Sms ed email: attenzione a ciò che da oggi in poi si scrive

18 Luglio 2019
Sms ed email: attenzione a ciò che da oggi in poi si scrive

Riconosciuta la piena prova e valenza legale alla posta elettronica semplice, alle chat sul cellulare, WhatsApp ed sms.

È un severo avvertimento quello diffuso ieri dalla Cassazione a quanti utilizzano sms ed email con disinvoltura, lasciandosi trascinare dalle emozioni e dalla foga: «Attenzione ai tasti che digitate: tutto ciò che scriverete potrà essere usato contro di voi». Difatti, anche se la legge non lo dice in modo espresso e chiaro, da oggi in poi sms ed email avranno piena efficacia di prova nel giudizio civile. 

Potrà sembrare una cosa scontata a chi ritiene che non vi sia alcuna differenza tra una lettera di carta e un documento informatico fatto di bit. Eppure le nostre norme non si sono mai evolute ai tempi e il legislatore è ancora quello degli anni ’40 che, a malapena, si prefigurava la possibilità della carta copiativa. Nessuna disposizione del Codice civile regolamenta l’uso dei messaggini sul cellulare, le chat di WhatsApp o la posta elettronica. L’unico spazio è stato dato alla pec (la posta elettronica certificata), cui è stato riservato il trono della piena prova al pari – e forse oltre – della raccomandata con avviso di ricevimento.

La situazione attuale

Fino ad oggi, dunque, sms ed email sono stati considerati al pari di semplici riproduzioni meccaniche, un po’ come le fotografie. Ed allora, vai con le perizie per verificare se il testo era effettivamente quello partito da un dispositivo ed arrivato all’altro o per accertare se l’email era stata davvero ricevuta o non si trattava di un “falso informatico”. Per garantire questa genuinità della prova, la Cassazione aveva anche affermato che, chi vuol portare in giudizio un sms in un processo penale, non può limitarsi a far trascrivere il testo dei messaggini né a produrre i tabulati, ma deve addirittura consegnare lo stesso telefonino, con tutto ciò di personale che c’è dentro.

Ora, invece, arriva l’apertura. È di ieri la sentenza della stessa Cassazione [1] con cui si afferma la piena efficacia nel processo civile di sms ed email. 

La prova invertita

La novità più inquietante – almeno per il tecnico del diritto – è che non sarà più chi ha scritto il messaggio a dover dimostrare l’invio e il ricevimento dello stesso (cosa che si faceva, ad esempio, mostrando la risposta che, tacitamente, confermava la lettura del testo), ma sarà il destinatario a dover provare, con elementi concreti e in maniera circostanziata ed esplicita, la non rispondenza con la realtà del testo. Cosa davvero difficile. 

Il caso deciso dalla Corte è quello di un padre che aveva negato all’ex moglie il contributo per la retta dell’asilo nido del figlio per non aver mai autorizzato la spesa, circostanza, invece, sconfessata da un suo precedente sms con cui aderiva alla scelta.

La questione tecnica

Per la Cassazione, sia gli sms sia le email, infatti, hanno lo stesso valore di prova che il Codice civile attribuisce alle riproduzioni informatiche. Ma, rispetto alla regola generale, c’è una differenza sostanziale: è vero che è sempre possibile il disconoscimento di tali prove, ma ciò non comporta l’inutilizzabilità immediata del testo. Il diretto interessato deve dimostrare la non corrispondenza dell’sms alla realtà in modo puntuale e con argomentazioni convincenti (non mere formule di stile tipo “mi oppongo, Vostro Onore”); ed anche in tal caso, il giudice può comunque accertare tale corrispondenza anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (gli indizi). Lo stesso vale per l’e-mail: un documento elettronico che, anche se privo di firma, rientra a pieno titolo tra i mezzi di prova piena previsti dal Codice. 

L’avvertimento

Attenzione quindi a ciò che da oggi si scriverà su tutti i mezzi informatici: se anche il legislatore non si è adeguato alla tecnologia lo sta facendo la giurisprudenza. E siccome la legge viene, in definitiva, applicata dai giudici è all’orientamento di questi ultimi che si deve far sempre riferimento per comprendere il diritto vivente.

