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Email: è prova?

18 Luglio 2019
Email: è prova?

Prova ricezione email, produzione email in giudizio e valore probatorio dell’email ordinaria.

Immagina di ricevere una email da un recupero credito con cui ti chiede di pagare un vecchio debito che avevi ormai dimenticato. O di spedirne una alla tua ex moglie con cui la diffidi dal pubblicare sui social le foto di vostro figlio ancora minorenne. Immagina di avere uno scambio di messaggi di posta elettronica semplice con un rivenditore a cui contesti alcuni difetti di un prodotto appena acquistato e che questi ti prometta di ripararlo per poi invece sparire completamente. E, in ultimo, immagina di ricevere un’email di contestazione da parte del tuo datore di lavoro con cui ti intima il licenziamento. In tutti questi casi, potresti farti sempre la stessa domanda: l’email è prova? Che valore legale ha un’email se non c’è prova di ricezione? È possibile la produzione di email in un processo e che efficacia può avere?

Il tuo problema è il problema di tutti quelli che usano i computer per qualsiasi comunicazione e, oggi ancor di più, gli smartphone con le chat istantanee e gli sms. La tecnologia ha fatto passi da gigante, ha accelerato la velocità delle comunicazioni rendendole più semplici e informali. Ma il legislatore ha saputo adeguarsi a questa evoluzione o è rimasto ancora quello del 1942 per il quale l’unica riproduzione possibile era la carta copiativa? 

Stabilire se l’email è prova è questione tutt’altro che da giuristi: ne va della difesa dei diritti in tribunale. Ad esempio, se un’email trovasse spazio all’interno di un processo civile ne deriverebbe che il messaggio sulla casella di posta elettronica spedito dal recupero crediti varrebbe a interrompere la prescrizione, che l’acquirente di un prodotto difettoso potrebbe effettuare la contestazione dei vizi (che per legge va fatta entro 60 giorni) senza andare alla posta, che il licenziamento inviato dal computer del datore sarebbe valido e non nullo. 

Vediamo allora qual è l’attuale situazione della legge e quale invece la posizione della giurisprudenza. Lo faremo tenendo conto di una interessantissima sentenza della Cassazione [1] pubblicata proprio in questi giorni che sembra rivoluzionare il concetto di sms ed email, attribuendo ad essi un valore di piena efficacia di prova nel processo civile. Ma procediamo con ordine.

Email: che valore ha?

Iniziamo con il dato testuale della legge. Non esiste una disposizione che disciplini il valore di un’email semplice. L’unica normativa del settore regolamenta la posta elettronica certificata, la cosiddetta pec, attribuendo ad essa il valore di piena prova al pari di una raccomandata con avviso di ricevimento.

In particolare, la pec è in grado di dimostrare:

  • l’invio del messaggio;
  • la data e l’orario di spedizione;
  • la data e l’orario di ricevimento;
  • il contenuto testuale della pec (in questo sta la sostanziale differenza con la raccomandata, il cui testo resta conosciuto solo al destinatario e non dimostrabile);
  • l’eventuale presenza di allegati (ma non il loro contenuto testuale).

All’email ordinaria, invece, è stato attribuito lo stesso valore che il Codice civile riconosce alle cosiddette riproduzioni meccaniche ossia le fotocopie o le fotografie.

Per esse vige il seguente principio: la riproduzione meccanica in sé può formare prova documentale solo a patto che, nel momento in cui viene prodotta in causa, la controparte non la contesta. 

Tizio fa causa a Caio per il recupero di un credito. Caio sostiene di non aver mai ricevuto la comunicazione con l’avviso di consegna della merce; sicché, non essendo stato messo nelle condizioni di ritirarla, non ha mai goduto della prestazione e non sarebbe quindi tenuto a pagare. Tizio però produce un’email dove comunica a Caio l’arrivo dei prodotti presso il magazzino. Dinanzi a questa esibizione, Caio non dice nulla, né contesta il ricevimento della stessa. L’email diventa quindi prova documentale e ha efficacia contro Caio. Viceversa, se Caio dovesse sostenere di non aver mai ricevuto l’email, contestandone quindi la spedizione, la stessa non potrebbe avere alcun valore nel processo.

