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Come tutelarsi dagli errori del commercialista

14 Luglio 2019
Come tutelarsi dagli errori del commercialista

Se il commercialista sbaglia la dichiarazione dei redditi, il 730 o il bilancio chi paga? È possibile ottenere un risarcimento del danno?

Se un professionista sbaglia, paga. Peccato che per gli errori del medico, dell’avvocato e del commercialista, il primo a farne le spese è sempre l’assistito. Nel primo caso, infatti, è la sua salute ad essere pregiudicata (a volte irrimediabilmente). Nel secondo caso, il processo perso per una dimenticanza o per l’ignoranza del difensore può costare al cliente il pagamento delle spese processuali (e l’impossibilità di riproporre lo stesso giudizio una seconda volta). Nel terzo caso, il contribuente deve pagare tasse e sanzioni che il commercialista non ha calcolato in modo corretto. Così succede, ad esempio, in caso di omessa dichiarazione dei redditi, di uno sbaglio nel computo delle detrazioni fiscali, di una non corretta consulenza fiscale o anche per non essersi presentato all’ufficio delle imposte in sede di contraddittorio preventivo all’accertamento.

Ma attenzione: in alcuni casi, è possibile tutelarsi dagli errori del commercialista. I chiarimenti sono stati forniti, a più riprese, dalla giurisprudenza. Ecco allora i suggerimenti indispensabili per rimediare agli sbagli del consulente.

Come tutelarsi dal commercialista in malafede

Se il commercialista dimentica di presentare la dichiarazione dei redditi o di pagare le tasse per conto del cliente, quest’ultimo può evitare le sanzioni conseguenti all’accertamento fiscale solo a patto di denunciare il professionista che abbia agito in malafede (dolo). Si pensi al caso del consulente che scappa con la contabilità del cliente senza più farsi vivo.

In assenza di malafede, il contribuente non può far ricadere la responsabilità sul professionista, avendo il primo l’obbligo di verificare il corretto adempimento dell’incarico conferito al secondo.

Su un diverso piano sta la possibilità di chiedere al commercialista il risarcimento del danno, diritto che spetta sia in caso di «dolo» che di «colpa» da parte di questi. Si pensi a un errore in una consulenza o nella compilazione della dichiarazione dei redditi: qui basta la semplice colpa per ottenere il risarcimento.

Che fare se il commercialista non presenta la dichiarazione dei redditi?

Alla luce di quanto abbiamo appena detto, si può comprendere perché, secondo la giurisprudenza, se il commercialista non presenta la dichiarazione dei redditi il contribuente ne fa le spese dovendo pagare tanto le imposte a suo tempo non versate quanto gli interessi e le conseguenti sanzioni fiscali. È il cliente, infatti, obbligato a controllare che il professionista incaricato abbia adempiuto ai propri doveri contrattuali.

Questo però non toglie che, agendo con una causa civile contro il consulente, il cliente può chiedergli il risarcimento del danno per la negligenza dimostrata. In pratica, il cittadino deve prima pagare il conto allo Stato e poi rivalersi contro il professionista dimostrando appunto il danno ricevuto dalla sua condotta.

Solo la malafede del commercialista salva il cliente dal pagamento delle sanzioni tributarie. Ma la malafede va denunciata e dimostrata. In pratica, il contribuente, per evitare le sanzioni tributarie deve:

  • dimostrare che la dimenticanza sia esclusivamente addebitabile al professionista incaricato;
  • dare altresì prova di aver denunciato il commercialista.

Errore nella consulenza del commercialista: cosa fare?

Secondo la Cassazione [1], intanto è possibile ottenere un risarcimento in caso di consulenza fiscale non corretta da parte del commercialista in quanto si riesca a dimostrare di aver subito un effettivo danno. Non sarebbe tale l’ipotesi di chi chieda al proprio consulente come pagare meno tasse e quest’ultimo offra una soluzione che, alla fine dei conti, è onerosa quanto la via “ordinaria”.

È compito del professionista indicare al contribuente la via fiscalmente più conveniente sulla base dei dati fornitigli da quest’ultimo. Ma solo, ovviamente, a patto che sia legalmente praticabile. Il commercialista che suggerisce al cliente una frode fiscale ne risponde penalmente insieme a quest’ultimo. Il cliente non può assumere a propria difesa l’ignoranza sulle norme fiscali, spesso tecniche e incomprensibili per chi non è addetto ai lavori.

«Il commercialista – si legge in sentenza – quale che sia l’oggetto specifico della sua prestazione, ha l’obbligo di completa informazione del cliente, e dunque ha l’obbligo di prospettargli sia le soluzioni praticabili che, tra quelle dal cliente eventualmente desiderate, anche quelle non praticabili o non convenienti, così da porlo nelle condizioni di scegliere secondo il migliore interesse».