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note

[1] Cass. sent. n. 19155/2019 del 17.7.2019

Autore immagine 123rfcom

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 13 giugno – 17 luglio 2019, n. 19155

Presidente Giancola – Relatore Iofrida

Fatti di causa

Il Tribunale di Mantova, con sentenza n. 273/2018, – in controversia concernente un’opposizione promossa da K.M.Y. nei confronti di G.E. , dinanzi al Giudice di Pace di Mantova, avverso decreto ingiuntivo emesso nel 2016 con il quale si era ingiunto, al primo, di pagare, alla seconda, la somma d Euro 2.684,43, oltre interessi legali, a titolo di rimborso delle spese straordinarie sostenute da quest’ultima nell’interesse del figlio minore S. , nato dalla relazione sentimentale dei due, quale contributo ulteriore (versando il padre già Euro 250,00 al mese) per le rette dell’asilo-nido, ha riformato la decisione di primo grado, che aveva, in accoglimento dell’opposizione, revocato il decreto ingiuntivo.

In particolare, i giudici d’appello, rigettando l’opposizione a decreto ingiuntivo, hanno sostenuto che, dagli “sms” prodotti dalla G. , inviati a quest’ultima dallo Y. , documenti questi non contestati, quanto a provenienza e contenuto, dall’opponente tempestivamente (se non, tardivamente, in comparsa conclusionale), emergeva l’adesione di quest’ultimo all’iscrizione del minore all’asilo nido ed all’accollo da parte del padre della metà della retta dovuta, accordo comunque rispondente all’interesse dl figlio.

Avverso la suddetta pronuncia, K.M.Y. propone ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, nei confronti di G.E. (che non svolge attività difensiva).

Ragioni della decisione

1. Il ricorrente lamenta:1) con il primo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 2702 e 2712 c.c., per avere il Tribunale riconosciuto efficacia probatoria, quale scrittura privata, a tre messaggi telefonici riprodotti meccanicamente, attribuendoli erroneamente allo Y. , quale presunto autore, pur essendo privi di sottoscrizione e del numero di cellulare del soggetto che li aveva inviati e del soggetto che li aveva ricevuti; 2) con il secondo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 4, dell’art. 115 c.p.c., non avendo il Tribunale rilevato che lo Y. , all’udienza del 16/11/2016, davanti al Giudice di Pace di Mantova, di prima comparizione delle parti, aveva tempestivamente contestato “le produzioni” della G. e quindi l’unico documento prodotto dalla stessa con la costituzione in giudizio, contestazione questa sufficiente, trattandosi di documenti privi di sottoscrizione che non dovevano essere formalmente disconosciuti ai sensi degli artt. 214 e 215 c.p.c.; 3) con il terzo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 4, dell’art. 116 c.p.c., per avere il Tribunale attribuito efficacia probatoria piena alla riproduzione meccanica dei tre messaggi telefonici e non efficacia meramente indiziaria, in presenza di contestazione della parte contro cui era stata prodotta, con conseguente erronea valutazione del contenuto degli stessi messaggi.

2. La seconda censura, di rilievo pregiudiziale, è infondata.

Questa Corte ha di recente statuito (Cass. 5141/20119) che “lo “short message service” (“SMS”) contiene la rappresentazione di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti ed è riconducibile nell’ambito dell’art. 2712 c.c., con la conseguenza che forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate se colui contro il quale viene prodotto non ne contesti la conformità ai fatti o alle cose medesime. Tuttavia, l’eventuale disconoscimento di tale conformità non ha gli stessi effetti di quello della scrittura privata previsto dall’art. 215 c.p.c., comma 2, poiché, mentre, nel secondo caso, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo della stessa, la scrittura non può essere utilizzata, nel primo non può escludersi che il giudice possa accertare la rispondenza all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni” (nella specie, veniva in questione il disconoscimento della conformità ad alcuni “SMS” della trascrizione del loro contenuto). Sempre questa Corte (Cass.11606/2018), in tema di efficacia probatoria dei documenti informatici, ha precisato che “il messaggio di posta elettronica (cd. e-mail) costituisce un documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti che, seppure privo di firma, rientra tra le riproduzioni informatiche e le rappresentazioni meccaniche di cui all’art. 2712 c.c. e, pertanto, forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate se colui contro il quale viene prodotto non ne disconosca la conformità ai fatti o alle cose medesime”.

