moglie potrebbe continuare a vivere nell’abitazione non tanto a titolo di “diritto di abitazione” quanto come effetto della assegnazione dell’abitazione e dell’affidamento della prole. In questo caso, però, non appena i figli diventano adulti e indipendenti o decidono di andare a vivere altrove, l’immobile dovrà essere restituito agli altri eredi.


note

[1] Cass. ord. n. 15277/2019 del 5.06.2019.

[2] Art. 540 cid. civ.

[3] Cass. sent. n. 13407/2014.


4 Commenti

  1. Il sig. Mario Rossi e la sig.ra Anna Verdi abitano in due appartamenti, di cui sono i rispettivi proprietari, e per i quali usufruiscono di esenzione imu “prima casa”. Le due abitazioni, una a piano terra e l’altra al primo piano, compongono un unico edificio circondato da una corte comune a cui si accede da un comune cancello d’ingresso. I due suddetti vorrebbero sposarsi, mantenendo la residenza nei rispettivi appartamenti. Quesito: possono mantenere le agevolazioni IMU su entrambi gli immobili?

    1. A seguito dell’entrata in vigore della nuova normativa sull’imposta municipale, è sorta una presunzione legale che considera l’abitazione principale quella di residenza anagrafica. Spetterebbe, quindi, al comune dimostrare il contrario, in caso di contestazione sull’effettiva residenza del coniuge.Il fatto che una coppia si unisca in matrimonio, non può far sorgere, infatti, un obbligo di coincidenza della medesima residenza, al giorno d’oggi, in quanto, con l’evoluzione delle necessità e delle esigenze che hanno interessato la famiglia, fra queste la completa parità fra i coniugi, e gli impegni lavorativi extraterritoriali, gli obblighi di convivenza vanno intesi certamente in senso più moderno.Tuttavia, se da un lato questa residenza differente è consentita, secondo la giurisprudenza tributaria, nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi, situati nello stesso territorio comunale, le agevolazioni per l’abitazione principale si applicherebbero su un solo immobile.Diversamente, non è stata stabilita la medesima limitazione nel caso in cui gli immobili siano ubicati in comuni diversi, anche se i coniugi dovranno dimostrare l’esigenza effettiva di trasferire la residenza anagrafica, o la dimora abituale in un altro comune, ad esempio per esigenze lavorative (Comm. trib. reg. Venezia, (Veneto) sez. V, 31/08/2017, (ud. 03/05/2017, dep. 31/08/2017), n.858).La ragione giuridica di questa esclusione dal doppio beneficio è semplice: se i coniugi abitano in due immobili differenti, ma all’interno dello stesso Comune, non esiste una ragione effettiva (ad esempio di natura lavorativa) per la quale questa scelta debba essere premiata con un doppio beneficio.Tanto premesso, nel Suo caso, una volta convolati a nozze, Voi avrete diritto all’agevolazione su di un solo immobile (quello prescelto come casa familiare).L’unico caso in cui a entrambi gli immobili saranno riconosciute le agevolazioni dell’abitazione principale è quello di due case in due comuni diversi, con residenze e dimora diversa dei coniugi, anche non legalmente separati.

  2. Mi sono sposata qualche anno fa in comunione di beni. Nel 2014 abbiamo avuto un figlio. Da quando è nato le cose sono cambiate. Quando è nato nostro figlio mi avevano appena licenziato e pensavo di godermi la maternità serenamente, invece mio marito dava i numeri per alcuni problemi economici. Alla fine è riuscito a tenere la casa dove abitiamo oggi, ma nonostante mio figlio fosse piccolo ha voluto che io lavorasse, lui non ce la faceva ad stare con me dentro casa e il bimbo, e nel frattempo mi insultava in continuazione.Dopo anni di tortura psicologica, tra alti e bassi nel rapporto, lui ha deciso che io e nostro figlio dobbiamo spostarci in un’altra casa. Lui sostiene che comprerà questa casa vicino al mio lavoro e scuola di mio figlio.Lui sostiene che così sarebbe meglio per tutti. Il problema è che non vuole avere a che fare con il bimbo, nel senso di stare con lui mentre sono al lavoro, quindi per il momento sono costretta a portare mio figlio al mio lavoro. Secondo la legge, questo è giusto nei miei confronti e di mio figlio?

    1. Si ritiene che la soluzione prospettata dal marito della lettrice non sia conforme a legge: secondo il codice civile, a seguito del matrimonio sorgono, in capo ad entrambi i coniugi, una serie di diritti e doveri reciproci, quali ad esempio quello alla coabitazione e all’assistenza morale e materiale (art. 143 cod. civ.).Sempre secondo il codice civile (art. 144), i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa.Orbene, nel caso prospettato sembra si possa violare il dovere dei coniugi di vivere insieme: se è vero, infatti, che i coniugi possono avere residenze disgiunte per comprovate ragioni (ad esempio, per motivi di lavoro marito e moglie possono essere costretti a vivere in città diverse), nel caso proposto sembra che il cambio di abitazione sia dettato più da una crisi coniugale che da un’effettiva esigenza lavorativa.In altre parole, l’obbligo di coabitazione può essere derogato se c’è una valida ragione; nel caso prospettato, la ragione sarebbe la crisi della relazione di coppia, crisi che, pertanto, giustificherebbe la richiesta di separazione.Ugualmente, il disinteresse del padre nei confronti del figlio è un’altra condotta lesiva degli obblighi che la legge impone ai coniugi, questa volta in qualità di genitori: l’art. 147 cod. civ. dice che il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli. Non si tratta solamente di una questione economica: il padre non deve solo provvedere al mantenimento del figlio, ma deve assisterlo in ogni aspetto della sua vita (per quanto compatibile con il proprio lavoro).Dunque, tirando le fila di quanto detto sinora, le soluzioni prospettata dal marito sembrano adeguate in vista di una separazione, non di un normale vivere coniugale. La moglie potrebbe anche accettarle, ma se le rifiutasse il marito non potrebbe imporgliele, in quanto la residenza disgiunta, quando non adeguatamente giustificata, comporta la violazione dell’obbligo di coabitazione.In conclusione, la situazione familiare prospettata andrebbe regolata una volta per tutte, poiché le condizioni descritte non corrispondono a quelle di un matrimonio sano. Tutto ciò si ripercuote, ovviamente, sulla condizione del minore, il quale si ritrova a vivere in una condizione anomala, potenzialmente deleteria per il suo benessere psico-fisico.Il padre non può disinteressarsi del proprio figlio, sebbene sia intenzionato a corrispondere del danaro per il suo mantenimento. In pratica, è come se si comportasse già da genitore separato, il che è in contrasto con la legge, visto che non c’è nessuna separazione formale.

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube