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Posso mostrare i tatuaggi al lavoro?

16 Agosto 2019 | Autore:
Posso mostrare i tatuaggi al lavoro?

È lecito non assumere o licenziare una persona con tattoo molto vistosi? Ci sono dei lavori che non si possono fare con disegni in vista sul corpo?

Devi fare un colloquio di lavoro ma temi che per via di quel tatuaggio che hai sul braccio potrebbero non prenderti? Pensi che dovresti presentarti con la camicia a maniche lunghe per nascondere il disegno che porti, che per te rappresenta qualcosa di importante ma che per il tuo datore di lavoro potrebbe rappresentare un elemento di disturbo? Quando ti hanno fissato l’appuntamento ti sarai chiesto: «Posso mostrare il tatuaggio al lavoro?» Domanda legittima. Risposta altrettanto legittima: dipende da dove vuoi andare a lavorare.

Non c’è una legge che vieti il tatuaggio al lavoro, a meno che tu voglia fare il soldato o il poliziotto. In questo caso, ti conveniva non farlo prima oppure cambiare destinazione. Ma non è detto che ti vada bene.

Tanto sei libero tu di farti un tattoo quanto l’azienda di non prenderti. Perché un datore di lavoro può stilare un codice etico che contempli il divieto di esibire (non di portare, ma sì di esibire) dei disegni sulla pelle, soprattutto se troppo vistosi.

Discriminatorio? Può darsi. Pensa, però, a chi deve condurre un telegiornale e si fa tatuare la faccia come il cantante Achille Lauro: cuoricino sotto un occhio, scritta sotto l’altro e su una guancia. Certo, potrebbe farlo, se è bravo. Ma qualcuno potrebbe anche preferire una faccia pulita, senza connotati colorati, neutrale, che vada bene a chi ama i tatuaggi e a chi non può proprio vederli.

Anni fa (erano i primi 2000), andai ad una conferenza stampa di presentazione della nuova stagione di Zelig su Canale 5. Bisio, Ale e Franz, Raoul Cremona, Anna Maria Barbera tra i personaggi intervistati. Con me, come operatore di ripresa, c’era una ragazza talmente piena di tatuaggi e di piercing sul corpo e sul viso che si faceva fatica a vedere di che colore fosse la pelle. Era estate, per cui aveva pantaloncini e canottiera. Alla fine di qualche intervista, inevitabile, arrivò la battuta di un paio di comici all’indirizzo della collega: «Aspetta, non muoverti: non ho finito di leggerti».

Erano comici, la battuta ci poteva stare. Ma se capiti in un posto più serio, puoi mostrare i tatuaggi al lavoro? Vediamo.

Tatuaggi al lavoro: cosa dice la legge?

Il problema è proprio questo: sulla possibilità di mostrare i tatuaggi al lavoro la legge non dice niente. Né sulla normativa italiana né su quella europea si trova una sola riga (che sia pure fatta con l’inchiostro puntinato dagli aghi del tattoo) che vieti al lavoro di esibire un disegno su una parte del corpo.

Con una sola eccezione: le forze dell’ordine, intese come Esercito, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza. Una sorta di rispetto per l’uniforme e per ciò che si rappresenta, insomma. Inoltre, chi ha un segno molto riconoscibile sul corpo difficilmente potrebbe essere mandato a fare una missione come infiltrato. Ma per il resto, niente di niente.

Per farla breve: se un lavoratore che non fa né il poliziotto, né il finanziere né il soldato decide di farsi un tatuaggio lungo tutto il braccio, può farlo. In fin dei conti, ciascuno è libero di scegliere il proprio look. Purché sia pronto a prendersene le conseguenze.

Anche le aziende, infatti, sono libere di fare le loro di scelte. E di scrivere un codice interno, un regolamento in cui scrivere che i tatuaggi – o certi tipi di tatuaggi – sono sgraditi.

Quindi la legge – forze armate a parte – non dice nulla. E il giudice che cosa direbbe se si arrivasse ad una causa per colpa di un tatuaggio? In assenza di norme al riguardo, sarebbe difficile sostenere le ragioni di un licenziamento. Ma si affiderebbe, sicuramente, al buon senso in base al tipo di lavoro e al luogo in cui il tattoo resta in vista.

Tatuaggi al lavoro: si può rifiutare l’assunzione?

Come si diceva, escluse le categorie citate, ciascuno è libero di farsi un tatuaggio e ha il diritto di non essere discriminato. Ma anche le aziende private hanno il diritto di fare un proprio regolamento che riguardi l’aspetto fisico. E di respingere il lavoratore che ha dei tatuaggi sgraditi, specie se offensivi o troppo vistosi.

In fase di colloquio, un datore di lavoro può dire di no a chi ha disegnato su una parte del corpo ben visibile un messaggio violento, razzista, sessista, offensivo o di cattivo gusto.

