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Responsabilità del dentista che esegue un impianto errato

20 Luglio 2019
Responsabilità del dentista che esegue un impianto errato

A seguito di A.T.P., il ctu accertava la mia responsabilità per un impianto odontoiatrico, eseguito personalmente nel mio studio, individuando un danno biologico di € 3000, la restituzione del compenso pari a € 2000 e il costo di un nuovo impianto pari a € 4000. Con ricorso 702bis, il mio ex paziente chiede al giudice, dichiarata la mia responsabilità contrattuale, di condannarmi al risarcimento dei danni pari ad € 10.000 causati dall’inadempimento al contratto d’opera professionale. È fondata tale sua domanda considerato che non ha chiesto la risoluzione del contratto e, quindi, infondata la restituzione del compenso, che in ogni caso unitamente al costo di rifacimento dell’impianto errato costituirebbe anche un indebito arricchimento?

Come disposto dall’art.1453 del Codice civile, nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l’altro può a sua scelta chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno.

La domanda di risarcimento dei danni per inadempimento contrattuale – quindi – può essere proposta congiuntamente o separatamente da quella di risoluzione, giacché l’art. 1453 c.c., facendo salvo in ogni caso il risarcimento del danno, esclude che l’azione risarcitoria presupponga il necessario esperimento dell’azione di risoluzione del contratto, con la conseguenza che non può ritenersi implicita nella proposizione della domanda risarcitoria quella, autonoma, di risoluzione del contratto.

In un caso analizzato dalla Corte di Cassazione, simile a quello in esame, l’attore non aveva richiesto la risoluzione del contratto di prestazione d’opera intellettuale stipulato con il convenuto, ma solo il risarcimento dei danni subiti per l’inadempimento della controparte; in quel caso, la mancata domanda di risoluzione presuppone il mantenimento in vita del contratto e non il suo scioglimento, non facendo venire meno il diritto del professionista a percepire il corrispettivo per la prestazione eseguita, trovando le ragioni del committente adeguato soddisfacimento nella invocata tutela risarcitoria (Cassazione civile, sez. II, 24/03/2014, n. 6886).

Deriva, da quanto precede, che il cliente ha limitato la propria richiesta all’azione risarcitoria, non mettendo in discussione il contratto e, dunque, il credito del lettore per il compenso per l’attività espletata. E l’eventuale riacquisizione del compenso, sarebbe di certo un indebito arricchimento, visto che beneficerebbe del lavoro effettuato.

Non si potrà, invece, criticare la relazione di cui all’A.T.P., posto che il CTU si è pronunciato sulle richieste di parte ricorrente, e la sua relazione equivale a prova giudiziaria circa il quantum, ma non con riguardo al diritto ad avere quelle somme se, come nel caso, non è stata fatta la relativa domanda di risoluzione.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avv. Salvatore Cirilla


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