Questa situazione non muta neanche se il titolare dell’account di posta elettronica ha attivato il servizio di “conferma di ricezione”: anch’esso è un sistema informatico che non ha valore nel processo.

Quando l’email ha valore di prova

Consapevole del fatto che, ormai, tutte le comunicazioni avvengono tramite email ed escluderne totalmente la possibilità di produzione in giudizio significherebbe privare di tutela posizioni giuridicamente meritevoli, la Cassazione ha iniziato a offrire delle aperture per il riconoscimento all’email del valore probatorio.

È ormai indirizzo stabile dei giudici supremi che non basta il semplice disconoscimento dell’email per negare ad essa l’efficacia di prova. La contestazione – afferma la Corte – deve essere non generica («Vostro Onore, mi oppongo») ma motivata e contestualizzata. Insomma, la parte deve offrire argomenti ragionevoli per convincere il giudice che quella email non è mai partita o non è mai arrivata. 

Il comportamento delle parti conferma l’email

Una recente sentenza della Cassazione [1] afferma poi che, se anche è vero che l’email ha valore di una riproduzione meccanica e che può essere contestata dalla parte avversaria, anche dopo tale contestazione il giudice può desumerne la corrispondenza al reale da altri elementi, come ad esempio le presunzioni (ciò che volgarmente vengono definiti “indizi”), oppure il comportamento delle parti.

Se un’email contiene, tra le altre cose, un appuntamento in un determinato luogo e risulta che le parti si sono effettivamente incontrate, è presumibile immaginare che ciò sia avvenuto proprio a seguito della lettura dell’email. Sicché tutto il restante testo del messaggio assume valore di prova.

Luca licenzia Marco con un’email. Marco, nei successivi 60 giorni, come prevede la legge, impugna il licenziamento sostenendone la nullità perché non comunicato con raccomandata. In realtà il comportamento di Marco dimostra il ricevimento dell’email; diversamente non avrebbe mai potuto contestare la risoluzione del rapporto di lavoro. Sicché, con tale prova, l’email assume valore legale e può servire anche a licenziare il dipendente.

Dunque, secondo quest’ultimo indirizzo della Cassazione, gli sms e le email hanno piena efficacia di prova nel giudizio civile. Per il disconoscimento colui contro il quale sono prodotte deve dimostrare, con elementi concreti e in maniera circostanziata ed esplicita, la non rispondenza con la realtà. 

Dice la Corte: sia gli sms sia le email, infatti, hanno lo stesso valore di prova delle riproduzioni informatiche. L’email contiene la rappresentazione di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti e di conseguenza forma piena prova dei fatti e delle cose rappresentate se colui contro il quale sono prodotti non contesta la loro “fedeltà”. Tuttavia, l’eventuale disconoscimento non ha gli stessi effetti previsti per la scrittura privata che non può essere utilizzata. Il diretto interessato deve dimostrare la non rispondenza, ma il giudice può comunque accertarla, anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni. 

La risposta all’email le conferisce la prova

Un altro modo per riconoscere valore all’email – sempre legato al comportamento tenuto dalle parti – è verificare se la stessa ha ricevuto una risposta.

Antonio scrive a Gabriele ricordandogli di pagare un vecchio debito. Gabriele risponde chiedendo più tempo. Dopo un anno Antonio torna all’attacco, ma Gabriele sostiene che, nel frattempo, è intervenuta la prescrizione. Antonio, per tutta risposta, produce l’email di diffida che avrebbe interrotto i termini. Gabriele sostiene di non averla mai ricevuta, ma la sua affermazione è sconfessata dal tenore della sua stessa risposta che mai sarebbe intervenuta se non ne avesse letto il testo. Sicché l’email di Antonio assume valore di prova.

Tutto ciò sembra voler suggerire che, per negare a un’email valore di prova bisognerebbe comportarsi come se la stessa non fosse mai stata letta e ricevuta, in modo da non lasciar “traccia” della conoscenza del relativo testo. 

note

[1] Cass. sent. n. 19155/2019 del 17.7.2019. 


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