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Assegno di divorzio: revisione in caso la salute peggiori

27 Luglio 2019
Assegno di divorzio: revisione in caso la salute peggiori

Sono divorziata dal 2012, con 300 euro di alimenti per me e 1000 euro per mio figlio. All’epoca ero una manager in salute. Oggi sono invece invalida totale con handicap grave, bisognosa di assistenza dentro e fuori casa in modo quasi continuativo (sono spesso a letto). Sono in causa contro INPS per accompagnamento. Ho svenduto un pezzo di casa e sto per raddoppiare il mutuo sulla casa per altri 18 anni per avere liquidità e pagare debiti contratti per salute e altro.

Mio figlio vive da ormai 4 anni dal padre e da allora l’ho visto 3 volte. Ha ancora la residenza a casa mia. Percepisco una pensione che non mi basta a mantenere le spese mediche e di casa.

Vorrei chiedere l’aumento dei 300 euro, potendo dimostrare le spese che sono costretta a sostenere. Posso farlo, stante il fatto che ricevo dal mio ex marito 1300 euro?

In virtù del quesito posto è opportuno premettere, sinteticamente, quanto segue:

L’assegno di divorzio: cos’è

L’assegno di divorzio è riconosciuto dalla legge [1]. Secondo quest’ultima, il magistrato, investito della questione (si pensi a tutte le ipotesi in cui non c’è accordo tra le parti), può prevedere un assegno sistematico a carico di un coniuge ed a favore dell’altro; in particolare questa conclusione è raggiunta solo quando il cosiddetto soggetto più debole non è in grado di mantenersi da solo e quando ha oggettiva difficoltà nel farlo.

Tra gli elementi da prendere in considerazione per valutare l’opportunità di fissare un mantenimento, sono decisivi il contributo che il coniuge ha prestato nella costituzione del patrimonio familiare e nella formazione di quello personale dell’altro coniuge, tenendo conto dell’età del beneficiario e degli anni del matrimonio [2].

A questo proposito, merita particolare menzione la ormai famosa sentenza della Suprema Corte di Cassazione a seguito della quale la misura dell’eventuale assegno divorzile non deve essere influenzata dal tenore di vita avuto dal marito e dalla moglie, in pendenza di matrimonio.

L’assegno di divorzio: la giurisprudenza

Alla luce della sentenza poc’anzi citata [3], la previsione del cosiddetto assegno divorzile non deve fondarsi sul tenore di vita detenuto dai coniugi, ma basarsi soltanto sulle problematiche di quello più debole e sulla criticità delle medesime a seguito del venir meno del matrimonio: in particolare l’attenzione dovrà concentrarsi sulla ridotta capacità lavorativa e sull’oggettivo ostacolo nel potersi mantenere adeguatamente da solo.

Il giudice del divorzio, quindi, constatata la presenza dei predetti presupposti sarebbe nella condizione di fissare un assegno di mantenimento la cui misura dovrebbe essere calcolata:

  • tenendo conto dell’apporto dato dal coniuge nella formazione del patrimonio familiare e personale dell’altro. Questo elemento potrebbe condizionare positivamente la previsione dell’assegno anche in presenza della cosiddetta autosufficienza del beneficiario, allorché il contributo dato dal medesimo sia stato particolarmente rilevante; 
  • considerando la durata del matrimonio.

Assegno divorzile: la revisione

L’assegno di divorzio, ove previsto, è naturalmente indicizzato al costo della vita: in questo modo potrà essere automaticamente aggiornato al valore effettivo della somma oggetto del medesimo.

Di natura diversa è, invece, la cosiddetta revisione cioè quella che viene richiesta a seguito delle mutate condizioni delle parti. Ad esempio, dopo qualche anno dal divorzio, ci potrebbe essere un peggioramento sensibile delle condizioni economiche del coniuge onerato. Viceversa, quello beneficiario potrebbe vedersi aggravare le proprie condizioni di salute e la conseguente capacità lavorativa e reddituale: ebbene le descritte circostanze, ove adeguatamente provate, potrebbero  fondare una revisione della misura dell’assegno divorzile, in peggio o in meglio, a seconda di chi si trovi nelle condizioni di poter pretendere tale aggiornamento.

CASO CONCRETO

Il peggioramento delle condizioni di salute della lettrice e della conseguente capacità lavorativa rispetto alla data del divorzio (anno 2012, così come precisato in quesito) potrebbero rappresentare un adeguato presupposto per poter chiedere la revisione in aumento della quota dovuta alla stessa a titolo di assegno divorzile ed attualmente fissata ad € 300,00 (la lettrice non ha specificato, però, a che titolo essa è stata stabilita e cioè se in virtù di accordo o a seguito di un procedimento di divorzio giudiziale).

Non è facile, invece, stabilire in questa sede a quanto la lettrice potrebbe aspirare: bisognerebbe meglio esaminare la situazione economica del suo ex marito, la durata del suo matrimonio e l’apporto dato dalla stessa alla costituzione del patrimonio familiare e di quello del suo coniuge. Non esistono delle tabelle di riferimento a cui poter rimandare per stabilire con certezza l’ammontare dell’assegno, la cui misura è rimessa al prudente apprezzamento del magistrato coinvolto, dopo aver esaminato i dati documentali a sua disposizione. In sostanza, non è agevole affermare, teoricamente, se la cifra ottenuta potrebbe essere tanto superiore agli attuali € 1.300, se non addirittura inferiore.

Anzi, a questo proposito, si fa notare alla lettrice che mille euro dei predetti sono in realtà versati dal suo ex marito a titolo di mantenimento per suo figlio; questi, però, è andato a vivere altrove. Pertanto, se la stessa facesse ricorso per la revisione della predetta somma, vista la mutata condizione di suo figlio, lei perderebbe i mille euro di riferimento; infatti la paventata revisione in aumento dell’assegno divorzile avrebbe come base di partenza i 300 euro e non i 1.300 di cui sopra.

In pratica, il marito della lettrice continua a versare la cifra anzidetta, nonostante non vi siano i presupposti per l’esborso a doppio titolo: si noti pertanto che, con un’eventuale revisione, la lettrice correrebbe il serio rischio, da un lato, di perdere i mille euro per suo figlio e, dall’altro, di non ottenere un aumento così sensibile del contributo a lei dovuto, tale da compensare la predetta perdita.

Ad ogni modo si consiglia alla lettrice di scegliere l’avvocato del gratuito patrocinio (può farlo rivolgendosi al consiglio dell’ordine della sua città oppure, mediante passaparola, chiedendo a qualche avvocato di sua conoscenza) e di far esaminare al medesimo la documentazione in suo possesso (ad esempio quella relativa al suo stato di salute) e le informazioni relative al matrimonio col suo ex ed alle condizioni patrimoniali dello stesso, affinché possa in concreto valutare meglio la sua situazione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Marco Borriello


note

[1] Legge 898/1970

[2] Art. 5 co. 6 Legge 898/1970

[3] Cass. civ. S.U. sent. n. 18287/2018


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