Errore del commercialista nella dichiarazione dei redditi

Che fare se il commercialista sbaglia la dichiarazione dei redditi? C’è errore ed errore. Una sentenza del tribunale di Vicenza [2] spiega che per gli errori più grossolani, commessi in attività di routine che dovrebbero essere ben note al consulente fiscale, quest’ultimo è tenuto sempre a risarcire il proprio cliente, anche quando abbia agito senza malafede.

«È vero – si legge in sentenza – che il codice civile [3] stabilisce che la responsabilità del professionista scatta solo in presenza di dolo (malafede) o colpa grave, ma ciò vale solo in presenza di attività di particolari difficoltà. Se invece la prestazione del professionista è routinaria, e quindi piuttosto semplice – come lo è la dichiarazione dei redditi o la compilazione di un cedolino paga – allora la responsabilità scatta anche per una colpa lieve. La sua condotta è sempre inescusabile».

Del resto, è sempre il Codice civile [4] a stabilire che il professionista deve adempiere alla propria prestazione seguendo la diligenza di un persona del settore di media attenzione e preparazione. Ed un commercialista che commette un errore grossolano o di calcolo nella dichiarazione o, ad esempio, non tiene conto di una circolare amministrativa o di una particolare detrazione fiscale, non può dirsi un professionista diligente.

La Cassazione [5] ha detto che in caso di dichiarazione dei redditi irregolare, il commercialista è chiamato al pagamento della metà delle sanzioni inflitte al contribuente a titolo di risarcimento dei danni subiti da quest’ultimo.

Il commercialista che sbaglia grossolanamente commette anche un illecito deontologico. Il suo Codice di deontologia professionale, infatti, lo obbliga a tenere un comportamento corretto, espletando l’incarico affidatogli con diligenza e secondo le regole della professione; è, pertanto, responsabile per il suo operato.

Ritardo del commercialista: che succede?

Gli stessi principi che abbiamo spiegato in tema di omessa presentazione dei redditi possono applicarsi anche al ritardo del commercialista negli adempimenti fiscali.

Un pagamento in ritardo di imposte obbligherà il cliente a versare all’Erario le sanzioni che restano sempre a carico di quest’ultimo. Il quale però, in un successivo momento, potrà rivalersi sul commercialista.

Chi paga per gli errori del commercialista

Da quanto appena detto si può comprendere che, salvo il caso di malafede – denunciata presso le competenti autorità – è il contribuente a pagare per gli errori del commercialista, essendo tenuto comunque a versare allo Stato le differenze di imposta. Su di lui, infatti, incombe l’obbligo di vigilare sugli adempimenti del professionista.

Resta ferma, però, per il cliente, in un momento successivo – ossia con la dimostrazione del danno, cioè del pagamento delle sanzioni allo Stato – la possibilità di fare causa al commercialista e chiedergli il risarcimento.

Tuttavia, se è vero che fare causa al commercialista per ottenere il risarcimento è una scelta rimessa alla volontà del cliente (che potrebbe invece preferire mantenere il rapporto professionale) querelarlo diventa obbligatorio se, invece, si vogliono evitare le sanzioni dell’Agenzia delle Entrate. Secondo, infatti, l’orientamento della giurisprudenza, in caso di omessa o ritardata presentazione della dichiarazione dei redditi da parte del commercialista, responsabile delle sanzioni è sempre il cliente.

Come non pagare le sanzioni fiscali

Ci sono altri “appigli” legali per tutelarsi dall’errore del commercialista e non pagare le sanzioni fiscali. Li elenchiamo qui di seguito in forma sintetica, rinviando per maggiori chiarimento alla nostra guida Come non pagare le sanzioni fiscali.

Per evitare le sanzioni fiscali è possibile dimostrare:

  • l’incertezza normativa: non sono dovute le sanzioni quando la violazione fiscale dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria;
  • un errore che non produce un credito per lo Stato;
  • un errore per colpa dell’amministrazione finanziaria che ha fornito una non corretta indicazione: quando il contribuente si è conformato a indicazioni contenute in atti dell’amministrazione finanziaria, anche se successivamente modificate dall’amministrazione medesima;
  • se c’è stata una forza maggiore che ha impedito il pagamento delle tasse: pensa a un contribuente che proprio mentre si recava a versare le imposte subisce un grave incidente stradale.

Se il contribuente dimostra che la violazione tributaria è stata commessa per un errore sulle circostanze di fatto non è responsabile, e quindi non paga le sanzioni fiscali, solo quando l’errore non è stato determinato da sua colpa.

