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Visto turistico: ultime sentenze

6 Agosto 2019
Visto turistico: ultime sentenze

Visto per turismo; onere probatorio delle finalità del soggiorno; diniego di visto per turismo; soggiorni di breve durata; sicurezza pubblica; richiesta di visto, condizioni e presupposti di accoglibilità; interesse dello straniero a fare rientro nel Paese di origine; rischio migratorio; permesso di soggiorno per lavoro; istanza di rilascio del visto di ingresso per turismo; conversione di visto turistico di 90 giorni.

L’Ambasciata deve comunicare i motivi ostativi all’accoglimento delle domande di visto di ingresso per turismo. Quali sono i casi in cui il visto può essere legittimamente negato? Scoprilo nelle ultime sentenze.

Visto di ingresso per turismo

In materia di dinieghi di visto di ingresso per turismo, adottati dall’Ambasciata d’Italia, deve ritenersi fondata la censura prospettante la violazione dell’art. 10 -bis L. 241/1990, nel caso in cui l’Amministrazione, prima dell’adozione dei dinieghi, non comunichi espressamente i motivi ostativi all’accoglimento delle domande di visto.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 16/10/2018, n.10005

Prova delle condizioni che giustificano le finalità del soggiorno

In caso di richiesta di ingresso per il soggiorno di breve durata nel territorio nazionale, lo straniero non solo deve dimostrare la disponibilità dei mezzi necessari ad assicurarne la sussistenza per la durata del soggiorno e il ritorno in patria, ma più in generale deve anche esibire quegli atti necessari a comprovare lo scopo e le condizioni del soggiorno e le finalità dello stesso.

Al tal fine, è onere dell’interessato fornire all’Amministrazione la prova delle condizioni che giustificano le finalità del soggiorno e, nella fattispecie, trattandosi di visto di ingresso per turismo caratterizzato da necessaria temporaneità (confermata dalla durata del soggiorno che non può essere superiore a novanta giorni: art. 10, 11 e 15 Trattato di Schengen), la prova dei presupposti dai quali si possa ragionevolmente ritenere l’interesse dello straniero a fare rientro nel Paese di origine, onde scongiurare il c.d. “rischio migratorio”, con l’ulteriore necessaria precisazione che, al fine della dimostrazione dello scopo del soggiorno, la documentazione esibita deve essere, oltre che idonea, anche genuina, dovendosi astenere la competente autorità, in caso contrario, dal rilascio del visto.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 10/11/2016, n.11135

Richiesta del visto di ingresso per turismo

L’interessato, allorché richiede il visto di ingresso per turismo, deve fornire all’Amministrazione la prova delle condizioni che giustificano le finalità del soggiorno e nella fattispecie, trattandosi di visto caratterizzato da necessaria temporaneità (desumibile dalla durata del soggiorno che non può essere superiore a novanta giorni), dei presupposti dai quali si possa ragionevolmente ritenere l’interesse dello straniero a fare rientro nel Paese d’origine onde scongiurare il cd. “rischio migratorio”. Le condizioni in esame possono essere di varia natura, quali l’esistenza di significativi legami familiari e soprattutto l’esercizio di attività economiche, il possesso di fonti di reddito, la titolarità di beni immobili o, comunque, altre circostanze atte a comprovare che nel Paese di provenienza lo straniero abbia il centro dei suoi interessi e che proprio per questo vi farà ritorno al termine del soggiorno in Italia.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 28/06/2013, n.6470

Mancata traduzione del provvedimento di diniego di visto nella lingua conosciuta dal ricorrente

La mancata traduzione in una lingua conosciuta dal ricorrente non costituisce un vizio di illegittimità del provvedimento di diniego del visto d’ingresso per turismo, rendendo solo ammissibile la rimessione in termini in caso di tardiva proposizione del ricorso.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 09/04/2015, n.5195

Omissione della comunicazione delle ragioni ostative all’accoglimento dell’istanza

È irrilevante l’omissione della comunicazione delle ragioni ostative all’accoglimento dell’istanza di rilascio del visto di ingresso per turismo nel caso in cui sia inidonea a modificare l’esito del procedimento, essendo il provvedimento di diniego finale atto dovuto, alla stregua dell’art. 21 octies, l. n. 241 del 1990 come modificata dalla l. n. 15 del 2005.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 19/12/2013, n.10971

Obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi

La deroga al generale obbligo di motivare i provvedimenti amministrativi, introdotta dall’art. 2, d.lg. n. 286 del 1998, va intesa non nel senso che la predetta norma abbia legittimato l’Amministrazione ad agire arbitrariamente, ma nel senso che, nei casi in cui il visto può essere legittimamente negato, il diniego può non essere motivato (nel caso di specie, la p.a. non ha fornito neanche a seguito delle richieste istruttorie del giudice documentati chiarimenti in ordine alle ragioni che hanno indotto a negare al ricorrente il visto di ingresso in Italia per motivi di turismo).

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 07/07/2011, n.6005

Rischio migratorio

La sussistenza di un rischio migratorio induce a riconoscere l’operatività della deroga riportata all’art. 4 comma 2, T.U. n. 286 del 1998, che prescrive che, in caso di domande di visto per turismo, il diniego non deve essere motivato « per motivi di sicurezza e di ordine pubblico ». Il rilievo dei suddetti motivi – nell’ambito dei quali il c.d. « rischio migratorio » è indiscutibilmente riconducibile – pone l’Amministrazione nella condizione di adottare un provvedimento di diniego di visto di ingresso immotivato.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 11/09/2009, n.8583

Diniego di visto per turismo e procedimento amministrativo

In caso di diniego di visto per turismo, la posizione del soggetto invitante non conferisce alcuna autonoma legittimazione alla promozione e alla partecipazione ai procedimenti amministrativi, perfezionatisi con l’adozione del provvedimento negativo.

