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Quando si può licenziare senza motivo

16 Luglio 2019 | Autore:
Quando si può licenziare senza motivo

Licenziamento durante il periodo di prova, per raggiunti limiti di età, lavoratori domestici, dirigenti: i casi in cui si può cessare il rapporto senza motivo.

Nella generalità dei casi il datore di lavoro, per terminare il rapporto col dipendente, deve avere dei validi motivi, che possono essere di tipo soggettivo (ad esempio un inadempimento rilevante del dipendente) o oggettivo (di carattere economico o tecnico-produttivo).

Ci sono, però, delle ipotesi nelle quali la motivazione della cessazione del rapporto non è richiesta. Quando si può licenziare senza motivo?

Le casistiche sono diverse: si va dal licenziamento durante il periodo di prova (che deve comunque risultare effettuata), al licenziamento dei dirigenti (che può non avvenire per giustificato motivo, ma deve rispondere almeno al cosiddetto criterio di giustificatezza) e dei lavoratori domestici, sino ad arrivare alla possibilità di cessare il rapporto per raggiunti limiti di età.

Ad ogni modo, è importante ricordare che è sempre nullo il licenziamento discriminatorio (ad esempio per ragioni legate alle opinioni politiche, o legate all’etnia, al sesso, etc.), e che nella generalità dei casi non è consentito licenziare durante la malattia o la maternità. Ma procediamo con ordine.

Licenziamento durante il periodo di prova

Durante il periodo di prova, datore di lavoro e dipendente possono recedere liberamente dal contratto, senza necessità di fornire una motivazione o un periodo di preavviso.

Tuttavia, è bene ricordare che il patto di prova non è previsto in automatico, ma deve essere stipulato, per iscritto, contestualmente al contratto di lavoro, e non successivamente. La prova non può essere interrotta prima che sia trascorso un periodo minimo, che consenta effettivamente di verificare le attitudini o le capacità del lavoratore: se questi dimostra che il periodo di prova è stato troppo breve per permettere un’idonea valutazione delle sue capacità, il licenziamento è considerato illegittimo [1], anche in assenza di un’apposita previsione contrattuale sulla durata minima.

Il licenziamento durante la prova può essere considerato illegittimo anche nei casi seguenti:

  • non sono state assegnate mansioni al lavoratore;
  • la prova è stata effettuata su mansioni diverse da quelle assegnate;
  • il motivo del licenziamento è discriminatorio, estraneo al rapporto lavorativo o illecito in generale.

Licenziamento del lavoratore domestico

Il datore di lavoro domestico può licenziare il collaboratore (colf, badante, giardiniere…) senza essere obbligato a fornire una specifica motivazione. Tuttavia, per il licenziamento del lavoratore domestico è dovuto un preavviso.

Il periodo di preavviso è commisurato all’anzianità di servizio maturata dal collaboratore presso lo stesso datore di lavoro, come indicato di seguito:

  • rapporto di lavoro inferiore a 25 ore settimanali:
    • sino a 2 anni di anzianità: 8 giorni di calendario;
    • oltre 2 anni di anzianità: 15 giorni di calendario;
  • rapporto di lavoro da 25 ore settimanali:
    • sino a 5 anni di anzianità: 15 giorni di calendario (7,5 per dimissioni);
    • oltre 5 anni di anzianità: 30 giorni di calendario (15 per dimissioni).

I termini di preavviso:

  • raddoppiano se il datore di lavoro intima il licenziamento prima del 31° giorno successivo al termine del congedo per maternità;
  • sono pari a 30 giorni di calendario sino ad un anno di anzianità, 60 giorni di calendario per anzianità superiore, per i portieri privati, custodi di villa ed altri dipendenti che usufruiscono con la famiglia di un alloggio di proprietà del datore di lavoro, o da lui messo a disposizione.

Per mancato o insufficiente preavviso, il datore deve corrispondere un’indennità sostitutiva, pari alla retribuzione corrispondente al periodo di preavviso non concesso.

Licenziamento del dirigente

Il datore di lavoro può licenziare il dirigente senza dover fornire un giustificato motivo, oggettivo o soggettivo.

Tuttavia, come chiarito dai contratti collettivi e dalla giurisprudenza, il dirigente non può comunque essere licenziato per ragioni discriminatorie o arbitrarie.

È questo il cosiddetto criterio di “giustificatezza” del licenziamento: in parole semplici, è possibile licenziare il dirigente anche senza giustificato motivo, purché le ragioni della cessazione siano oggettive e concretamente apprezzabili, non discriminatorie o ingiuste.

In conformità al criterio di giustificatezza, ad esempio, si può licenziare il dirigente per inadeguatezza del dirigente rispetto all’incarico ricoperto e ai compiti assegnati, oppure per riorganizzazione aziendale, se la scelta non è arbitraria né fondata su ragioni pretestuose, o determinata unicamente dall’intento del datore di lavoro di liberarsi del dirigente.

Per approfondire: Licenziamento dei dirigenti.

Licenziamento per raggiunti limiti di età

Per i datori di lavoro del settore privato è possibile licenziare senza motivazione per raggiunti limiti di età, quando il lavoratore compie 67 anni, se possiede, oltre al requisito anagrafico, gli altri requisiti utili alla pensione (20 anni di contributi; un assegno almeno pari a 1,5 volte l’assegno sociale, per i lavoratori privi di contribuzione accreditata precedentemente al 1996).

I dipendenti pubblici possono invece essere licenziati per raggiunti limiti di età in questi casi:

  • risultano raggiunti sia il limite di età ordinamentale, che l’età per la pensione di vecchiaia (67 anni nel 2019), ed almeno 20 anni di contribuzione: in questo caso l’Amministrazione è obbligata a cessare dal servizio il lavoratore;
  • risultano raggiunti il limite ordinamentale e la contribuzione per la pensione anticipata (nel 2019, 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini; 41 anni e 10 mesi di contributi per le donne): anche in questo caso l’Amministrazione è obbligata a cessare dal servizio il lavoratore;
  • risultano raggiunti la contribuzione per la pensione anticipata ed i 62 anni di età: in questo caso la cessazione a discrezione dell’ente.

note

[1] Cass. sent. n. 4979/1987.


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