In alcuni lavori i tattoo troppo vistosi non rappresentano un problema. Raramente, per fare qualche esempio, un dj o un magazziniere viene lasciato a casa perché ha delle scritte o dei disegni sui bicipiti o sul collo. Un agente di commercio, probabilmente sì. Una hostess di Ryanair (per citare una compagnia che, manifestamente, li respinge) anche.

Ma, a meno che ci sia un regolamento in cui esplicitamente si dice che le persone tatuate non sono ammesse alle selezioni, è assai probabile che il «no» ad un’assunzione venga motivato con qualche altra scusa.

Il punto è: l’azienda pubblica assume in base ad un concorso e non all’aspetto fisico del candidato. L’azienda privata, invece, fa le sue scelte.

È una discriminazione escludere a priori che chi non parla bene l’inglese anche se il suo lavoro non prevede più di tanto l’uso della lingua straniera? Lo è escludere in una palestra un istruttore in sovrappeso anche se, prima di diventare così, ha maturato l’esperienza necessaria per insegnare come evitare di accumulare troppi chili? Lo è imporre la giacca e la cravatta ad un addetto alle vendite? Se queste scelte vengono normalmente viste come qualcosa di scontato, è lecito stupirsi se un’azienda esclude una persona con i tatuaggi in vista?



5 Commenti

  1. Siete un branco di ipocriti
    Se una persona è libera di tatuarsi non c’è neanche da discutere se può o non può lavorare….il lavoro è un diritto,conosco tante persone tatuate(me compreso)che si fanno un grande mazzo a lavorare tutti i giorni,e non è il tatto che lavora ma la persona che lo indossa…ci sono tante persone con una grande faccia da culo ma mica puoi coprirli il volto no??siamo nel 2019 e ancora di parla del problema tatto sul lavoro..ma vi rendete conto dei problemi reali del mondo??c’è la.guerra,la pedofilia, la.discriminazione razziale e tanto ancora…io sono una persona responsabile che tutte le mattine si alza.x.andare a lavorare,e sono tatuato e continuerò a tatuarsi finché c’è spazio sul MIO corpo e ripeto MIO…io credo che finché non fai del male ad una persona e cerchi di vivere nel rispetto reciproco della convivenza umana,sul proprio corpo e sulle scelte della.propia vita ,nessuno ti può giudicare…ripeto siete una massa di ignoranti bigotti….gli stessi che magari fanno finta di essere aperti alla vita e che Siam tutti uguali con gli stessi diritti…ma poi si punta il dito sul diverso,magari x invidia o che altro. Sicuramente x ignoranza perché se si pensa che in passato anche i nobili si tatuavano.il tatuaggio ha una storia antichissima.studiate ignoranti…

  2. Al post dell’anonimo di cui sopra non rispondo, indirizzo invece una precisazione all’autore dell’articolo giacché sembrerebbe far capire ai lettori che per non assumere un lavoratore propostosi per un colloquio e provvisto di tatuaggi ovvero per interrompere un rapporto di lavoro in periodo di prova – in un’azienda privata ove la valutazione di idoneità è pienamente discrezionale da parte del datore di lavoro – ai fini di ricusarlo, sia requisito condizionante la previsione della causale impeditiva (tatuaggi più o meno vistosi) in una sorta di “regolamento interno o cd. codice etico”.
    Nient’affatto, il candidato all’assunzione come il lavoratore in prova non ha alcun diritto ad una motivazione, né orale né tanto meno scritta. E’ bene che lo sappiano i giovani che ai colloqui si presentano sbracati o con i tatuaggi. L’imprenditore può mandarlo a casa senza dirgli niente (soluzione prudenziale suggerita) o, per mera cortesia, dirgli solo “non mi risulti adatto”, senza ulteriore specificazione del perché e del per come. Ancora di recente la Cassazione con ordinanza n. 18268/2018 ha riaffermato il principio di diritto secondo cui “il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, neppure in caso di contestazione in ordine alla valutazione della capacità e del comportamento professionale del lavoratore stesso; incombe, pertanto, sul lavoratore licenziato, che deduca in sede giurisdizionale la nullità di tale recesso, l’onere di provare, secondo la regola generale di cui all’art. 2697 c.c., il positivo superamento del periodo di prova, sia che il recesso è stato determinato da motivo illecito e quindi, estraneo alla funzione del patto di prova”(cfr. Cass. n. 1180/2017)”.
    Chiaramente se ciò vale per il lavoratore già assunto ma in prova, a maggior ragione la carenza legale di un obbligo di motivazione – suscettibile di innescare una controversia per asserita causale discriminatoria – vale per il candidato all’assunzione.
    Ci si pensi prima di rovinarsi la bella epidermide che la natura ci ha dotato dalla nascita perché si vive in una società che ha il pieno diritto di valutarci.

  3. tatuarsi la la pelle o incidersi la stessa non e una moda ma bensi’ un grande peccato verso DIO basta leggere la bibbia levitico 19,28 non vi farete incisioni sulla carne per un morto e non vi farete tatuaggi.Io sono il Signore

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