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Disdetta contratto non con raccomandata: che succede

11 Luglio 2019
Disdetta contratto non con raccomandata: che succede

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Luglio 2019



Lettera di recesso dal contratto: serve una forma specifica? È valida se inviata con fax o pec al posto della raccomandata a.r.?

Immagina di aver stipulato un contratto di fornitura per un’utenza. Una clausola inserita all’interno della scrittura e dedicata al “diritto di recesso”, stabilisce che l’eventuale disdetta del contratto va comunicata al fornitore, almeno un mese prima della scadenza, tramite lettera raccomandata con avviso di ricevimento. In prossimità della scadenza del termine però ti viene difficile recarti alla posta, così decidi di anticipare la comunicazione con un fax inoltrato dal tuo ufficio. In esso è chiara la tua volontà di interrompere il rapporto contrattuale. Per essere certo che la comunicazione sia stata ricevuta, al fax fai seguire anche un’email e una telefonata al numero verde. Senonché, nei mesi successivi, ti arriva ugualmente la fattura da pagare: secondo il fornitore, non avendo usato la raccomandata a.r., non hai rispettato la forma richiesta per la disdetta e il contratto si è rinnovato automaticamente.

Nel difenderti dalle accuse fai notare che il servizio clienti ti aveva confermato il ricevimento tanto del fax quanto dell’email e che, in quell’occasione, ti era stato assicurato, a voce, che il rapporto era definitivamente sciolto. Chi ha ragione in questo caso? Che succede se la disdetta del contratto non è inviata con raccomandata?

La questione è stata analizzata dalla Cassazione con una recente ordinanza [1]. Ecco qual è stato l’indirizzo seguito dalla giurisprudenza.

Recesso dal contratto

Nessun contratto può durare in eterno. Se è legittimo stabilire una data di scadenza breve con divieto per le parti di recedere prima (ad esempio sei mesi, uno o due anni), non è valido un contratto che prevede, come data di scadenza, la morte di una delle parti senza possibilità, per queste, di sciogliersi prima dal vincolo. 

Qualsiasi contratto di durata – ossia che produce effetti reiterati nel tempo – deve quindi consentire ai contraenti la possibilità di recedere in qualsiasi momento. Solo a questa condizione è possibile concludere un contratto “a tempo indeterminato”, ossia senza una data di scadenza. In tali ipotesi viene previsto un rinnovo automatico in assenza di disdetta. Disdetta che però il contratto può sottoporre a determinate formalità come, ad esempio, la forma della comunicazione o un congruo preavviso.

Le modalità di comunicazione della disdetta del contratto

In assenza di una regolamentazione fatta dalle parti, la disdetta del contratto è valida appena arriva all’indirizzo dell’altra parte. La dimostrazione di ciò deve essere fornita dal mittente, ragion per cui la raccomandata a.r. è sicuramente il metodo migliore in quanto fornisce la prova legale dell’avvenuta consegna. Ma esistono anche altri mezzi, come ad esempio il fax e ora la posta elettronica certificata (la Pec).

Sicuramente, una comunicazione verbale fatta al telefono non potrebbe mai essere dimostrata e, quindi, è facilmente attaccabile. Per quanto infine riguarda l’email semplice, questa non è considerata una prova documentale se l’altra parte asserisce di non averla mai ricevuta; pertanto è sempre bene farsi inviare una email di risposta con la conferma di ricezione (non ha valore quella generata automaticamente dal provider del servizio di posta elettronica).

Le parti possono però concordare in contratto una particolare modalità di invio della comunicazione di recesso: ad esempio con raccomandata con avviso di ricevimento. Che succede, in tali ipotesi, se l’altro contraente non rispetta tale forma pur avendo certezza che la richiesta di disdetta è stata ricevuta? Di tanto si è occupata la Cassazione nella sentenza citata in apertura [1]. Ecco qual è stato il suo orientamento.

Disdetta contratto senza raccomandata: è valida?

