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Quando ci si può licenziare

11 Luglio 2019
Quando ci si può licenziare

> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Luglio 2019



Dimissioni con o senza giusta causa: cosa succede nel contratto a termine e in quello a tempo indeterminato sul Tfr, preavviso, assegno di disoccupazione.

Hai accettato un lavoro che però non ti soddisfa più. Lo stipendio è basso e l’impegno eccessivo. Non sembrano inoltre esserci margini per una crescita professionale e una progressione di carriera. Hai così maturato la decisione di dimetterti e di trovare un’altra occupazione. Non vuoi, però, che da questa tua scelta possano derivare conseguenze negative sul Tfr, sull’assegno di disoccupazione o sull’ultima busta paga. Ti chiedi quindi quando ci si può licenziare senza subire penalità o essere svantaggiati.

In questa breve guida, ti offrirò tutti gli strumenti necessari per comprendere come muoverti in questa delicata fase del tuo rapporto di lavoro: ti illustrerò qual è la differenza tra un contratto a tempo determinato e uno a tempo indeterminato, quali sono i tempi del preavviso da rispettare, quando è possibile dimettersi per giusta causa e quando infine si perde la Naspi, l’assegno cioè di disoccupazione. Ma procediamo con ordine.

Mi posso licenziare quando voglio?

Prima di spiegarti quando ci si può licenziare, voglio farti un’importante precisazione terminologica. Il termine “licenziamento” si riferisce solo all’atto che proviene dal datore di lavoro. La scelta del dipendente va, invece, sotto il nome di dimissioni. Quindi, se intendi recedere dal rapporto di lavoro devi più propriamente dire «mi dimetto» e non «mi licenzio». Non è un sofisma da giuristi: si tratta di dare alle cose il loro vero nome.

Dopo averti tediato con questo chiarimento, entrerò nel merito e ti spiegherò se hai il diritto di dimetterti (o, per dirla con il tuo vocabolario, se ti puoi licenziare).

Tutto dipende dal tipo di contratto che hai firmato, se cioè a tempo determinato o indeterminato. Vediamo singolarmente queste due ipotesi.

Dimissioni contratto a termine

Nel contratto a tempo determinato o «a termine», viene prevista una data di scadenza del rapporto di lavoro che le parti, se non per una giusta causa, non possono anticipare. Quindi, tanto il datore di lavoro, quanto il dipendente non possono interrompere il contratto a termine prima della sua naturale scadenza. Se lo fanno, devono versare un risarcimento all’altra parte.

Come anticipato, il lavoratore può rassegnare le dimissioni prima della scadenza del contratto – senza pagare i danni – soltanto in presenza di una giusta causa che non consente la prosecuzione del rapporto (pensa al caso del datore di lavoro responsabile di molestie, di mancata predisposizione dei sistemi di sicurezza, che non paga gli stipendi, che commette mobbing, ecc.).

Se il dipendente è costretto a licenziarsi per giusta causa nell’ambito di un rapporto di lavoro a tempo determinato ha diritto al risarcimento del danno, determinato in misura pari all’ammontare delle retribuzioni che avrebbe percepito se il contratto avesse avuto la durata prevista, a meno che, nel frattempo, non abbia trovato un’altra occupazione [1]. Non è comunque dovuta l’indennità sostitutiva del preavviso [2].

Dimissioni contratto a tempo indeterminato

Le dimissioni dal contratto a tempo indeterminato sono, invece, sempre libere e possono essere rassegnate in qualsiasi momento, anche pochi giorni dopo l’assunzione. L’unico obbligo del dipendente è rispettare il preavviso che è stabilito dai contratti collettivi nazionali di lavoro, varia in base al settore, al tipo di mansione svolta, all’anzianità di servizio.

Il dipendente può rinunciare al preavviso e interrompere immediatamente il rapporto di lavoro (non recandosi più in azienda già dal giorno successivo), ma dovrà in tal caso pagare l’indennità sostitutiva del preavviso. Potrebbe, invece, essere lo stesso datore di lavoro a chiedere al lavoratore di non presentarsi più: sarà allora quest’ultimo a versare l’indennità.

Come licenziarsi senza perdere la disoccupazione

Se è il dipendente a dimettersi non può ottenere l’assegno di disoccupazione dall’Inps. La Naspi (questo è il nome dell’indennità di disoccupazione) spetta, infatti, solo a chi viene licenziato (non importa se per giusta causa o meno).

In un solo caso, viene accolta la domanda di disoccupazione nonostante le dimissioni: se il dipendente è stato costretto a licenziarsi per giusta causa. Anche qui viene in gioco lo stesso concetto che abbiamo già visto nel contratto a termine: la giusta causa di dimissione – che non fa perdere la Naspi – scatta in presenza di stipendi non pagati, condotte vessatorie del datore e altri suoi illeciti che non consentono la prosecuzione del rapporto di lavoro. Le dimissioni per giusta causa non richiedono neanche il rispetto del preavviso.

Come licenziarsi senza perdere il Tfr

Nel momento in cui ti dimetti, ti è dovuta l’ultima busta paga e il Tfr accumulato (il trattamento di fine rapporto). Il Tfr è dovuto anche a seguito di dimissioni volontarie. L’azienda potrà al limite trattenere dalle somme liquidate l’eventuale indennità per il mancato preavviso in caso di dimissioni immediate non giustificate da giusta causa.

Attenzione alla penale

Nel contratto a tempo indeterminato, il datore di lavoro potrebbe aver inserito una «penale» che vieti al dipendente di dimettersi prima di un certo termine. Tale soluzione si chiama clausola di stabilità (o clausola di durata minima) e, per verificare se ti riguarda, devi riprendere in mano il contratto di lavoro. Leggi Penale per dimissioni contratto a tempo indeterminato.

In conseguenza di ciò, le parti, durante il periodo di vigenza del patto, non potranno recedere dal contratto se non per giusta causa, ossia – secondo la definizione del Codice civile – per una causa che “non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto”.

note

[1] Cass. 15 novembre 1996 n. 10043

[2] Cass. 8 maggio 2007 n. 10430.

Autore immagine: 123rf com


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