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. III, 28/02/2019, n.2641

Agevolazione e favoreggiamento dell’ingresso clandestino

È configurabile il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con riferimento all’ingresso dello straniero nel territorio dello Stato in modo formalmente regolare, ma finalizzato ad una permanenza illegale.

(Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto sussistente il reato “de quo” aggravato dal fine di profitto in relazione ad ingresso con visto turistico di una straniera, finalizzato allo sfruttamento della prostituzione della stessa).

Cassazione penale sez. I, 26/11/2013, n.50895

Permesso di soggiorno per attesa occupazione

Ai sensi dell’art. 22, t.u. delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, approvato con d.lg. 25 luglio 1998, n. 286, il permesso di soggiorno per attesa occupazione presuppone, se richiesto, la titolarità di un permesso di soggiorno per lavoro, non potendo il visto turistico di giorni novanta essere convertibile in esso.

T.A.R. Perugia, (Umbria) sez. I, 09/09/2016, n.603

Posizione irregolare del richiedente

La decisione della Grande Camera presenta motivo di interesse non solo per la soluzione adottata (sussistenza della violazione convenzionale, pur nella ribadita affermazione che non compete alla Corte di Strasburgo di ri-valutare aspetti considerati dall’autorità nazionale) ma per le opinioni dissenzienti, che contestano l’invasione di campo della Corte a danno della sovranità nazionale e del sistema del diritto dell’Unione europea.

La ricorrente è una cittadina del Suriname, entrata nei Paesi Bassi grazie a un visto turistico temporaneo (45 giorni) e, dopo circa due anni, aveva sposato un cittadino surinamese (con il quale aveva in precedenza convissuto nel proprio Paese e dal quale aveva avuto due figli) che aveva ottenuto (dopo avere rinunciato alla propria) la cittadinanza olandese. Aveva perciò avanzato cinque richieste di permesso, tutte rigettate.

Venne quindi arrestata e posta in stato di custodia in attesa di essere deportata nel suo Paese (e tuttavia rilasciata poco dopo in quanto in attesa di un bambino, nato poco dopo). Da qui il ricorso alla Corte di Strasburgo lamentando la violazione degli art. 3 (trattamenti inumani e degradanti), 5 (diritto alla libertà) e 13 (diritto a un ricorso effettivo); la Corte ha ritenuto ammissibile il ricorso con riferimento all’art. 8 (non invocato dalla ricorrente) e dichiarando inammissibile il ricorso quanto agli altri motivi. Tuttavia la sezione cui il ricorso era stato assegnato ha rimesso la questione alla Grande Camera.

La Corte europea ribadisce innanzitutto il principio secondo cui quando un matrimonio viene celebrato in una situazione nella quale la condizione familiare deve ritenersi precaria (in ragione della mancanza di una legittimità della permanenza nello Stato) la espulsione verso lo Stato di provenienza integra la violazione dell’art. 8 solo in presenza di circostanze eccezionali.

Nel caso di specie, pur vero che la ricorrente versava da tempo in una situazione di irregolarità, tanto più dopo il rigetto delle sue richieste, tuttavia tale situazione presentava aspetti di specificità: tutti i suoi figli (sia quelli avuti in Suriname dal compagno sia quello avuto da lei nei Paesi Bassi) erano cittadini olandesi, come il compagno. Inoltre, vero che le sue cinque richieste per ottenere il permesso erano state rigettate, è vero pure che le autorità tollerarono la sua presenza nello Stato per circa sedici anni. Infine, la Corte ha rilevato come la decisione dell’autorità pubblica non aveva tenuto nel debito conto l’interesse dei minori a vivere con la madre.

Da qui la constatazione della violazione dell’art. 8 Cedu. Allegate compaiono le opinioni dissenzienti (tra cui quella del giudice nazionale), di cui è utile fare cenno, in quanto mirano a evidenziare il discostamento operato dalla Corte, con questa decisione, rispetto al proprio costante orientamento. In particolare, si contesta che le “circostanze eccezionali” menzionate nella sentenza siano state considerate assolutamente prevalenti nel gioco del bilanciamento di interessi, sulla base della regola del margine di apprezzamento riservato agli Stati; in effetti le autorità olandesi ebbero a operare detta valutazione e l’avere la Corte europea ri-valutato la situazione nel concreto – sia pure dando preminente rilievo all’aspetto dei minori – ha debordato dalla regola detta.

Con conseguenze, anche pratiche, di significativa rilevanza. In particolare, notano i tre giudici dissenzienti, l’avere del tutto misconosciuto la circostanza che la ricorrente non aveva rispettato le previsioni di legge in materia di immigrazione (che richiedevano che, prima di lasciare il proprio Paese, lo straniero dovesse avanzare domanda allo Stato di destinazione), determina la conseguenza, irragionevole e paradossale, di creare diseguaglianze tra chi rispetta appunto quelle disposizioni e chi, invece, entra nell’altro Paese con la consapevolezza di violare la legge, salvo, poi, precostituirsi una situazione che giustificherebbe – appunto per le “eccezionali circostanze” prima ricordate – un obbligo positivo da parte dello Stato del rispetto del diritto alla vita familiare sancito dall’art. 8 della convenzione.

Corte europea diritti dell’uomo sez. grande chambre, 03/10/2014, n.12738


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