La Corte si è trovata ad analizzare una lettera di recesso da un contratto spedita con fax anziché con raccomandata a.r. come il contratto stesso prescriveva. Secondo i giudici questa modalità di disdetta è illegittima, anche se è certa la ricezione. 

Esiste un articolo del Codice civile [2], richiamato dalla Cassazione, secondo cui «Se le parti hanno convenuto per iscritto di adottare una determinata forma per la futura conclusione di un contratto, si presume che la forma sia stata voluta per la validità di questo». A detta della Corte, tale regola non vale solo per la costituzione del contratto ma anche per la sua disdetta. Dunque, se una comunicazione di recesso viene spedita con fax o con email semplice quando la scrittura privata richiede obbligatoriamente la raccomandata, tale comunicazione non ha valore e il contratto si rinnova in automatico per un ulteriore periodo.

Disdetta contratto senza raccomandata ma con Pec: è valido?

Anche se la Corte non ha affrontato questo problema, ci chiediamo quale sarebbe stata la conclusione della pronuncia se la parte, al posto della raccomandata a.r., avesse usato la Pec che, se anche si tratta di uno strumento diverso, è tuttavia equiparato dalla legge – quanto alla sua efficacia – alla raccomandata con avviso di ricevimento. La posta elettronica certificata consente di individuare con certezza la data di spedizione, di ricevimento e il testo in essa contenuto. 

Sul punto però non si trovano ancora precedenti. Stando all’ordinanza in commento, la Pec non potrebbe sostituire la forma della disdetta richiesta dal contratto, anche se, secondo un ragionamento logico-sostanziale, non dovrebbero porsi problemi.

note

[1] Cass. ord. n. 18414/19 del 9.07.2019.

[2] Art. 1352 cod. civ.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 14 marzo – 9 luglio 2019, n. 18414

Presidente Frasca – Relatore Graziosi

Rilevato che:

G.G. proponeva appello avverso sentenza n. 445/2012 del giudice di pace di Portogruaro – che aveva confermato i decreti ingiuntivi nn. 476, 477 e 478/2011 che gli avevano ordinato di pagare rate maturate per cinque polizze assicurative -; si costituivano, resistendo, D.R. e P.M. SNC – Reale Mutua Assicurazioni Agenzia di Caorle. Il Tribunale di Pordenone, con sentenza del 24 febbraio 2017, accoglieva l’appello revocando i decreti ingiuntivi.

È stato presentato ricorso da D.R. , P.M. e D.G. s.n.c., ricorso che si articola in due motivi.

Il primo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 1352 e 1324 c.c. Si adduce che nel primo grado Reale Mutua aveva eccepito l’invalidità/inefficacia della disdetta (rectius recesso) dai contratti dell’assicurato G. perché tale disdetta sarebbe stata effettuata a mezzo fax anziché per raccomandata come previsto dalle clausole generali delle polizze. Il Tribunale aveva ritenuto non necessaria la forma della raccomandata, violando così gli artt. 1352 e 1321 c.c. perché era stata espressamente prevista nel contratto la necessità di tale forma.

Il secondo motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione o falsa applicazione degli artt. 1362 ss. c.c..

Si è difeso con controricorso G.G. , il quale ha pure depositato memoria.

Considerato che:

1. Il primo motivo risulta fondato.

1.1 La questione che presenta era stata, in sostanza, oggetto del secondo motivo e del quarto motivo dell’appello proposto da G.G. . Al riguardo, così si è espresso il Tribunale:

“…il recesso si configura come l’esercizio del potere della parte di interrompere il rapporto contrattuale; si tratta di un atto unilaterale e recettizio… Le parti ben possono convenire specificamente una forma per l’esercizio del recesso; non si condivide, tuttavia, la tesi di parte appellata, secondo la quale si estenderebbe in quest’ultimo caso il dettato di cui all’art. 1352 c.c. (“Se le parti hanno convenuto per iscritto di adottare una determinata forma per la futura conclusione di un contratto, si presume che la forma sia stata voluta per la validità di questo”), dal momento che dalla norma è chiaro che se la forma non ha per oggetto un negozio – come nel caso del recesso – non può ritenersi applicabile la presunzione di essenzialità della stessa. Ne consegue che la funzione della forma convenuta tra le parti per l’esercizio del diritto di recesso deve essere valutata, più opportunamente, in relazione alla funzione dello stesso e, soprattutto, alla luce del principio di buona fede”.