Ora, sempre in tema di efficacia probatoria delle riproduzioni informatiche di cui all’art. 2712 c.c., il disconoscimento idoneo a fare perdere ad esse la qualità di prova, pur non soggetto ai limiti e alle modalità di cui all’art. 214 c.p.c., deve tuttavia essere chiaro, circostanziato ed esplicito, dovendosi concretizzare nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta, anche se non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’art. 215 c.p.c., comma 2, perché mentre questo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (cfr. Cass. 3122/2015, nella quale questa Corte ha confermato la sentenza impugnata, laddove aveva ritenuto utilizzabile un DVD contenente un filmato, considerato che la parte aveva contestato del tutto genericamente la conformità all’originale della riproduzione informatica prodotta e che il giudice di merito aveva ritenuto l’assenza di elementi che consentissero di ritenere il documento non rispondente al vero; conf. 17526/2016; in termini, Cass.1250/2018).

Il Tribunale di Mantova ha dato rilievo al contenuto di tre SMS (la cui trascrizione era stata prodotta dalla G. , in sede di costituzione nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo), ritenuti di chiaro tenore (soprattutto il primo) in ordine all’impegno del padre di accollarsi la metà delle spese relative alla retta dell’asilo-nido, osservando che l’invio ed il contenuto di tali messaggi non erano stati contestati dall’opponente, comparso personalmente all’udienza di prima comparizione, senza rilevare alcunché, se non tardivamente ed inammissibilmente con la comparsa conclusionale. Il ricorrente assume nel motivo del presente ricorso di avere comunque “contestato” l’unica produzione avversaria. Ma non era sufficiente una generica contestazione del documento, atteso che il disconoscimento, da effettuare nel rispetto delle preclusioni processuali, anche di documenti informatici aventi efficacia probatoria ai sensi dell’art. 2712 c.c., deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito e concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra la realtà fattuale e quella riprodotta.

La sentenza impugnata risulta pertanto conforme ai principi di diritto sopra enunciati.

Peraltro, come osservato anche da questa Corte (Cass.3680/2019), “nel vigore del novellato art. 115 c.p.c., a mente del quale la mancata contestazione specifica di circostanze di fatto produce l’effetto della “relevatio ad onere probandi”, spetta al giudice del merito apprezzare, nell’ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l’esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte”.

3. Il primo motivo è di conseguenza assorbito.

4. Il terzo motivo è inammissibile.

Invero, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 14627/2006; Cass. 24434/2016;Cass. 23934/2017).

Sempre questa Corte, ha poi affermato che la deduzione della violazione dell’art. 116 c.p.c. è ammissibile,ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, ove si alleghi che il giudice, nel valutare una prova o, comunque, una risultanza probatoria, non abbia operato – in assenza di diversa indicazione normativa – secondo il suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore oppure il valore che il legislatore attribuisce ad una differente risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale), nonché, qualora la prova sia soggetta ad una specifica regola di valutazione, abbia invece dichiarato di valutare la stessa secondo il suo prudente apprezzamento, mentre, ove si deduca che il giudice ha solamente male esercitato il proprio prudente apprezzamento della prova, la censura è consentita ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, con conseguente inammissibilità della doglianza che sia stata prospettata sotto il profilo della violazione di legge ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 (Cass. 13960/2014; cfr Cass. 11892/2016; Cass.27000/2016; Cass.23940/2017).

L’art. 116 c.p.c.. infatti prescrive che il giudice deve valutare le prove secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti. La sua violazione è concepibile solo se il giudice di merito valuta una determinata prova, ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria, ovvero se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando detta norma (cfr. Cass. 8082/2017; Cass. 13960 /2014; Cass., 20119/ 2009).

4. Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso. Non v’è luogo a provvedere sulle spese processuali, non avendo l’intimata svolto attività difensiva. Essendo il procedimento esente, non si applica il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

P.Q.M.

La Corte respinge il ricorso.

Dispone che, ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 siano omessi le generalità e gli altri dati identificativi, in caso di diffusione del presente provvedimento.


3 Commenti

  1. non è scritta tra le note la sentenza della S.C. di Cassazione.
    qualcuno la potrebbe indicare?

  2. Buongiorno, si ricorda che la tradizionale email è equiparabile ad uno strumento di firma elettronica semplice, in quanto è riconducibile al titolare.
    Ciò è sostenibile sia dal punto di vista informatico sia come detto nella Ordinanza del 22/02/2015 in Termini Imerese, relativa al procedimento n.2078 del 2014.
    Cordiali saluti,
    Alessandro

  3. Oltre a stare attenti a quello che si scrive nelle email direi che sarà molto importante non lasciare mai il proprio account aperto, cosa che, ad esempio sul luogo di lavoro, è di prassi

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