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Il reato di maltrattamento di animali

16 Agosto 2019
Il reato di maltrattamento di animali

In quali casi e a quali condizioni le condotte violente ai danni degli animali possono qualificarsi come reato? A quali conseguenze va incontro chi è responsabile?

Ti sei accorto che il vicino di casa è solito strattonare il proprio cane al guinzaglio o usare un bastone per farlo smettere di abbaiare? Oppure, in generale, hai assistito ad episodi di violenza nei confronti di un animale e ti chiedi se simili condotte siano penalmente sanzionabili? Analizziamo il reato di maltrattamento di animali, al fine di comprenderne i tratti salienti, capire quando ricorre in concreto ed a cosa va incontro chi se ne rende responsabile.

Tra i comportamenti più gravi e riprovevoli dell’essere umano rientrano, senza dubbio, i maltrattamenti inflitti agli animali, siano essi domestici e d’affezione, ovvero selvatici. Eppure, sempre più spesso la cronaca riferisce di episodi di violenza ai danni degli animali, che divengono vittime di intollerabili ed incomprensibili soprusi e vessazioni da parte dell’uomo. L’incremento degli episodi di maltrattamento è ancora più inspiegabile se si pensa al fatto che oggi vi è nell’opinione pubblica una sensibilità verso il mondo animale assai maggiore rispetto al passato. Infatti, ormai è sempre più diffusa la consapevolezza dei benefici che la vicinanza agli animali comporta nella vita dell’uomo.

Si pensi all’importanza che gli animali hanno anche dal punto di vista sociale (compagnia, soccorso, pet therapy, difesa, eccetera). Ciononostante, le associazioni di settore denunciano di continuo episodi di violenza in danno degli animali. E’, dunque, opportuno analizzare più approfonditamente questo allarmante fenomeno e verificare in quali casi esso diventa un vero e proprio reato.

Quando scatta il reato di maltrattamenti di animali e quale è la disciplina normativa

A fronte dell’escalation di violenza in danno degli animali, alla quale si accennava in precedenza, il legislatore italiano è intervenuto nel 2004 [1].

In particolare, il legislatore ha introdotto nel Codice penale una specifica disposizione, intitolata “Maltrattamento di animali” [2], che è stata inserita nell’ambito dei “Delitti contro il sentimento per gli animali” [3].

L’attuale previsione punisce, nello specifico, chiunque, per crudeltà o senza necessità, provochi una lesione ad un animale ovvero lo sottoponga a sevizie o a comportamenti o fatiche o a lavori insopportabili per le sue caratteristiche [4].

È il caso di colui che usa violenza nei confronti del proprio animale domestico, ad esempio con calci o un bastone o un’arma, per costringerlo ad ubbidire ai comandi impartiti, per addestrarlo o, addirittura, semplicemente per placarne il guaito.

Si pensi, inoltre, al soggetto che, per puro divertimento o scherno, costringe un animale in uno spazio angusto o talmente ridotto da non consentirgli alcun movimento, ovvero lo sottopone ad attività sfiancanti, insostenibili ed incompatibili con il suo essere. E’ chiaro che la disposizione normativa, nella sua attuale formulazione, mira a tutelare gli animali quali esseri viventi e senzienti.

Si tratta, in altre parole, di esseri dotati di una propria sensibilità, sotto il profilo sia fisico che psichico, che sono quindi in grado di percepire dolore e sofferenza. La giurisprudenza ha difatti chiarito che i comportamenti sanzionati sono sia quelli che provocano una sofferenza fisica nell’animale, sia quelli che gli cagionano un patimento psicologico, ovvero dolore ed afflizione [5].

Ciò significa che attualmente viene sanzionata anche la violenza che provochi nell’animale uno stato di sofferenza, a prescindere dal fatto che vi sia anche una lesione fisica. Infatti, nel reato di maltrattamento di animali, la lesione a cui si riferisce la norma altro non è che un’apprezzabile diminuzione della originaria integrità fisica o psichica dell’animale [6].

La condotta violenta deve, cioè, determinare nell’animale una menomazione fisica o psichica, affinché chi si è reso responsabile della stessa possa risponderne penalmente. In altre parole, ai fini della ricorrenza del reato in esame, non occorre necessariamente che dalla lesione inflitta all’animale derivi una malattia, ma è sufficiente che diminuisca in maniera apprezzabile l’integrità e/o la funzionalità dello stesso ovvero di una parte del suo corpo o, ancora, delle sue capacità. Si pensi, in proposito, alla condotta di chi abusa nell’uso del collare coercitivo di tipo elettrico «antiabbaio».

Anche in questa ipotesi la giurisprudenza ha ritenuto configurabile il reato di maltrattamento di animali, visto che, sebbene l’utilizzo di tale collare non necessariamente provochi una lesione propriamente intesa, il suo impiego si risolve comunque in un comportamento produttivo di sofferenze del tutto ingiustificabili e crudeli [7]. In una recentissima sentenza, peraltro, la Corte di Cassazione ha sancito che anche colui che taglia la coda ad un cane, senza che vi sia una indicazione medico-veterinaria in tale senso, incorre nel reato di maltrattamento di animali [8].

Ciò in quanto l’amputazione della coda, se eseguita senza che vi sia una necessità medicalmente accertata, determina un’apprezzabile diminuzione della originaria integrità dell’animale ed anche una notevole menomazione funzionale dello stesso.

Pertanto, costituisce ormai reato la condotta, da sempre tristemente diffusa, specie con riferimento ad alcune razze di cane, di amputazione della coda, se non dovuta ad esigenze di salute rilevate dal personale medico-veterinario competente.