Sulla base di questa affermazione de jure, il Tribunale giunge poi ad escludere che nel caso concreto “il recesso a mezzo di lettera raccomandata sia prescritto a pena di nullità”, ritenendo invece che la scelta della raccomandata sia stata finalizzata unicamente alla “esigenza di garantire la certezza circa la conoscibilità dell’atto da parte di chi lo deve ricevere”.

Richiama poi il giudice d’appello una risalente pronuncia di questa Suprema Corte – Cass. sez. 3, 23 giugno 1975 n. 2493 -, desumendo dalla sua massima (“Qualora in un contratto di assicurazione le parti abbiano espressamente convenuto, per qualsiasi comunicazione, l’uso della raccomandata con ricevuta di ritorno alla direzione della società assicuratrice o alla sua agenzia competente, ogni altro mezzo di comunicazione – che non sia almeno equipollente a quello convenuto, agli effetti della tutela dell’interesse alla certezza, manifestato dalle parti – deve ritenersi inefficace e quindi inidoneo a sospendere la prescrizione del diritto alla prestazione assicurativa a favore dell’assicurato. Tuttavia, tale interesse deve ugualmente ritenersi soddisfatto quando l’assicuratore, con il suo comportamento in sede di esecuzione del contratto, manifesti la volontà di prendere atto della comunicazione irregolarmente effettuata dall’assicurato in forma diversa da quella prescritta.”) che siano stati dal suddetto arresto sostanzialmente ci affermati due concetti, qui applicabili, ovvero l’inidoneità del mezzo di comunicazione “equivalente” a sostituire la raccomandata e la rilevanza dell’effettiva conoscenza del recesso da parte del destinatario ai fini della decorrenza dei suoi effetti pur “in assenza di una forma equivalente alla raccomandata” (questo inciso è palesemente affetto da un errore materiale, in quanto ben si comprende che il giudice intendeva “in presenza di una forma equivalente alla raccomandata”).

E quindi – prosegue il giudice d’appello – nel caso in esame “il recesso è stato comunicato dall’appellante a mezzo fax” e “l’agenzia appellata non ha mai specificamente contestato di aver ricevuto il fax, ma si è limitata ad eccepire l’inidoneità di un simile mezzo di comunicazione a costituire valido recesso”. Ciò porterebbe a ritenere che, ai sensi dell’art. 115 c.p.c., si può “valutare come ammessa la ricezione del fax e il corretto esercizio del recesso per tutti i contratti di assicurazione in essere tra le parti, per uno di questi vi è anche la prova documentale…che l’Agenzia di assicurazione appellata abbia ricevuto la raccomandata contenente il recesso di G.G. . Quest’ultimo, pertanto, ha esercitato legittimamente il proprio recesso dai contratti assicurativi polizze nn. (…)…”.

1.2 Si premette, a proposito della parte finale di questo percorso argomentativo svolto dal giudice d’appello, che nella memoria depositata l’attuale controricorrente adduce che la sentenza impugnata avrebbe affermato proprio che per uno dei contratti vi è la prova di invio e recezione con raccomandata della disdetta. Si tratta evidentemente dell’ultimo passo sopra riportato. Deve darsi atto che ciò concerne una valutazione fattuale; meramente incidenter, pertanto, si osserva che è difficile comprendere come sia stata individuata la prova della ricevuta comunicazione a mezzo raccomandata nel documento in questione, una lettera redatta su carta intestata di Reale Mutua datata 12 aprile 2011 che fa riferimento alla polizza (…) enunciando “abbiamo ricevuto la raccomandata con la quale ci viene comunicata l’intenzione di risolvere il contratto in oggetto”; infatti questa lettera, sotto la dicitura “Direzione Commerciale”, risulta sottoscritta da un soggetto che non pare identificabile.

