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Ricavi in nero versati in banca: come il Fisco li scopre?

16 Luglio 2019
Ricavi in nero versati in banca: come il Fisco li scopre?

Sono ricavi in nero i versamenti sul conto corrente di cui il contribuente non giustifichi la singola registrazione in contabilità.

Immagina di aver fatturato, lo scorso anno, diverse migliaia di euro e di averne percepite, di fatto, qualcosa in più per via di una serie di operazioni non registrate in contabilità. Insomma, per usare un gergo comune, hai fatto del “nero”. In tutte queste occasioni, però, hai ricevuto dai tuoi clienti assegni e bonifici che sono andati a confluire nel tuo conto corrente destinato ai proventi dell’attività lavorativa. Ora l’Agenzia delle Entrate, accortasi dell’evasione, ti ha notificato un accertamento e siccome hai superato la soglia prevista per i reato, ti ha anche sottoposto a sequestro il conto.

Provi a immaginare quale potrebbe essere un’eventuale difesa da sostenere innanzi all’ufficio delle imposte, ma prima di ciò vuoi capire quali sistemi ha usato l’Agenzia delle Entrate per effettuare il controllo sulla tua contabilità. In altri termini, come fa il Fisco a scoprire i ricavi in nero versati in banca? La spiegazione te la offre una sentenza della Cassazione pubblicata poche ore fa [1].

La pronuncia non fa altro che spiegare il metodo di accertamento dei ricavi tramite il controllo sui versamenti del conto corrente. Ecco cosa è stato chiarito.

Secondo i giudici supremi, l’Agenzia delle Entrate può presumere che il contribuente abbia realizzato ricavi in nero tutte le volte in cui questi non giustifica, nella sua contabilità, ogni singolo versamento in banca.

In pratica, per ogni versamento sul conto corrente deve corrispondere una voce all’interno della dichiarazione dei redditi o della contabilità dell’azienda. E questo perché, per legge [2], i versamenti di denaro (siano essi provenienti da denaro contante, da assegni o bonifici) si considerano sempre “reddito” salvo prova contraria.

Si tratta, cioè, di una presunzione che la legge ha voluto istituire a favore del Fisco per rendere più facile l’onere della prova contro l’evasore. Non spetta all’ufficio delle imposte dimostrare che il denaro accreditato sul conto è frutto di evasione (sarebbe del resto una prova difficilissima se non impossibile) ma grava sul contribuente dimostrare il contrario per salvarsi da un sicuro accertamento.

È irrilevante – sottolinea poi la Corte – che il reddito d’impresa sia congruo rispetto alle movimentazioni sul conto corrente. La terza sezione penale ha motivato che in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto semplicemente attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti stessi: basta rilevare che c’è un versamento o un accredito sul conto che, però, non trova alcun corrispondente nella contabilità per affermare che vi è stata un’evasione.

In conformità con lo spirito della Costituzione, il contribuente ha sempre la possibilità di difendersi e fornire la prova contraria. Si ha, quindi, un’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale deve dimostrare, con una prova non generica, ma analitica per ogni versamento bancario, che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili. E proprio per assicurare l’effettività di tale adempimento, il giudice è tenuto ad effettuare una verifica rigorosa in ordine alle prove fornite dal correntista, rispetto ad ogni singola movimentazione.

Sempre secondo la Corte, per superare la presunzione di imponibilità non basta dedurre che i versamenti sono di importi inferiori rispetto alle entrate registrate nei registri contabili, senza però indicare la registrazione.

Ma come fa a difendersi il contribuente? Qual è la “prova contraria” necessaria a vincere la presunzione che, sul suo conto corrente, sono affluiti redditi in nero solo perché questi non trovano riscontro nella contabilità? Il correntista deve dimostrare che i proventi versati in banca sono frutto o di operazioni non imponibili (pensa a un risarcimento del danno o una donazione) oppure a redditi già tassati alla fonte e che, pertanto, non andavano dichiarati all’interno della contabilità (pensa a una vincita al gioco).

Tali prove non possono devono sempre provenire da una documentazione scritta (non potendo essere testimoniali) e tale documentazione deve avere una «data certa». La data certa è assicurata, ad esempio, dagli estratti conto o dalla registrazione di un contratto. Pensa al bonifico ricevuto dal padre rivolto a dare un sostegno economico al figlio.

note

[1] Cass. sent. n. 31220/19 del 16.07.2019.

[2] Art. 32 del d.P.R. n. 600 del 1973


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