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C’è obbligo di mantenimento del figlio disoccupato o inoccupato?

17 Luglio 2019
C’è obbligo di mantenimento del figlio disoccupato o inoccupato?

Figli senza lavoro o con pochi clienti che stentano ad affermarsi: il padre deve continuare a mantenerli?

Se padre e madre si separano, al mantenimento dei figli devono continuare a contribuire entrambi: l’uno (il genitore affidatario) prendendosi materialmente cura di tutto ciò che serve quotidianamente per la loro crescita ed istruzione, l’altro (il genitore non affidatario) versando nelle mani dell’ex un contributo fisso mensile per il mantenimento dei figli; l’importo viene forfettariamente prestabilito dal giudice del tribunale o dall’accordo delle parti.

Quest’obbligo permane in capo ad entrambi i genitori finché il giovane, che deve essere divenuto necessariamente maggiorenne, ha anche raggiunto una propria indipendenza economica divenendo in grado di prendersi cura di se stesso.

Non è raro chiedersi allora se c’è obbligo di mantenimento del figlio disoccupato o inoccupato. Sul punto, è necessario fare alcune importanti precisazioni tenendo conto di due interessanti sentenze – una delle quali a firma della Cassazione [1] – uscite proprio in questi giorni. Ecco tutto ciò che c’è da sapere.

Che differenza c’è tra figlio inoccupato e figlio disoccupato?

C’è una profonda distinzione tra inoccupato e disoccupato. Nel primo caso, si tratta di un soggetto che non ha mai avuto un posto di lavoro in tutta la sua vita per cui è ancora alla ricerca della sua prima occupazione.

Al contrario, il disoccupato è colui che perde il proprio posto (a prescindere dalle ragioni: dimissioni, licenziamento, risoluzione consensuale, fallimento, ecc.) e che, quindi, anche una sola volta, è stato assunto.

In tema di assegno di mantenimento dei figli, è molto importante capire se si sta parlando di figlio inoccupato o disoccupato. Ecco spiegate le ragioni.

Bisogna mantenere il figlio inoccupato?

La legge stabilisce che l’obbligo di mantenimento dei genitori non cessa al raggiungimento della maggiore età dei figli, ma solo quando questi raggiungono una stabilità economica che – senza dover necessariamente essere definitiva e di tenore elevato – consenta loro di essere indipendenti dal punto di vista economico.

Il figlio maggiorenne diventa economicamente autosufficiente quando comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l’inserimento nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore.

Ad esempio, un lavoro precario o di apprendista o una borsa di studio non consentono di interrompere il mantenimento.

Vige comunque un principio di autoresponsabilità per il figlio maggiorenne, che non può pretendere di rimanere a carico dei genitori oltre ragionevoli limiti di tempo e misura: l’obbligo di contribuzione, ad esempio, può venire meno se i genitori hanno fatto di tutto perché il figlio concludesse gli studi ma il giovane non ha saputo cogliere l’opportunità.

Il genitore può liberarsi dall’obbligo di versare il mantenimento anche prima di questo momento a patto però che dimostri che il mancato svolgimento di un’attività lavorativa da parte del figlio dipende da sua inerzia, rifiuto o abbandono ingiustificato del lavoro stesso.

Secondo le ultime sentenze della Cassazione, man mano che il figlio raggiunge i 35 anni si può presumere che l’assenza di lavoro dipenda da sua inerzia e non dalle condizioni del mercato. Sicché, anche se non esiste un limite di età prestabilito oltre il quale il genitore non è più tenuto a provvedere al mantenimento dei figli inoccupati, un giovane di 36 anni perde sempre il contributo mensile.

Bisogna mantenere il figlio disoccupato?

Completamente diversa è, invece, la situazione per il figlio disoccupato. Quando un figlio maggiorenne inizia un’attività lavorativa stabile (sia essa di lavoro autonomo o dipendente) purché conforme alla professionalità acquisita, perde per sempre il mantenimento. Tale diritto non rivive, infatti, se, per qualsiasi ragione, il giovane viene licenziato, anche dopo poco.

Ad esempio, immaginiamo un ragazzo che faccia domanda di assunzione presso un’azienda e che venga preso per un periodo in prova. All’esito della prova, l’assunzione non viene confermata. In tal caso, egli non perde il diritto al mantenimento. Viceversa, se viene assunto, ma poi è licenziato dopo solo due mesi, egli ha ormai perso il diritto al mantenimento. Lo stesso dicasi per chi intraprende un’attività commerciale, ma dopo pochi mesi è costretto a chiudere perché gli affari non vanno bene.

Anche un contratto a tempo determinato, se viene reiterato e, dunque, fa presumere il raggiungimento di una posizione più o meno stabile, comporta la perdita del mantenimento.

Dunque, una volta intervenuto il licenziamento, il figlio disoccupato, anche se non più autosufficiente, non può più rivolgersi ai genitori per chiedere loro di essere mantenuto [2].

Con la prima delle due sentenze citate in apertura [3], il tribunale di Ancona ha stabilito che il padre divorziato non deve più mantenere il figlio maggiorenne (nel caso di specie, con 26 anni di età) che pure risulta disoccupato se questi ha comunque acquisito una professionalità, per quanto generica, per via di precedenti posizioni lavorative (seppur a breve termine).

A riguardo, la Cassazione [1] ha appena chiarito che il genitore è tenuto a mantenere il figlio trentenne già professionista, ma che non si è ancora affermato e che ha pochi clienti. Ciò perché, spiegano gli Ermellini, la dichiarazione della cessazione dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni che non siano ancora autosufficienti deve essere suffragata da un accertamento di fatto che abbia riguardo all’acquisizione di una condizione di indipendenza economica, all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa nonché, in particolare, alla complessiva condotta personale tenuta, dal raggiungimento della maggiore età, da parte dell’avente diritto.

note

[1] Cass. ord. n. 19135/2019.

[2] Cass. 22 novembre 2010 n. 23590, Cass. 2 dicembre 2005 n. 26259, App. Roma 27 settembre 2012.

[3] Trib. Ancona, sent. n. 1301/19.


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