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Accertamento Agenzia Entrate: cosa fare

15 Luglio 2019
Accertamento Agenzia Entrate: cosa fare

Accertamento fiscale: gli errori da non fare con il contraddittorio preventivo: la lettera di chiarimenti dell’ufficio delle imposte, la richiesta di comparizione o di esibizione di documenti.

C’è un momento chiave di ogni accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate che non andrebbe mai sottovalutato perché proprio dal comportamento tenuto dal contribuente in questa fase dipende la sua (eventuale) successiva strategia in giudizio. Si tratta del cosiddetto «contraddittorio preventivo», termine tecnico per descrivere la fase amministrativa con cui l’ufficio delle imposte, prima di inoltrare l’accertamento vero e proprio, dà al cittadino la possibilità di difendersi in anticipo. Questa fase si sostanzia nella richiesta di chiarimenti e documentazioni che possono essere spedite con raccomandata oppure presentate personalmente dall’interessato presso lo sportello (di norma assistito dal proprio commercialista). Sicché, chi si chiede, in caso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate, cosa fare deve innanzitutto tenere in debito conto questo momento e dargli la dovuta importanza.

Si tenga peraltro conto che il cosiddetto Decreto Crescita del 2019 [1] ha modificato le norme sugli accertamenti con decorrenza dal 1° luglio 2020. Adesso, il contraddittorio preventivo diventa obbligatorio per alcune attività di accertamento per le quali non era inizialmente previsto. 

Di tanto parleremo in questo articolo: ti spiegheremo in particolare tutti gli errori da evitare con il Fisco. Ma procediamo con ordine.

Quando c’è l’avviso prima dell’accertamento?

Per stabilire cosa fare in caso di accertamento fiscale dell’Agenzia delle Entrate è innanzitutto necessario comprendere quando, anche alla luce dell’ultima riforma, l’atto impositivo è preceduto dal contraddittorio preventivo. In tutti gli altri casi, infatti, il contribuente non avrà altra scelta che difendersi direttamente dinanzi al giudice (la Commissione Tributaria Provinciale): il primo atto che riceverà, infatti, sarà proprio l’accertamento stesso. Dunque, dopo aver proposto ricorso nei 60 giorni successivi alla notifica, potrà sollevare in sede giudiziaria tutte le contestazioni ed eccezioni possibili.

Chiedersi quando c’è contraddittorio preventivo ha un risvolto pratico molto importante: in un caso, infatti, il contribuente riceve, subito dopo il controllo, un avviso che gli dà la possibilità di evitare l’accertamento e quindi di dover impugnarlo (con risparmio di costi e di tempi), mentre nell’altro caso questa possibilità non c’è e l’unico rimedio rimane l’impugnazione. 

Il diritto al contraddittorio è previsto espressamente per tutte le ipotesi in cui l’accertamento è conseguente ad una verifica presso la sede del contribuente e per gli accertamenti che avvengono con redditometro, studi di settore e così via. 

Invece, nel caso di controlli a tavolino (quelli cioè che avvengono presso l’ufficio delle imposte, senza alcun accesso alla sede del contribuente), il contraddittorio preventivo è obbligatorio solo per le imposte disciplinate dall’Ue come l’Iva. Per tutte le altre ipotesi, tale diritto viene accordato solo se previsto per legge.

Il Decreto Crescita introdotto nel 2019 ha previsto che, ove non sia stato rilasciato un verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, l’amministrazione deve notificare un invito a comparire per l’avvio del procedimento di definizione dell’accertamento. Restano esclusi, però, dal nuovo obbligo gli avvisi di accertamento parziale e di rettifica parziale Iva.

In termini concreti, però, tale previsione rischia di svuotare di garanzie l’Istituto: buona parte delle rettifiche degli uffici, infatti, sono formulate con tale metodologia accertativa (accertamento parziale) anche in conseguenza di verifiche generali, con la conseguenza che nella maggior parte delle ipotesi, il contraddittorio preventivo potrebbe non essere applicato.

In caso di assenza di invito preventivo, laddove obbligatorio, l’accertamento fiscale è illegittimo, ma solo nel caso in cui, a seguito di impugnazione, il contribuente dimostri in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere se il contraddittorio fosse stato attivato. In altre parole, l’atto non è nullo automaticamente, occorre a tal fine, una ulteriore prova a carico del contribuente, detta “prova di resistenza”.

Gli obblighi dell’Agenzia delle Entrate

Come vedremo a breve, la partecipazione del contribuente alla fase dell’invito preventivo è fondamentale perché tutte le difese che non svolge in tale momento non possono essere più ripescate dinanzi al giudice. Prima, però, bisogna sottolineare che anche l’Agenzia delle Entrate ha degli obblighi che deve rispettare e la cui omissione comporta l’invalidità dell’accertamento. 