Che cosa si intende per “doping a danno degli animali”

Il legislatore, sempre con la medesima norma sopra esaminata, ha previsto e sanzionato anche il cosiddetto “doping a danno degli animali[9]. Si tratta di un fenomeno, molto frequente nella prassi, che ricorre quando taluno somministra agli animali sostanze stupefacenti o, comunque, vietate ovvero li sottopone a trattamenti che procurano un danno alla salute degli stessi.

Rientra, ad esempio, nel cosiddetto “doping a danno degli animali”, la condotta del soggetto che, al fine di migliorare il rendimento del proprio animale, somministra illegalmente allo stesso sostanze idonee ad incrementarne la prestazione nelle competizioni sportive o, addirittura, in quelle clandestine.

In una recente sentenza, difatti, la Corte di Cassazione ha ritenuto ravvisabile il reato di maltrattamento di animali proprio nell’ipotesi di somministrazione di sostanze medicamentose ad un cavallo, senza prescrizione medica e con l’unica finalità di consentire all’animale di prendere parte ad una gara, alla quale non avrebbe potuto altrimenti partecipare [10].

Con tale ultima previsione, il legislatore ha quindi voluto reprimere non soltanto le condotte idonee a provocare una lesione o ad alterare con violenza la natura degli animali tramite la somministrazione di sostanze vietate, ma anche, sia pure indirettamente, le competizioni clandestine e le scommesse ad esse collegate, nonché i combattimenti non autorizzati, già espressamente vietati in virtù di un’apposita disposizione normativa [11].

Quali sono le ulteriori caratteristiche del reato di maltrattamenti di animali

Sotto il profilo soggettivo, ai fini della ricorrenza del reato in esame, è necessario e sufficiente che il soggetto ponga in essere la condotta con la coscienza e la volontà di causare violenza ai danni di un animale (cosiddetto “dolo generico”), nell’ipotesi in cui i comportamenti siano tenuti “senza necessità”, così come prescritto dalla norma esaminata [2].

Ne consegue che il reato in questione scatta quando il soggetto pone in essere sevizie o angherie ingiustificate ed immotivate nei confronti di un animale, con la consapevolezza e la volontà di arrecare una lesione e di provocare un’inutile sofferenza.

E’ il caso, già richiamato, di colui che, senza alcuna esigenza medico-veterinaria, amputa la coda del proprio cane, semplicemente perché si tratta di una prassi ormai tristemente consolidata con riferimento ad alcune razze canine. Se, invece, i maltrattamenti sono inflitti “per crudeltà”, quale ulteriore ipotesi prevista dalla disposizione in esame [2], allora il “dolo generico” non basta per poter ritenere configurabile il reato.

Infatti, in questo caso è richiesto il cosiddetto “dolo specifico”, ossia è necessario che il soggetto che pone in essere la condotta abbia la coscienza e la volontà di provocare una lesione nell’animale, per semplice cattiveria e malvagità. E’ l’ipotesi del soggetto che usa violenza ai danni del proprio animale domestico, con la specifica consapevolezza e la volontà di infierire crudelmente sulla integrità psico-fisica dello stesso.

A quali sanzioni va incontro il responsabile di maltrattamenti di animali 

Il legislatore è intervenuto nel 2010 ad inasprire la sanzione penale prevista per chi si rende responsabile di questo grave reato [12]. Attualmente, infatti, la previsione punisce il responsabile del reato di maltrattamenti di animali con la pena della reclusione da 3 mesi a 18 mesi o con la multa da 5.000,00 euro a 30.000,00 euro.

La pena è aumentata della metà nell’ipotesi in cui dalla condotta violenta sia derivata la morte dell’animale [13]. Pertanto, questa ultima evenienza rappresenta una circostanza aggravante del reato in questione. In altri termini, qualora dalla violenza perpetrata derivi la morte dell’animale, allora il responsabile dovrà essere punito con una sanzione maggiore, in considerazione del più grave esito che l’azione ha determinato.

Procedimento penale contro il responsabile del reato di maltrattamento di animali 

Il delitto di maltrattamento di animali rientra tra i reati procedibili d’ufficio.

Ciò significa che il relativo procedimento penale prende avvio su autonoma iniziativa dell’autorità giudiziaria che ne sia venuta a conoscenza, senza che sia necessaria un’apposita denuncia da parte di terzi.

Tuttavia, nella prassi, solitamente sono i privati o le associazioni animaliste, particolarmente sensibili a questa tematica, a rivolgersi all’autorità giudiziaria per segnalare e denunciare episodi di violenze e sevizie in danno degli animali, ai quali abbiano direttamente assistito o di cui abbiano avuto conoscenza.


note

[1] L. n. 189 del 20.07.2004.

[2] Art. 544 ter cod. pen.

[3] Libro II, Titolo IX bis cod. pen.

[4] Art. 544 ter co. 1 cod. pen.

[5] Cass. pen. sez. III sent. n. 14734 del 04.04.2019.

[6] Cass. pen. sez. III sent. n. 32837 del 29.07.2013.

[7] Cass. pen. sez. III sent. n. 15061 del 13.04.2007.

[8] Cass. pen. sez. III sent. n. 4876 del 31.01.2019.

[9] Art. 544 ter co. 2 cod. pen.

[10] Cass. pen. sez. III sent.n. 5235 del 03.02.2017.

[11] Art. 544 quinquies cod. pen.

[12] L. n. 201 del 4.11.2010.

[13] Art. 544 ter co.3 cod. pen.


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