La Suprema corte ha generalmente cercato di delimitare le ipotesi di incertezza normativa, affermando che, per incertezza normativa oggettiva, deve intendersi la situazione giuridica caratterizzata dall’impossibilità, esistente in sé ed accertata dal giudice, di individuare con sicurezza ed univocamente, al termine di un procedimento interpretativo metodicamente corretto, la norma giuridica applicabile al caso di specie e che è rilevabile attraverso una serie di “fatti indice”, quali:

  • la difficoltà d’individuazione o d’interpretazione di disposizioni normative;
  • l’assenza o contraddittorietà d’informazioni o prassi amministrative;
  • la formazione di orientamenti giurisprudenziali difformi;
  • il contrasto tra prassi amministrativa e orientamento giurisprudenziale o tra opinioni dottrinali;
  • l’adozione di norme d’interpretazione autentica od esplicative di norma implicita preesistente.

L’esistenza di un solo elemento è spesso insufficiente , ma più “fatti-indice” sono individuabili nel caso concreto più è probabile che il giudice valuti positivamente la disapplicazione delle sanzione. Tale individuazione è a carico del contribuente, il quale, sempre secondo la Corte «ha l’onere di allegare la ricorrenza degli elementi che giustificano l’esenzione per incertezza normativa oggettiva». Secondo la prassi ministeriale, sussiste «incertezza obiettiva di fronte a previsioni normative equivoche, tali da ammettere interpretazioni diverse e da non consentire, in un determinato momento, l’individuazione certa di un significato determinato. Una tale situazione, non infrequente rispetto alle norme tributarie assai spesso complesse e non univoche, si può verificare, ad esempio, in presenza di leggi di recente emanazione rispetto alle quali non si sia formato un orientamento interpretativo definito, ovvero coesistano orientamenti contraddittori». E, contrariamente a quanto comunemente affermano gli uffici locali dell’Agenzia, la circolare chiarisce che «il potere di non applicare le sanzioni, oltre che al giudice tributario, è attribuito anche agli uffici e al giudice ordinario».

Errori del commercialista: ultime sentenze

Il commercialista rischia una condanna penale di frode per il solo fatto di essere a conoscenza di gravi anomalie contabili del cliente. Lo ha detto la Cassazione proprio di recente [6]. Del reato risponde anche a titolo di dolo eventuale e cioè per il fatto di aver accettato il rischio della condotta poco limpida dell’imprenditore.

Sempre secondo la Cassazione [7], il commercialista è tenuto al risarcimento per la consulenza sbagliata. Il commercialista che fa una consulenza sbagliata è tenuto a risarcire il cliente dei danni. In particolare è compito del professionista suggerire la via fiscalmente più conveniente. Il commercialista, quale che sia l’oggetto specifico della sua prestazione, ha l’obbligo di completa informazione del cliente, e dunque ha l’obbligo di prospettargli sia le soluzioni praticabili che, tra quelle dal cliente eventualmente desiderate, anche quelle non praticabili o non convenienti, così da porlo nelle condizioni di scegliere secondo il migliore interesse.

Il commercialista che trattiene per sé i soldi affidatigli dal cliente per pagare le tasse commette una appropriazione indebita aggravata. La pena lievita per l’aggravante dell’abuso di relazioni da parte del professionista. È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con una recente sentenza [8], ha reso definitiva la condanna a carico del consulente che non aveva versato le imposte e l’Inps per conto del cliente.

Per la Cassazione [9], il contribuente paga le sanzioni fiscali anche se le irregolarità sul condono sono commesse dal commercialista.

L’aver il contribuente affidato le operazioni relative alla compliance tributaria al proprio professionista, che non adempia al proprio dovere, non lo libera dal dovere di sorvegliarne per quanto in suo potere l’operato, tenendo condotte agevolmente realizzabili senza eccessivo sforzo ad esempio chiedendo copia della ricevuta di trasmissione della dichiarazione, o delle quietanze di pagamento.

Al fine di escludere la responsabilità dell’autore dell’infrazione non basta uno stato di ignoranza circa la sussistenza dei relativi presupposti, ma occorre che tale ignoranza sia incolpevole, cioè non superabile dall’interessato con l’uso dell’ordinaria diligenza.

Conclusione: le sanzioni tributarie sono applicate in tutti i casi in cui il contribuente commette una violazione in modo consapevole, ovvero a titolo di dolo (rappresentazione e volizione) o a titolo di colpa (consapevolezza di violare la norma bilanciata dalla certezza di evitare l’evento). Per l’esclusione della responsabilità, l’autore del fatto è chiamato a provare la propria ignoranza incolpevole, da intendersi quale non conoscenza, non superabile con l’ordinaria diligenza dei presupposti della fattispecie.

note

[1] Cass. ord. n. 14387/2019 del 27.05.2019.

[2] Trib. Vicenza, sent. n. 1643/17 del 9.05.2017.

[3] Art. 2236 cod. civ.

[4] Art. 1176 cod. civ.

[5] Cass. Civ. sez. III – 26 aprile 2010 n. 9916.

[6] Cass. sent. n. 28158 del 27 giugno 2019.

[7] Cass. ord. n. 14387/2019. 

[8] Cass. sent. n. 21992 del 20 maggio 2019

[9] Cass. sent. n. 12901/2019

Autore immagine: 123rf com


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