Innanzitutto, in caso di mancata adesione o definizione della pretesa, il successivo avviso di accertamento deve essere specificamente motivato in relazione ai chiarimenti forniti dal contribuente durante il contraddittorio.

Inoltre, l’obbligo all’invito preventivo può essere derogato solo nei casi di particolare urgenza, specificamente motivata, o di fondato pericolo per la riscossione.

Che fare in caso di accertamento dell’Agenzia delle Entrate: errori da evitare

Come abbiamo anticipato sinora, l’arrivo dell’avviso e del «contraddittorio preventivo» segna un momento essenziale per la difesa strategica del contribuente. Di qui, l’esigenza di parteciparvi in maniera attenta e preparata. Ecco dunque cosa fare se arriva la lettera dell’Agenzia delle Entrate.

L’invito al contraddittorio preventivo si concretizza proprio nell’invio di una lettera, a volte di un questionario. Non devi prendere sottogamba tale comunicazione, ma neanche preoccuparti più di tanto: siamo, infatti, ancora in una fase collaborativa durante la quale puoi sia difenderti che ravvederti.

La presenza del commercialista

Il contribuente può presentare delle memorie scritte di proprio pugno o presentarsi dinanzi all’ufficio per spiegare a voce la propria posizione (accompagnata ovviamente dalla documentazione comprovante le proprie ragioni). In quest’ultimo caso, è bene osservare la prima cautela: meglio farsi accompagnare sempre dal proprio commercialista o dal consulente fiscale, specie nei casi più complessi. Si può anche decidere di mandare solo il professionista: a tal fine, è sufficiente conferirgli una semplice procura scritta con la firma autenticata, mentre è da escludersi la procura alle liti, pur esibita da molti.

Leggi anche Lettera dell’Agenzia delle Entrate: che fare?

Il rispetto dei termini

Il secondo e forse più importante suggerimento che mi sento di darti, se ricevi una lettera dell’Agenzia delle Entrate, è di rispondere nei termini che ti vengono assegnati. Difatti, secondo l’orientamento della giurisprudenza, chi non si difende in questa sede (che potremmo chiamare “precontenziosa” o di “dialogo amministrativo”) non può poi far valere le sue difese davanti al giudice o presentare i documenti che gli erano stati chiesti dall’ufficio e che non ha inviato.

Se il contribuente opta per la strada del colloquio diretto, può sempre riservarsi, dinanzi a domande più specifiche e tecniche dei funzionari, di fornire una risposta scritta a mezzo memoria in un successivo momento: purché il tutto avvenga in maniera motivata e non ostruzionistica.

Tutto ciò che dirai potrà essere usato contro di te

Attento a ciò che dirai dinanzi all’ufficio delle imposte: infatti, le dichiarazioni verbalizzate del contribuente, sfavorevoli al contribuente stesso (ad esempio l’ammissione di un errore o di una spesa) si considerano confessioni. Diventano cioè prove incontestabili in caso di successivo giudizio [2]. Secondo un altro orientamento, invece, si considerano solo come indizi [3]. 

La presenza dell’avvocato

Se, in ambito penale, tutti gli atti di indagine possono avvenire solo previo avviso all’indagato di poter nominare un proprio difensore di fiducia, ciò non succede in ambito tributario, neanche quando la violazione commessa dal contribuente può sfociare in uno degli svariati reati connessi all’evasione fiscale [4].  

Le sanzioni

In caso di mancata risposta ai questionari o di restituzione dei questionari con risposte incomplete o non veritiere o di mancato seguito all’invito a comparire e alle richieste, inoltrate dagli uffici e dalla Guardia di Finanza scatta una sanzione da 200 a 2mila euro. L’Agenzia delle Entrate potrà avviare un accertamento induttivo puro, sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti.

Infine, in caso di mancata esibizione di atti e documenti richiesti dall’Agenzia delle Entrate, scatta l’inutilizzabilità, da parte del contribuente, degli stessi dati e documenti dinanzi alla Commissione Tributaria. Tale sanzione si applica solo se, nella richiesta di documenti, l’ufficio delle imposte ha specificato le conseguenze di legge a cui sarebbe andato incontro l’interessato in caso di mancata esibizione.

note

[1] Art. 4-octies del Dl 34/2019.

[2] Cass. sent. n. 309/2006.

[3] Cass. sent. n. 11170/2004, 15438/2001, 17185/2002.

[4] Cass. sent. n. 6939/2001.


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