1.3 Entrando a questo punto nel nucleo della questione, si rileva che, anzitutto, il Tribunale erra laddove esclude l’applicazione dell’art. 1352 c.c. al recesso. Il recesso, infatti, rientra nell’ambito di applicazione della norma, costituendo un atto negoziale unilaterale dal contenuto negativo, nel senso che pone fine agli effetti sostanziali della permanenza del contratto rispetto al quale si esplica (sulla sua natura di atto negoziale cfr. Cass. sez. 2, 28 gennaio 1976 n. 267, Cass. sez. 2, 14 agosto 1986 n. 5059, Cass. sez. 3, 8 febbraio 1994 n. 1609, Cass. sez. 3, 10 gennaio 2003 n. 195, Cass. sez. 3, 17 febbraio 2014 n. 3616 e Cass. sez. L, 29 marzo 2017 n. 8136), laddove sono atti negoziali unilaterali dal contenuto positivo, in quanto diretti a porre in essere un negozio plurilaterale, la proposta e l’accettazione.

Sussiste pertanto, anche nella fattispecie di atto di recesso, la presunzione che l’art. 1352 c.c. trae dall’adozione negoziale della forma scritta.

1.4 A questo primo – e già dirimente – rilievo, non può non aggiungersene un altro: il ragionamento del giudice d’appello, venendo ad imperniarsi sulla “rilevanza dell’effettiva conoscenza del recesso da parte del destinatario ai fini della decorrenza dei suoi effetti”, sposta la forma dell’atto dal piano, evidentemente consono, della sua costituzione sostanziale (forma ad substantiam), per cui la forma vale in sé, ad un piano di effetti esteriori alla sostanza negoziale della forma, prossimo invece alla forma ad probationem: quel che conta, nell’ottica del Tribunale, sarebbe l’effettiva conoscenza da parte dell’agenzia della volontà di recesso, che si sarebbe potuta raggiungere a mezzo fax. Di qui il passaggio, appunto, al piano probatorio, con conseguente applicazione pure dell’art. 115 c.p.c. In tal modo il giudice però deforma la linea difensiva adottata dagli appellati: essa si fondava sulla assenza di effetti giuridici della comunicazione del recesso per mancata applicazione della forma ad substantiam, e non sul dato storico della comunicazione avvenuta mediante altro mezzo.

1.4 Il motivo, pertanto, sotto ogni profilo risulta fondato, non sussistendo d’altronde alcuna criticità in riferimento all’applicazione dell’art. 1352 c.c. come clausola unilateralmente predisposta, giacché l’art. 1370 c.p.c. è applicabile solo nel caso in cui dalla clausola unilateralmente disposta emerga dubbio sulla voluntas in essa manifestata: laddove, nel caso in esame, la questione come conformatasi – emerge chiaramente dalla sentenza impugnata – non investe un dubbio ermeneutico attinente, naturalmente, all’elemento fattuale della volontà negoziale delle parti, bensì il profilo giuridico dell’applicabilità o meno della presunzione di cui all’art. 1352 c.c. anche all’atto di recesso quale conseguenza de jure della clausola contrattuale stipulata.

1.5 In conclusione, accogliendosi il primo motivo del ricorso, e assorbito conseguentemente il secondo, la sentenza deve essere cassata con rinvio, anche per le spese del grado, al Tribunale di Pordenone – in persona di diverso giudice -, affinché ad ogni effetto applichi, come appena illustrato, l’art. 1352 c.c. al negozio unilaterale di recesso in riferimento a tutte le polizze oggetto del thema decidendum.

P.Q.M.

Accogliendo il primo motivo del ricorso, assorbito il secondo, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese processuali, al Tribunale di Pordenone.


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